BOOKGRAMMER – UNA LETTURA IN CHIAVE CRITICA 293 views - 23 Giugno 2021 – Pubblicato in: Momenti, Parole

Critica alle bookgrammer, il sessismo non c’entra: la differenza è tra chi ha studiato e chi no

C’è chi crede di essere un divulgatore culturale per aver postato una foto su Instagram e per questo si sente in dovere di far scattare la polizia del pensiero sui social. Ma è un’impostura che non tiene conto dell’esistenza delle classi sociali. Come al solito, aveva capito tutto Paolo Virzì.

Nel Novecento, quando ancora non avevamo cominciato a far finta che le classi sociali non esistessero, i nostri genitori, quando tornavamo a casa annunciando d’aver fatto amicizia con un nuovo bambino, ne domandavano le referenze: «Cosa fanno i suoi genitori?». Queste righe sono poste in apertura per due ragioni. La seconda è che introducono il tema delle righe successive. La prima è che, di tutti i tabù stabiliti dal club dei giusti sui social network, di tutte le cose che se le dici sei il nemico ed è inutile che ti legga, prima di tutte, prima del sospetto di maschilismo e di quello di omofobia e di quello di razzismo, la prima impresentabilità è azzardarsi a dire che le classi sociali esistono. Bisogna sapere da subito di quali lettori liberarsi, nell’epoca in cui alcuni di loro pretendono di riscattare il proletariato senza alzarsi dal divano, di riscattarlo a botte di cancelletti (facendo davvero troppo freddo per scomodarsi a prendere la Bastiglia), e di riscattarlo facendo finta che siamo già tutti uguali. Uno vale uno, me l’hanno detto nell’ora di matematica alle elementari, quindi dev’essere vero.

Mi perdonerete se nelle prossime righe analizzerò una vicenda nella quale, se non siete abbastanza saggi da astenervi dai social, sarete inciampati negli ultimi giorni, e se lo farò senza fare i nomi dei partecipanti: non voglio che la cronaca prevalga sugli archetipi ma soprattutto, dacché uno dei problemi della vicenda è “chi è amico di chi”, non voglio che chi legge venga distratto da quel che pensa dei partecipanti.

Scena quarta, che è quella che poi ci interessa: gli strascichi della polemica. Nei giorni successivi (l’articolo è di mercoledì scorso), gli schieramenti che si formano, contro ogni logica, diventano: destra (cui appartiene l’autore dell’articolo) contro sinistra (cui non ho capito chi apparterebbe: sono anni che sento formulare, da autori ben più presentabili, ben più feroci prese per il culo della moda di fotografare le copertine); uomini (l’orrido sessista che ha scritto l’articolo) contro donne (che pare siano le titolari del settore culturale “foto delle copertine”: da qualche parte Elsa Morante sta cercando un passaggio per venire a sputarci in un occhio). Il pensiero spacciato per femminile pare sia: questi sono i sussulti di ribellione del potere maschile, insidiato dallo spazio che ci siamo prese nel settore. Il settore sarebbe la letteratura, lo spazio sarebbe fotografare copertine (Elsa Morante è al telefono col radiotaxi).

Il gigantesco non detto è che non è un problema di lotta tra i sessi: è, come sempre, un problema di classi sociali. Il dualismo non è tra donne e uomini, ma tra chi ha studiato e chi passava di lì per caso, tra chi sa mettere in connessione tra loro le cose che ha letto e chi sa usare la connessione wifi per mettere i cuoricini, tra chi è élite e chi è parvenu. Non ho niente contro i libri come elemento d’arredo: ho una parete di Adelphi, figuriamoci; e, in un libro che scrissi, un personaggio ordinava prime edizioni perché facevano più fino, ed era di gran lunga il personaggio più simpatico. (Tra l’altro, se fossi un’accademica, istituirei un corso per l’utile arte di fotografarsi in case in cui i libri siano decorativi ma sembrino star lì a scopo culturale; se, caro influencer, ti fotografi contro una parete di Meridiani, che tutti sappiamo essere insfogliabili senza che le pagine si sbriciolino, tanto varrebbero le enciclopedie finte di Berlusconi: il kitsch bisogna saperlo fare). Non ho niente contro i libri non sfogliati figuriamoci letti, ma essi attengono all’arredo di interni, non alla cultura (qualunque cosa significhi “cultura”). Certo, puoi bullarti del fatto che la gente dia più retta a te che esponi arredi e cappuccini di quanta ne dia allo scrittore (che ho letto definire “frustrato e invenduto”, in questi giorni, più volte di quante abbia letto di me “cessa”); ma è come se Chiara Ferragni si bullasse d’avere più cuoricini d’una foto di Loulou de La Falaise: non lo fa perché ha abbastanza uso di mondo da riconoscere uno sport diverso dal suo (faccio una pausa per permetterti di googlare madame de La Falaise, cara fotografatrice di copertine: ti aspetto, sbrìgati).

Siamo tutti Iacovoni: non riesco a ricordare se, quando lo stroncatore di foto di copertine stroncò i miei libri, avessi fatto ipotesi circa le sue ragioni (tutta invidia? Becero maschilismo? Se non stronca non esiste?); di sicuro non avevo ipotizzato di non piacergli proprio, giacché quello noi vanesi umani non lo ipotizziamo mai. La bookgrammer Iacovoni che si sente conquistatrice d’un mondo che la teme – e farà di tutto per escluderla e soffrirà nel vederla comunque trionfare – ricorda le zitelle che, dell’uomo che le maltratta e le trascura e le pianta, dicono: «Mi ama, ma ha paura dei suoi sentimenti» (santo cielo, che esempio sessista: occorre precisare che non ho niente a favore degli uomini, ho tanti amici uomini, sono soliti praticare una dissonanza zitellesca che non ha niente da invidiare a quella femminile).

Il fatto è che quel che rivendicano, le vestali del “ci siamo prese uno spazio con le nostre foto pastellate”, non è di essersi fatte spazio in-quanto-donne, ma è di essersi procurate una posizione in un settore senza aver studiato. La fotografatrice di copertine che si sente fotografa e pure divulgatrice culturale è come il concorrente di reality che diventa attore, come il ripetente che diventa ministro, come il non laureato che dice d’esser diventato medico. Solo che quest’ultimo (il francese che Carrère ha poi romanzato nell’Avversario) pur di non venire scoperto e sputtanato stermina la famiglia, e gli altri invece prosperano. Giacché nel frattempo è finito il Novecento e delle credenziali non frega più niente a nessuno. Bastano l’autocertificazione, e un buon filtro fotografico – per dirsi intellettuali, e per il resto.

(Fonte bit.ly/3j4hNWY)