FENOMENOLOGIA

La fenomenologia è una disciplina filosofica fondata da Edmund Husserl (1859-1938), membro della Scuola di Brentano, che designa altresì lo studio dei fenomeni in ambito filosofico per come questi si manifestano, nella loro apparenza, alla coscienza intenzionale del soggetto, indipendentemente dalla realtà fisica esterna, il cui valore di esistenza viene messo per così dire «tra parentesi».

La fenomenologia ha avuto una profonda influenza sull’esistenzialismo in Germania e Francia, ma anche sulle scienze cognitive odierne e nella filosofia analitica.

«Non cercate nulla dietro ai fenomeni: essi stessi sono la teoria.»

(Johann Wolfgang von Goethe, Massime e riflessioni, n. 575, edizione a cura di Max Hecker, Weimar 1907)

Storia del termine

Il termine fenomenologia fu introdotto originariamente dal filosofo tedesco di origine svizzera Johann Heinrich Lambert: nella sua opera Neues Organon, apparsa nel 1764, la fenomenologia designa lo studio delle apparenze illusorie, ossia delle fonti d’errore. Kant, a sua volta, riprende il termine nei Primi princìpi metafisici della scienza della natura (Metaphysische Anfangsgründe der Naturwissenschaft, del 1786), per indicare una parte della teoria del movimento che considera quest’ultimo soltanto in rapporto alle modalità in cui appare nella sensibilità esterna.

Convenzionalmente, il termine ha quattro significati principali nella storia della filosofia, uno desunto da Hegel (1807), uno da Husserl (a partire dal 1900), uno da Scheler (1914) e infine uno da Heidegger (1927).

Per Hegel, la fenomenologia è un approccio alla filosofia che inizia con l’esplorazione dei “fenomeni” (che si presentano a noi nell’esperienza conscia) come mezzo per cogliere lo Spirito Assoluto che costituisce la verità del fenomeno. Nel caso della fenomenologia hegeliana si parla dunque di “fenomenologia dialettica”.

Per Edmund Husserl, la fenomenologia è un approccio alla filosofia che assegna primaria rilevanza, in ambito gnoseologico, all’esperienza intuitiva, la quale guarda ai fenomeni (che si presentano a noi in un riflesso fenomenologico, ovvero da sempre indissolubilmente associati al nostro punto di vista) come punti di partenza e prove per estrarre da essi le caratteristiche essenziali delle esperienze e l’essenza di ciò che sperimentiamo. È appunto chiamata “fenomenologia trascendentale”. Il punto di vista di Husserl parte dalla Scuola di Brentano ed è stato ulteriormente sviluppato da filosofi come Maurice Merleau-Ponty, Jan Patočka, Hannah Arendt, Dietrich von Hildebrand, Edith Stein e Emmanuel Lévinas.

Max Scheler nello scritto del 1914 Fenomenologia e teoria della conoscenza propone di superare la concezione della fenomenologia come metodo, spostando piuttosto l’attenzione al darsi del fenomeno stesso: il primato non spetta più al metodo conoscitivo che oggettiva l’attività del vedere, ma a ciò che si dà a vedere nella modalità dell’autodarsi (Selbstgegebenheit). Per ottenere questo risultato è necessario un cambiamento di atteggiamento (la riduzione) capace di spostare la visuale dalla prospettiva predominante con cui ci si rapporta al mondo. Questo cambiamento non è intellettuale ma riguarda il centro di orientamento della sfera emozionale della persona, l’ordo amoris, e si traduce in una capacità passiva o recettiva di aprirsi al mondo. Senza questa recettività “attiva” si rimarrebbe ciechi nei confronti dell’attività manifestativa del fenomeno che si autodà (Selbstgegebenheit).

Per Martin Heidegger, la visione fenomenologica del mondo delle cose deve essere superata attraverso la comprensione dell’Essere che è dietro tutti gli enti, e può considerarsi come un’introduzione all’ontologia. Questa è stata denominata “fenomenologia esistenzialista”, anche se Heidegger ha rifiutato sempre la definizione di esistenzialismo attribuita in particolare alla prima fase del suo percorso filosofico. Nella parte introduttiva di “Essere e Tempo” inoltre, Heidegger, dopo aver passato al vaglio le etimologie greche dei termini “lògos” e “phainòmenon”, sottolinea l’importanza insita nella rielaborazione del concetto di fenomenologia, allo scopo di renderla una “apophàinestai ta phainòmena”, evidenziando così l’obiettivo squisitamente rivelativo dell’essenza insita negli enti e nella loro essenza. Egli pone inoltre l’accento sul concetto meramente husserliano di fenomenologia, che deve essere intesa come “scienza” mirata ad andare “alle cose stesse!”.

La fenomenologia realista

Pochi fenomenologi seguirono Husserl sulla strada della fenomenologia trascendentale. Soprattutto i fenomenologi monacensi, influenzati da Max Scheler, furono restii ad adottare la riduzione fenomenologica, o epoché, come proposta in Idee I. Da ciò nacque la corrente della fenomenologia realista, che rimase più vicina al progetto originario della prima edizione delle Ricerche logiche. Ai fenomenologi realisti la svolta trascendentale di Husserl pareva un tradimento del motto «ritornare alle cose stesse», che avevano trovato nelle Ricerche logiche e che li aveva allontanati dallo psicologismo di Lipps. L’idea dell’inattingibilità del noumeno unita a quella di una riduzione del filosofare allo studio delle forme del conoscere sembravano essere tramontate di fronte al progetto di un ritorno alle cose stesse, cioè di fronte allo sviluppo di un metodo che rendesse rigorosa la ricerca delle essenze.

Il realismo fenomenologico si applica a temi e problemi del mondo attuale, per esempio all’analisi del linguaggio, dell’arte, dell’etica, etc., piuttosto che al dato della coscienza pura e trascendentale.

Movimenti influenzati dalla fenomenologia

L’invito di Husserl a ritornare alle «cose stesse», distinguendo la conoscenza ingenua e acritica, propria della scienza, dalla conoscenza filosofica in cui consiste effettivamente la fenomenologia, ha indotto a riscoprire l’interesse per quelli che già Goethe, ritenuto insieme a Platone un precursore di tale disciplina, definiva urphänomen o «fenomeni originari», respingendo ogni forma di riduzionismo scientifico. Agli sviluppi in senso fenomenologico della cosiddetta «scienza goethiana» ha contribuito in particolare l’antroposofia di Rudolf Steiner, allievo tra l’altro di Brentano, rivolta a costruire una filosofia intesa come liberazione dalle forme limitanti del pensiero.

Negli anni settanta anche lo scrittore Carlos Castaneda affermò di aver trovato nella fenomenologia gli strumenti metodologici per poter interpretare e applicare correttamente gli insegnamenti esoterici ricevuti dal suo maestro yaqui Don Juan, sciamano messicano, imparando a distinguere, all’interno dell’atto conoscitivo, la percezione dall’intenzione, ossia l’oggetto esterno percepito, soggetto a mutevolezza e sul quale occorre sospendere il giudizio, dal contenuto mentale (noema), l’unico che abbia importanza all’interno dell’esperienza soggettiva di chi apprende.
La conoscenza non deriva dalla percezione, ma appunto dall’intenzione, cioè dalla capacità della coscienza di intendere e configurare il mondo secondo certi canoni.

(Fonte Wikipedia)