Fare la figura del peracottaro 31 Marzo 2026 – Posted in: Modi di dire – Tags: , , , , , , , , , , , , , ,

Fare la figura del peracottaro: origine, significato e storia di un modo di dire romano

“Il saggio sa di essere stupido, è lo stupido invece che crede di essere saggio.” William Shakespeare

Ci sono espressioni che sembrano semplici battute da strada e invece custodiscono un piccolo mondo. “Fare la figura del peracottaro” è una di queste.

A Roma, dove la lingua non si limita a descrivere ma punge, giudica e spesso inchioda, certe formule non nascono per caso. Nascono dalla vita vera, dai mestieri, dai mercati, dalle facce viste mille volte e dalle impressioni che il popolo trasforma in linguaggio. Così un venditore ambulante di pere cotte è diventato, col tempo, una figura simbolica. Non più solo un mestiere, ma un modo per dire che qualcuno ha fatto una figura misera, goffa, poco dignitosa.

E dentro questa espressione, come spesso accade nel romanesco, c’è più di quanto sembri.

Che cosa significa “fare la figura del peracottaro”

Nel linguaggio popolare romano, “fare una figura da peracottaro” significa fare una figura meschina oppure apparire come una persona incapace. È questa la definizione riportata da Treccani, che registra anche il termine peracottaro come voce legata all’uso romano.

Questo è il punto da chiarire subito: l’espressione non indica soltanto una brutta figura in un ambiente elegante o “signorile”. Certo, può accadere anche lì. Ma il senso più preciso è un altro: risultare maldestri, inadeguati, poco all’altezza della situazione, magari con atteggiamenti grossolani o con un’incapacità che si nota subito.

In sostanza, chi “fa la figura del peracottaro” non è semplicemente fuori posto: è uno che, con i suoi modi o con i suoi errori, finisce per sembrare meschino, improvvisato o poco credibile. Questa sfumatura è importante perché rende il modo di dire più duro, più romano, più tagliente.

Chi era davvero il peracottaro

Il significato letterale della parola

In origine il peracottaro era, molto semplicemente, il venditore di pere cotte. La parola deriva infatti da pera cotta, e la lessicografia italiana lo registra come mestiere legato alla vendita ambulante di questo prodotto. Il Grande Dizionario della Lingua Italiana lo definisce infatti una “voce romanesca” per indicare il “venditore ambulante di pere cotte”, mentre Treccani conferma la stessa base semantica.

Non stiamo parlando, quindi, di una figura inventata dalla fantasia popolare. Il peracottaro è esistito davvero nella vita urbana romana, dentro quell’universo di piccoli venditori, strilloni e ambulanti che per secoli hanno popolato piazze, vicoli e mercati.

Una figura popolare della Roma di un tempo

La presenza del peracottaro nell’immaginario romano è attestata anche dalla letteratura dialettale. Nei Sonetti romaneschi di Giuseppe Gioachino Belli compare infatti il titolo La peracottara, segno che questa figura era riconoscibile e familiare già nell’Ottocento.

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Questo dettaglio conta molto. Vuol dire che il termine non è una trovata recente, ma appartiene a una stratificazione vera della parlata romana. Era una figura di strada, una presenza minuta ma visibile, abbastanza nota da entrare perfino nella poesia dialettale.

Come un mestiere è diventato un insulto

Qui la lingua fa il suo gioco più crudele e più interessante.

Da un lato abbiamo il significato originario: un venditore ambulante di pere cotte. Dall’altro, nell’uso popolare romano, lo stesso termine è diventato sinonimo di persona incapace o di figura meschina. Questo passaggio è registrato chiaramente dai dizionari.

Roma Sparita - Peracottaio (Peracottaro)

Quello che i dizionari non spiegano fino in fondo, ma che si può ragionevolmente dedurre dall’evoluzione dell’uso, è il meccanismo sociale che ha prodotto questa trasformazione: un mestiere umile, legato alla strada e alla vendita ambulante, è stato progressivamente caricato di un valore negativo. In altre parole, il termine ha smesso di indicare solo un lavoro e ha iniziato a evocare una persona rozza, poco raffinata, non all’altezza. Questa è un’inferenza coerente con l’uso figurato registrato dalle fonti, più che una definizione letterale delle fonti stesse.

Ed è qui che il romanesco si rivela per quello che è: una lingua piena di vita, sì, ma anche una lingua che sa essere spietata. Perché non si limita a descrivere. Classifica. Mette un’etichetta. Ti inchioda a una scena.

Quando si usa oggi questa espressione

Ancora oggi “fare la figura del peracottaro” si usa quando qualcuno:

1. si rende ridicolo senza accorgersene

Parla troppo, si espone male, prova a fare il brillante e finisce per sembrare goffo.

2. mostra incapacità in modo evidente

Vuole apparire competente, autorevole o raffinato, ma ottiene l’effetto opposto.

3. rovina una situazione con modi sbagliati

Non capisce il tono del contesto, non sa regolarsi, insiste dove dovrebbe fermarsi.

Per questo il modo di dire continua a funzionare benissimo anche oggi. Non è inchiodato al passato. Lo si può usare per una cena, una riunione di lavoro, una discussione in famiglia, un intervento pubblico, un post social scritto male o una vanteria che si sgonfia da sola. Il cuore del significato resta identico: hai voluto fare un certo effetto e invece ne hai fatto un altro, molto peggiore. La definizione lessicografica di “figura meschina” o “da persona incapace” spiega perfettamente questa attualità.

Il romanesco e la precisione dell’ironia

Roma ha il talento di trasformare un’immagine minuta in una sentenza perfetta.
Ed è forse proprio questo il bello di espressioni come questa: non dicono soltanto che hai sbagliato. Dicono come hai sbagliato. Ti collocano in una scena. Ti vestono con un personaggio. Ti riducono a una figura.

Il peracottaro, in questo senso, è più di un antico venditore ambulante. È una maschera linguistica. È il simbolo di chi entra in scena convinto di dominare la situazione e invece si tradisce da solo. E Roma, si sa, quando ti vede inciampare con troppa sicurezza, non ti perdona. Ti battezza.

“Non posso farti fesso perché già lo sei.” Totò

Un modo di dire che parla ancora di noi

La forza di “fare la figura del peracottaro” sta tutta qui: è un’espressione antica che resta viva perché continua a descrivere un difetto molto umano. La distanza tra ciò che crediamo di essere e ciò che mostriamo davvero agli altri.

Spesso la figura del peracottaro la fa proprio chi è troppo sicuro di sé. Chi non si ascolta. Chi non capisce il momento. Chi pensa di imporsi e invece si espone. E allora il modo di dire smette di essere solo romano e diventa universale.

Perché cambiano le epoche, cambiano i mestieri, cambiano perfino le città.
Ma l’arte di fare una figuraccia senza accorgersene, quella no. Quella resiste.

“Se trovi difficile ridere di te stesso, sarei felice di farlo per te.” Groucho Marx

Conclusione

“Fare la figura del peracottaro” è un piccolo gioiello del parlato romano. Dentro ci sono un mestiere scomparso, una memoria popolare, la durezza ironica della lingua e quel gusto tutto romano per le definizioni che non accarezzano ma colpiscono.

Non significa soltanto “fare brutta figura”. Significa fare una figura povera, maldestra, poco dignitosa. Significa sembrare incapaci proprio nel momento in cui magari si voleva apparire brillanti. Ed è forse questo che rende l’espressione ancora così viva: non racconta un errore qualsiasi, ma una forma molto precisa di caduta.

Una caduta sociale, linguistica, quasi teatrale. E Roma, in queste cose, ha sempre saputo trovare la parola giusta.

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