LA DECIMATIO

La Decimatio: la crudele punizione dell’Esercito Romano

La disciplina militare è sempre stata, in ogni esercito, molto rigida e ferrea, e le punizioni inflitte ai soldati che non adempiono al proprio dovere sono note per la loro severità. Il Codice dell’Ordinamento Militare è diverso a seconda del Paese in cui viene applicato, nel quale possono esistere regole più o meno dure e rigorose; ogni Codice Militare ha inoltre subito delle modifiche nel corso della storia, e molte norme e tradizioni che erano in uso nei tempi antichi sono ad oggi scomparse o si sono modificate sensibilmente.

In Italia, ad esempio, le punizioni inflitte ai soldati inadempienti o indisciplinati sono ovviamente molto diverse da quelle subite dai legionari ai tempi dell’impero romano.

Rievocazione storica con costumi di soldati dell’impero romano del 70 a.C.

 soldier

Immagine via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

Il mutare dei tempi e della cultura, e l’avvento del concetto di rispetto dei diritti umani ha reso incostituzionali e fuori legge delle pratiche che oggi sono considerate disumane, ma che secoli fa costituivano la norma. Fra di esse, la punizione più crudele a essere fortunatamente scomparsa è la decimatio.

Le punizioni dell’esercito romano

Nella Roma antica l’esercito era un’organizzazione fondamentale della società. Più della metà della popolazione maschile svolgeva la professione di soldato, e i capisaldi di un legionario romano spaziavano dal valore e dal coraggio in battaglia, all’onore e alla disciplina.

Quest’ultima era di fondamentale importanza nella gestione di un organo così complesso e numeroso come l’esercito, e spesso veniva instillata e mantenuta tramite severe punizioni, che potevano essere inflitte in assenza di un processo o in maniera del tutto arbitraria, affinché servissero da esempio anche agli altri soldati.

Legionario romano del I secolo a.C.

Antoine Glédel

Immagine di Antoine Glédel via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Le punizioni, nell’esercito romano variavano a seconda della gravità del reato commesso. Inefficienza di poco conto o una piccola indisciplinatezza comportavano multe pecuniarie, mentre infrazioni più gravi erano punite con lavori faticosi o umilianti, trasferimenti di reparto, degradazione, congedo con disonore e fustigazioni.

Nel caso di azioni considerate estremamente gravi, era prevista la pena di morte, la quale poteva essere applicata in diverse forme. Una di queste risale a un’antica e sanguinosa tradizione delle cui origini si è perduta la memoria, ma che per la sua brutalità e crudeltà era temuta sia dai legionari sia dai capi stessi dell’esercito: la decimazione.

La “decimatio”

La parola “decimazione” deriva dal latino “decimatio”, il cui significato letterale era “rimozione di un decimo” o “eliminarne uno ogni dieci”.

La decimatio era un provvedimento straordinario che veniva preso solo in casi di estrema gravità e per i quali non era possibile applicare il fustuarium, la pena di morte dell’esercito romano. La decimatio era infatti messa in atto per punire reati collettivi.

In particolare, quella terribile pena poteva essere applicata in casi di ammutinamento – quando i soldati si rifiutavano in massa di ubbidire agli ordini o di rispettare la disciplina – e di ribellione collettiva. Essa era inoltre prevista per punire le diserzioni di massa e la vigliaccheria sul campo di battaglia, quando i legionari di una o più coorti si dimostravano codardi o fuggivano di fronte al nemico.

Il ricorso alla decimatio in questi casi avveniva per l’impossibilità d’infliggere il fustuarium a un’intera coorte o a più di un reparto dell’esercito, poiché la condanna a morte di così tanti soldati avrebbe inevitabilmente danneggiato l’esercito stesso.

Il procedimento della decimazione consisteva, come da nome, nell’eliminare un decimo degli uomini di un determinato reparto.

Per prima cosa, veniva individuata la coorte che si era resa colpevole del reato di ammutinamento, ribellione o vigliaccheria. L’intera coorte – composta normalmente da circa 480 soldati – veniva quindi divisa in gruppi di dieci legionari.

All’interno di ciascun gruppo veniva dunque eseguita un’estrazione a sorte: i dieci soldati dovevano scegliere da un mazzetto un filo di paglia o un pezzo di corda, oppure veniva loro ordinato di pescare da un sacchetto contenente nove pietre nere e una bianca.
Chi estraeva il filo più corto o il sasso bianco era la vittima designata.

Gli altri nove legionari erano costretti a riunirsi in cerchio intorno al soldato estratto a sorte, il quale veniva spogliato sia della propria armatura sia delle armi.
Ai nove soldati scampati venivano consegnate pietre, lance o più spesso bastoni di legno: queste armi erano tenute generalmente in bassa considerazione nell’esercito romano, e di conseguenza una morte per mano di esse era considerata vergognosa.

A seguito di un segnale d’inizio, i nove legionari dovevano colpire il decimo soldato, accanendosi su di lui con i bastoni: la vittima veniva massacrata a morte dai suoi compagni.

Crudeltà ai prigionieri militari

La decimazione era considerata la punizione più crudele dell’esercito romano, e in quanto tale veniva applicata solo in casi eccezionali e mai a cuor leggero: non solo perché essa avrebbe portato alla riduzione di un decimo della forza dell’esercito, ma anche perché talvolta i soldati estratti a sorte potevano non essere le uniche vittime della punizione.

I nove legionari di ciascun gruppo, sopravvissuti alla decimatio, venivano infatti ulteriormente puniti: dopo aver consumato un pasto a base d’orzo – un alimento dal sapore poco gradevole e dall’apporto calorico molto povero, certamente inadatto alla dieta di uomini abituati a un duro addestramento, che sarebbero dovuti scendere sul campo di battaglia – anziché una razione di frumento, i soldati venivano costretti a trascorrere a turno una o più nottate al di fuori del vallum, ovvero la barriera difensiva a protezione di un accampamento o di un confine.

Trascorrere una notte all’esterno del vallum implicava non solo soffrire il freddo e le intemperie, ma anche essere esposti a innumerevoli pericoli: trovandosi infatti solo in territorio ostile, senza la possibilità di rientrare nell’accampamento o di poter fare affidamento sull’aiuto dei compagni, un soldato era una potenziale vittima di agguati e attacchi da parte dei nemici.

‘Decimatio’ – Incisione di William Hogarth per il libro Roman Military Punishments – 1725

Immagine di pubblico dominio

Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

La decimatio era dunque una punizione che veniva eseguita solo in casi gravissimi, e non solo per il danno materiale derivato dalla perdita di un decimo della coorte, a cui si aggiungevano le potenziali morti dei soldati esposti all’esterno del vallum.

A quel danno materiale se ne aggiungeva un altro: quella pena era infatti considerata crudele non solo per la brutalità con cui i soldati estratti a sorte venivano uccisi, ma anche per il forte impatto psicologico che essa aveva sull’intero esercito.

I legionari erano sottoposti alla decimazione indipendentemente dal loro grado militare, dagli anni di servizio prestati nell’esercito, dal valore dimostrato in imprese passate, e anche dalla loro presunta colpevolezza o innocenza nel reato imputato alla coorte. Ciò comportava che tutti avrebbero potuto potenzialmente essere estratti a sorte e uccisi, e anche se fossero sopravvissuti avrebbero dovuto affrontare una notte che poteva rivelarsi fatale.

La decimatio poneva dunque i legionari sotto un forte stress emotivo, aggravato anche dal forte cameratismo che generalmente vigeva all’interno delle coorti. I legionari romani erano infatti accomunati da un profondo senso di lealtà l’uno verso l’altro, e non era raro che nel corso degli anni di servizio nell’esercito nascessero e si cementassero rapporti di stima, rispetto e amicizia.

Di conseguenza, poiché l’estrazione a sorte nella decimatio era irrevocabile, poteva accadere che un soldato si ritrovasse costretto a colpire a morte il proprio figlio, il padre, un fratello o un caro amico. Un trauma che poteva distruggere un uomo.

La decimazione di Crasso

Per queste ragioni i generali tendevano a ricorrere alla decimatio solo come ultima risorsa per punire l’esercito, e di conseguenza esistono pochi casi nella storia romana in cui questo provvedimento è stato messo in atto. Una variante altrettanto brutale ma meno incisiva in termini di perdite di vite fu la centesimatio, che prevedeva l’uccisone di un soldato ogni cento.

Le fonti della storiografia romana lasciano intendere che la decimazione fosse un provvedimento caratteristico dell’età repubblicana, e che sia poi caduto in disuso durante l’Impero.

La decimatio più famosa venne perpetrata da Marco Licinio Crasso nel corso della Terza Guerra Servile, tra il 73 e il 71 a.C.

Crasso, incaricato di sopprimere la rivota di Spartaco, venne messo a capo di un ingente esercito, formato da otto legioni e composto approssimativamente da 40.000 soldati. L’esercito si rivelò tuttavia poco disciplinato e scarsamente propenso alla lotta contro lo schiavo ribelle, le cui fila erano composte principalmente da gladiatori, guerrieri celti ed ex legionari: uomini che conoscevano l’arte militare, addestrati al combattimento e, dunque, una minaccia concreta sul campo di battaglia.

Durante uno degli scontri con i ribelli, un reparto dell’esercito di Crasso decise di disubbidire agli ordini e battere in ritirata, abbandonando le armi e fuggendo dalla battaglia.

Crasso decise di punire questo atto di vigliaccheria in maniera esemplare, riportando in auge un’antica punizione che, secondo Plutarco, da anni non era più inflitta nell’esercito romano.
Crasso ricorse dunque alla decimatio per i soldati del reparto che era fuggito dal campo di battaglia, e come monito costrinse anche il resto dell’esercito ad assistere. Il numero dei soldati che persero la vita a causa della decimazione di Crasso non è noto, ma le fonti riportano un minimo di cinquecento vittime fino a un massimo di diecimila.

La decimazione si rivelò spaventosa e sconvolse e turbò profondamente i legionari, ma Crasso raggiunse il suo obiettivo: i soldati s’impegnarono nella lotta contro Spartaco con un rinnovato spirito bellico, frutto non nel coraggio, bensì nel terrore.

I legionari combatterono infatti temendo non più Spartaco, ma piuttosto di deludere il proprio generale, poiché Crasso aveva dimostrato “di essere più pericoloso del nemico”.

(Fonte Quora Gaetano Riotta)