ZLATAN IBRAHIMOVIC 61 views - 12 Gennaio 2022 – Pubblicato in: Articoli della settimana, Momenti – Tags: ,

Zlatan Ibrahimović (Malmö, 3 ottobre 1981) è un calciatore svedese, attaccante del Milan e della nazionale svedese.

Considerato uno dei calciatori più forti e completi della sua generazione, è uno dei marcatori più prolifici della storia del calcio e primatista di reti con la nazionale svedese, con cui ha preso parte a due campionati del mondo (2002 e 2006) e a quattro campionati d’Europa (2004, 2008, 2012 e 2016). In carriera si è aggiudicato trentuno trofei,

che lo rendono uno dei giocatori più vincenti di tutti i tempi.

In questo post durante un’intervista scopriamo i “segreti” più intimi del nostro sportivo…
Zlatan Ibrahimović, lei in quale lingua pensa?
«Dipende. In campo, mai in svedese: è una lingua troppo gentile, e in campo serve cattiveria. Così penso in slavo. Qualche volta in inglese e in italiano. Però in famiglia facciamo cose svedesi».
Tipo?
«Ci togliamo le scarpe prima di entrare in casa, restiamo con le calze. Non abbiamo personale di servizio: c’è una signora per le pulizie, il resto lo facciamo tutto da noi».
Ma si sente svedese?
«Sono svedese, ma sono anche un mix: mia madre è croata e cattolica, mio padre bosniaco e musulmano, ho vissuto la maggior parte della mia carriera in Italia…».
Lei crede in Dio?
«No. Credo solo in me stesso».
Non crede neppure nell’Aldilà?
«No. La vita è questa. Quando sei morto, sei morto. Non so neppure se voglio un funerale o una tomba, un posto dove far soffrire chi mi ha voluto bene».
È superstizioso?
«No. Non mi piace quando mi dicono “in bocca al lupo”. Non mi serve. Decido io come deve andare».
Qual è il suo primo ricordo?
«La Jugoslavia. Mi portavano da piccolo, in macchina, in treno. C’era ancora il comunismo. Un altro mondo».
Che bambino era?
«Un bambino che ha sempre sofferto. Appena nato, l’infermiera mi ha fatto cadere da un metro d’altezza. Io ho sofferto per tutta la vita. A scuola ero diverso: gli altri erano biondi con gli occhi chiari e il naso sottile, io scuro, bruno, con il naso grande. Parlavo in modo diverso da loro, mi muovevo in modo diverso da loro. I genitori dei miei compagni fecero una petizione per cacciarmi dalla squadra. Sono sempre stato odiato. E all’inizio reagivo male».
Con le testate.
«Con l’isolamento. Poi ho imparato a trasformare la sofferenza, e pure l’odio, in forza. Benzina. Se sono felice, gioco bene. Ma se sono arrabbiato, ferito, sofferente, gioco meglio. Da uno stadio che mi ama, prendo energia. Ma da uno stadio che mi odia, ne prendo molta di più».
Le gridano zingaro.
«L’ultima volta è successo a Roma. Per l’esultanza dopo un gol. Cinquantamila persone mi gridavano zingaro, e l’arbitro ha ammonito me».
L’Italia è un Paese razzista?
«Il razzismo c’è dappertutto. Anche in Svezia».
Con le ragazze com’era?
«Timidissimo. Al primo appuntamento mi ero scritto tutte le cose da dire; se la ragazza parlava d’altro, io le facevo lo stesso la domanda che mi ero segnato. Una figura penosa. Ho fatto tutto molto più tardi dei miei coetanei».
A che età ha fatto l’amore per la prima volta?
«A diciassette anni. Perché a diciassette anni per la prima volta sono uscito dal ghetto di Malmoe e sono andato in centro. Solo allora ho scoperto le svedesi come voi le immaginate: bionde, libere. Nel ghetto le ragazze avevano i capelli corti e il velo».
Lei sta da vent’anni con la stessa donna, Helena. Qual è il segreto?
«La pazienza. E l’equilibrio che lei mi ha dato. Helena ha dieci anni più di me, è sempre stata più matura. Poi sono arrivati Maximilian e Vincent».
Qual è stato il gol che le ha dato più felicità?
«Forse la rovesciata da trenta metri, in Nazionale, contro l’Inghilterra. Gli inglesi mi hanno sempre disprezzato, dicevano che contro di loro non segnavo mai…».
Se è per questo, lei quando era al Psg disse che la Francia è un Paese di merda.
«Marine Le Pen chiese la mia espulsione. Il giorno dopo temevo le reazioni per strada. Invece i francesi mi avvicinavano per congratularsi: Ibra hai ragione, è davvero un Paese di merda».
È stato più felice per il gol agli inglesi o per la nascita di Maximilian e Vincent?
«Non c’è confronto. La nascita di un figlio è la cosa più importante che possa succederti. Una vita che nasce dalla tua. Ricordo quando arrivò Maxi: lo presi, me lo misi sul petto… Ricordo quando Vincent da Stoccolma mi disse: “Papà, mi manchi”. Una coltellata. Volevo mollare tutto, pure il Milan, e tornare da lui».
È vero che i suoi figli odiavano il calcio?
«Li portavo a palleggiare: uno piangeva, l’altro guardava gli uccelli. Ora giocano a calcio tutti e due. Al provino sono andati con il nome della madre, Seger. Li hanno presi. Maxi ha scelto di chiamarsi Ibrahimovic. Vincent deve ancora decidere».
Come ricorda la guerra in Jugoslavia?
«Mio padre ne soffriva tantissimo. Ogni giorno arrivava la notizia della morte di una persona che conosceva. Lui aiutava i rifugiati. Però cercava di tenermi al riparo. Ha sempre tentato di proteggermi. Quando morì sua sorella, in Svezia, non mi lasciò andare all’obitorio. Però, quando è morto mio fratello Sapko, di leucemia, io c’ero. E mio fratello mi ha aspettato, ha smesso di respirare davanti a me. L’abbiamo sepolto con il rito musulmano. Papà non ha messo una lacrima. Il giorno dopo è andato al cimitero e ha pianto dal mattino alla sera. Da solo».
In «Adrenalina», il bellissimo libro che ha scritto con Luigi Garlando, lei racconta di quando fu sorpreso a rubare al centro commerciale.
«I miei compagni avevano i vestiti firmati; io la tuta della squadra. Non avevo calzini, solo i calzettoni da gioco, e mi prendevano in giro. Mi dovevo arrangiare. Quella volta mi beccarono. Ero con un amico nero. Telefonarono a suo padre. Il mio per fortuna non lo trovarono. Gli scrissero una lettera. Ogni giorno mi alzavo all’alba per controllare la cassetta della posta. La trovai prima di lui e la stracciai; altrimenti non sarei qui a raccontarlo. Sulla disciplina mio padre era severissimo».
Lei è molto cambiato.
«Non avevo ragazze non soltanto perché ero timido, ma perché ero innamorato di me stesso. In partita cercavo il numero da circo, perché avevo un ego più grande di tutti gli svedesi messi assieme. Sono cambiato in Italia. Dissi a Helena: dai proviamo, vieni con me a Torino, vediamo se funziona. Ha funzionato».
In partita chi l’ha cambiata?
«Capello mi ha insegnato a badare al gol. E mi ha massacrato, di continuo. Un uomo molto duro. Il primo giorno, dopo la conferenza stampa, i festeggiamenti e tutto, entro nello spogliatoio, lui sta leggendo la Gazzetta dello Sport, e io bello gasato gli faccio: “Buongiorno mister!”. Lui non posa il giornale. Resto un quarto d’ora lì, con la Rosea in faccia. Poi Capello si alza, chiude il Gazzettone, e se ne va, senza dirmi una parola. Come se non esistessi».