LE FOIBE – GLI INGHIOTTITOI CARSICI SENZA FONDO 10 Febbraio 2021 – Posted in: Momenti

Giorno del ricordo, 10 cose da sapere sulle foibe e sull’esodo istriano-fiumano-dalmata

Un dramma nazionale strumentalizzato dall’estrema destra e rimosso, o talvolta negato, dalla sinistra. Il saggio «Italiani due volte» (Solferino) ne ha ripercorso la storia e raccolto le testimonianze.

Una foiba è uno dei grandi inghiottitoi (o caverne verticali, pozzi) tipici della regione carsica e dell’Istria. Le foibe non sono quindi dei particolari tipi di caverne come viene spesso, erroneamente, affermato, ma solo il termine con cui vengono indicati gli inghiottitoi carsici tipici della regione giuliana, che in tale territorio assumono spesso dimensioni spettacolari. Se ne contano circa 1700 in Istria.

Foiba è inoltre il nome del noto inghiottitoio che si apre ai piedi del castello di Montecuccoli, a Pisino, e del torrente che in esso si getta. Il luogo ha un ruolo centrale nel romanzo Mathias Sandorf di Jules Verne.

Etimologia

Sistema carsico dove sono visibili gli inghiottitoi verticali (le foibe)

Il nome “foiba” deriva da un termine dialettale utilizzato nell’area giuliana, che deriva a sua volta dal latino fŏvea (fossa, cava). Il più antico documento su cui viene riportato è una relazione ufficiale nel 1770, scritta dal naturalista italiano Alberto Fortis, che scrisse una serie di libri sul carso della Dalmazia.

(Fonte Wikipedia)

L’apoliticità del Giorno del ricordo

Commemorare le foibe e l’esodo istriano-fiumano-dalmata, di cui parlo nel saggio «Italiani due volte» (Solferino), non è né di destra né di sinistra. Per oltre mezzo secolo l’estrema destra ha strumentalizzato questo dramma nazionale, mentre la sinistra lo ha rimosso o talvolta negato. Con il Giorno del ricordo, istituito con una legge nel marzo 2004 e celebrato ogni 10 febbraio, è stato finalmente riconosciuto il diritto alle memorie di un’intera popolazione italiana che più di altre subì le conseguenze della sconfitta nella Seconda guerra mondiale.

Recupero di resti umani dalla foiba di Vines, località Faraguni, presso Albona d’Istria, negli ultimi mesi del 1943
Recupero di resti umani dalla foiba di Vines, località Faraguni, presso Albona d’Istria, negli ultimi mesi del 1943

Perché «Italiani due volte»?

Perché «Italiani due volte»? I trecentomila esuli dall’Istria occidentale, da Fiume e da Zara erano nati in terre italiane, diventate tali dopo i trattati di Rapallo del 1920 e di Roma del 1924. Vivevano in città e province da secoli abitate da gente italiana. Alla colonizzazione romana era seguita nel Medioevo e sino alla fine del 1700 la dominazione veneta. A causa delle violenze e delle pressioni ordinate da Tito quei nostri connazionali scelsero di abbandonare tutto per rimanere italiani.

Una giovane esule italiana in fuga trasporta, insieme ai propri effetti personali, una bandiera tricolore (1945)
Una giovane esule italiana in fuga trasporta, insieme ai propri effetti personali, una bandiera tricolore (1945)

I danni del fascismo di confine

È vero che il fascismo in quelle terre di confine introdusse una legislazione punitiva per le popolazioni slave, arrivando a proibire l’insegnamento in lingue diverse dall’italiano e vietando persino di esprimersi nella propria lingua agli sloveni e ai croati nei luoghi pubblici. La repressione fascista toccò il culmine quando il regime di Mussolini, alleato di Hitler, nel 1941 invase la Jugoslavia. Molti oppositori del fascismo finirono nei campi di detenzione con un regime molto duro. La lotta tra partigiani jugoslavi e fascisti fu particolarmente cruenta.

Fucilazione sommaria di prigionieri nel villaggio di Dane, Loška Dolina (Slovenia meridionale), 1942
Fucilazione sommaria di prigionieri nel villaggio di Dane, Loška Dolina (Slovenia meridionale), 1942

Autunno 1943, la prima ondata delle foibe

Con la caduta del regime fascista e la dissoluzione dell’esercito e dello Stato italiani dopo l’Armistizio dell’8 settembre, i partigiani di Tito occuparono alcuni dei maggiori centri dell’Istria e infierirono sulla popolazione civile, arrestando, torturando e gettando nelle foibe (le cavità carsiche dell’Istria) circa cinquecento italiani. Per i comunisti si trattò di una jacquerie, di una reazione spontanea e violenta dopo anni di oppressione. Per gli storici più equilibrati già in questa prima fase di violenza che spesso culminava con l’infoibamento delle vittime (spesso ancora vive) era evidente la volontà della dirigenza della nuova Jugoslavia comunista di colpire gli italiani in quanto tali, e non soltanto i fascisti. Il movimento comunista di Tito aveva infatti motivazioni sociali e una forte componente nazionale e mirava a conquistare con qualsiasi mezzo terre e città italiane. Tra gli obiettivi c’erano non soltanto Zara, Fiume, Pola e i vari centri dell’Istria occidentale, ma anche Trieste, Gorizia e Udine. La prima stagione delle foibe venne interrotta dall’arrivo dell’esercito nazista che costrinse i titini a ritirarsi.

 Autunno 1943: recupero di una salma, gli uomini indossano maschere antigas per i miasmi dell’aria attorno alla foiba
Autunno 1943: recupero di una salma, gli uomini indossano maschere antigas per i miasmi dell’aria attorno alla foiba

Il martirio di Zara

Particolarmente duro fu il destino di Zara, colpita dal novembre 1943 al 31 ottobre 1944 da oltre 54 bombardamenti alleati. La città, che era una enclave italiana nella Dalmazia croata, venne infine conquistata dai titini il 31 ottobre 1944. L’ottanta per cento delle case era andato distrutto, duemila i civili su circa ventimila morti sotto le bombe. Con l’occupazione di Tito cominciarono le vendette e le persecuzioni degli italiani rimasti. Furono colpite soprattutto le personalità più in vista come i fratelli Pietro e Nicolò Luxardo, titolari della fabbrica che produceva il liquore maraschino; i carabinieri e gli agenti di polizia vennero massacrati.

 Zara: il campanile del Duomo, l’abside della chiesa di San Grisogono e, a destra, i ruderi del Ginnasio-Liceo
Zara: il campanile del Duomo, l’abside della chiesa di San Grisogono e, a destra, i ruderi del Ginnasio-Liceo

Primavera 1945, la seconda ondata delle foibe

L’esercito vittorioso di Tito occupò la maggior parte delle città, da Trieste a Gorizia, da Pola a Fiume, inclusi tutti i centri costieri dell’Istria occidentale. L’occupazione (o liberazione, secondo il punto di vista jugoslavo) di queste città durò poco più di un mese, dai primi di maggio ai primi di giugno, quando gli angloamericani imposero ai titini di ritirarsi. Un mese fu sufficiente per seminare il terrore. Furono circa cinquemila le vittime della violenza jugoslava sulla popolazione civile italiana. Molti ancora finirono nelle foibe. Il metodo era sempre lo stesso: si stringevano con filo di ferro i polsi alle vittime che erano legate tra loro. Bastava un colpo al primo della colonna perché tutti i malcapitati precipitassero nelle cavità carsiche. E vero che i titini non colpirono soltanto gli italiani e che furono, se possibile, più duri con i collaborazionisti sloveni, con gli ustascia croati e con i cetnici serbi. Ma è altrettanto vero che gli italiani colpiti non erano soltanto fascisti, ma anche antifascisti, personalità indipendenti, invise perché non volevano seguire le direttive comuniste. Si instaurò così un regime di terrore che avrebbe portato la popolazione italiana a lasciare la terra natale.

 L’imbocco di una foiba, fenomeno geologico tipico del Carso. Profonde anche oltre 100 metri furono la tomba di migliaia di vittime dell’odio (Ansa)
L’imbocco di una foiba, fenomeno geologico tipico del Carso. Profonde anche oltre 100 metri furono la tomba di migliaia di vittime dell’odio (Ansa)

Il trattato di pace del 10 febbraio 1947

Il trattato di pace del 10 febbraio 1947, con cui venivano assegnate alla Jugoslavia città e terre italiane fu il colpo di grazia. A parte il cosiddetto Territorio libero di Trieste, diviso tra una zona A affidata al governo militare alleato e una zona B gestita dalla Jugoslavia, tutte le città costiere dell’Istria occidentale, per non parlare di Fiume, delle isole del Quarnaro e di Zara, andarono alla Jugoslavia. L’esodo più emblematico avvenne da Pola: in poche settimane la città, abitata per lo più da italiani, si svuotò. Partirono 28mila persone su circa 30mila abitanti. Un esodo biblico avvenuto con ogni mezzo, a partire dal piroscafo Toscana. In oltre un trentennio (l’esodo durò sino al trattato di Osimo del 1975) partirono circa trecentomila italiani, ottantamila dei quali emigrarono lontano, in Australia, Stati Uniti, Canada, America Latina, Sudafrica.

Un’immagine del drammatico epilogo degli italiani in Istria e Dalmazia nel 1947: la fuga dalla rappresaglia jugoslava (Olycom)
Un’immagine del drammatico epilogo degli italiani in Istria e Dalmazia nel 1947: la fuga dalla rappresaglia jugoslava (Olycom)

Insulti e campi profughi

L’Italia malconcia del dopoguerra non era preparata ad accogliere i nostri connazionali istriani fiumani e dalmati. La maggior parte finì nei campi profughi allestiti in caserme, scuole, varie strutture come il campo di Fossoli, allestito per accogliere parte di un’altra grande ondata dell’esodo, quella avvenuta dalla zona B del Territorio libero di Trieste passato alla Jugoslavia dopo il memorandum di Londra dell’autunno 1954. A parte i disagi materiali, gli esuli dovettero sopportare gli insulti di chi li riteneva fascisti e traditori della rivoluzione comunista. Nel febbraio 1947, dopo il quarto viaggio del piroscafo Toscana, approdato ad Ancona, un gruppo di esuli polesani venne fatto salire su un treno che doveva raggiungere La Spezia. Era prevista una sosta a Bologna per rifocillare quella povera gente, tra cui c’erano molti bambini. Ma la Cgil impedì che il convoglio si fermasse. Il treno dovette proseguire fino a Parma, dove finalmente l’esercito poté allestire una cucina da campo.

La nave Toscana durante l’abbandono di Pola nel 1947
La nave Toscana durante l’abbandono di Pola nel 1947

La memoria negata nel lungo dopoguerra

Come detto, oltre alle sofferenze materiali questi nostri connazionali hanno pagato la sconfitta italiana nella Seconda guerra mondiale con una congiura del silenzio. Diversi sono i motivi, alcuni ideologico-culturali, altri prettamente politici. La storiografia comunista ha da subito sposato la tesi delle foibe come esplosione spontanea di violenza popolare e ha accusato gli esuli soprattutto nei primi anni (basta leggere le corrispondenze dell’epoca sull’«Unità») di essere dei fascisti o, tutt’al più, degli opportunisti attratti dagli effimeri vantaggi della società capitalista. Con la scomunica di Tito da parte del Cominform di Stalin, le grandi potenze occidentali hanno fatto di tutto per non irritare il nuovo alleato jugoslavo, spina nel fianco dello schieramento comunista. Così anche i governi a guida democristiana non hanno inserito le sofferenze dei connazionali istriano-fiumano-dalmati nel discorso pubblico italiano. Tanto più che se si apriva il contenzioso sulle foibe e sulle violenze titine il governo di Belgrado rispondeva per le rime chiedendo conto dei crimini commessi dall’esercito fascista.

Josip Broz Tito
Josip Broz Tito

Una nuova stagione di riflessione e di dialogo

Con il crollo della Federazione comunista jugoslava e la nascita dei nuovi Stati indipendenti, Slovenia e Croazia (che sono entrati a far parte dell’Unione europea), si è avviata una nuova stagione di riflessione e di dialogo. Nei primi anni del Duemila una commissione di storici italo-slovena è giunta a una prima conclusione comune sulla violenza di Stato contro la popolazione civile italiana. Oggi la questione va affrontata in una dimensione europea, mentre la minoranza nazionale italiana, che una volta era maggioranza, è tornata a crescere e contribuisce allo sviluppo delle nuove nazioni.

Esuli da Piemonte d’Istria fotografati a Trieste nel 1959
Esuli da Piemonte d’Istria fotografati a Trieste nel 1959
(Fonte bit.ly/36Wl7fW)