JEFFREY DAHMER – IL MOSTRO DI MILWAUKEE

“Mi avrebbe mangiato il cuore”, il mostro che stuprava e sezionava le vittime.

La storia di Jeffrey Dahmer, il serial killer noto come il Mostro di Milwaukee, che adescava le sue vittime, le uccideva, le stuprava e le mangiava

È il 22 luglio 1991, a Milwaukee fa caldo. La città, nella regione dei Grandi Laghi, è un luogo solitamente tranquillo, che porta un nome in linea con la tradizione dei nativi americani che la abitarono. Quella giorno un giovane afroamericano di nome Tracy Edwards si lanciò per le strade cittadine, gettandosi quasi su un’auto della polizia. Era semisvestito e aveva un polso ammanettato.

Edwards chiese aiuto alle forze dell’ordine che gli credettero e aprirono ufficialmente le porte dell’appartamento 213 di un condominio poco distante: nonostante chi vi viveva fosse registrato come molestatore sessuale di minorenni, come riporta Crime Museum, e le lamentele dei vicini, la polizia non vi era mai entrata.

Ma quel giorno il mondo scoprì una verità agghiacciante: inizia così, secondo quanto riportarono le testate italiane all’epoca, la storia di Jeffrey Dahmer, il serial killerconosciuto come il Mostro di Milwaukee.

Cosa trovò la polizia

Lo scenario che si parò davanti ai poliziotti fu terribile. Edwards aveva detto alle forze dell’ordine di essere stato adescato da Dahmer con la promessa di denaro in cambio della sua compagnia. Dahmer l’aveva narcotizzato e poi costretto a seguirlo in camera da letto, ammanettato e sotto minaccia di una lama. Nella stanza Edwards non potè fare a meno di notare un cattivo odore da un barile e le foto di cadaveri sui muri.

Oltre a ciò che fu descritto da Edwards, i poliziotti trovarono diversi resti umani in freezer, altri nelle pentole, e ancora dei peni nella formalina e teschi umani dipinti. “Credevo che avrebbe mangiato il mio cuore”, riferì poi Edwards di Dahmer durante il processo nel 1992.

Gli omicidi

È stimato che le vittime di Jeffrey Dahmer siano state 17, anche se di due di loro non furono mai trovati i resti. Queste persone, di età compresa tra 14 e 31 anni, per lo più uomini asiatici o afroamericani, venivano adescate in locali che erano ritrovi per omosessuali: Dahmer, che nella vita reale lavorava in una fabbrica di cioccolato, si spacciava per fotografo di moda, oppure le invitava a casa sua per guardare film porno o avere un rapporto sessuale.

Una volta a casa, Dahmer narcotizzava le sue vittime e le strangolava. Successivamente infieriva sui cadaveri, smembrandoli oppure attraverso atti di necrofilia. Tutto iniziò “per curiosità”, disse Dahmer a Inside Editionqualche giorno prima di morire, ma i suoi atti divennero per lui “come una droga”. “Ho tenuto la testa e il cranio mummificati di una delle mie vittime in una custodia nel mio armadietto al lavoro – raccontò – Ecco quanto era forte la compulsione. Ecco quanto era forte il desiderio”.

In alcuni casi bolliva i teschi per far distaccare la pelle e li dipingeva oppure si abbandonava ad atti di cannibalismo. In altri casi, mentre la vittima era narcotizzata, iniettava loro nel cervello acqua o acido muriatico, credendo di poterle far diventare zombie.

Dahmer disse nell’intervista a Inside Edition di aver compiuto quei delitti “non perché odiavo le vittime o perché ero arrabbiato con loro, ma perché volevo tenerle con me. Avevo questi desideri ossessivi di volerli controllare… possederli in modo permanente. Man mano che la mia ossessione cresceva, salvavo parti del corpo come teschi e scheletri”.

La condanna

Dahmer confessò tutti gli omicidi. “Non aveva più senso cercare di nascondere le mie azioni – spiegò a Inside Edition – La strada migliore era aiutare la polizia a identificare tutte le vittime e fare una confessione completa”. Il processo si tenne da gennaio a luglio 1992: le 15 vittime accertate portarono Dahmer a ricevere un ergastolo per ogni omicidio, per un totale di 957 anni di reclusione. La giustizia americana temeva che, attraverso un ricorso in appello, il Mostro di Milwaukee sarebbe potuto tornare in libertà.

 La morte

Mentre era detenuto nel Columbia Correctional Institute di Portage, il 28 novembre 1994 Dahmer fu colpito alla testa da un manubrio proveniente dalla palestra della prigione.

Ad assassinarlo fu Christopher Scarver, detenuto afroamericano affetto da schizofrenia, che in realtà disse di aver agito come risposta alle continue provocazioni di Dahmer verso gli altri detenuti.

Scarver ha raccontato al New York Post che Dahmer realizzava finti arti umani con il cibo servito dalla mensa, dando l’impressione del sangue con il ketchup. In questo modo il Mostro di Milwaukee aveva fatto crescere il fastidio non solo tra i detenuti, ma anche tra il personale carcerario, tanto che Scarver ha sempre avuto l’impressione che i secondini quasi si aspettassero che avrebbe colpito a morte il serial killer, nonostante il detenuto cercasse di mantenersi a debita distanza da lui e dal suo umorismo macabro. “Ha superato il limite con alcune persone: prigionieri, personale carcerario – ha raccontato Scarver di Dahmer – Alcune persone che sono in prigione sono pentite, ma lui non era uno di loro”.

Come spesso accade in questi casi, la “giustizia di frontiera” ebbe la meglio sulla giustizia di Stato, che secondo la definizione aristotelica, deve essere invece priva, in senso lato, di passione.

(Fonte ilGiornale.it)