IL SOSTEGNO DELLE PAROLE

IL SOSTEGNO DELLE PAROLE

Sovente le parole vengono usate come armi contundenti, affilati coltelli da lanciare con odio e rancore.
Sovente si assiste alla morte del dono della parola e, di conseguenza, dell’ascolto che reca in sé quel concetto di passività relegato in un angolo dall’attuale cultura dell’intervento continuo.
Le parole che ancora si spendono hanno perso valore, sono state svuotate di contenuti, private di spessore e di significati che non siano quelli prettamente pubblicitari che permettono di vendersi alla fiera della vanità su Instagram.
Ci sono parole di moda e parole dimenticate, parole politicamente corrette e parole vietate.
Le parole feriscono, le parole dividono ma le parole possono curare?

Forse le parole, in questo periodo pandemico orfano di abbracci e sorrisi, sono tornate in soccorso, sono in attesa che si riallacci con loro un prudente rapporto.

Le parole curano

Da bambina osservavo mio padre, nei suoi momenti liberi, con un libro in mano e i mezzi occhiali sul naso: forse per questo motivo mi sono accostata presto alla lettura, divenuta una insostituibile compagna di vita. Da molti anni lui non c’è più ma ancora adesso mi sorprendo commossa quando, rileggendo i suoi volumi, la sua più grande eredità, la mia matita ripercorre i segni tracciati in passato dalla sua.
Alla scrittura mi sono avvicinata più tardi; ero una studentessa universitaria e una modella che lottava, in totale solitudine, con il trauma di un abuso sessuale, l’anoressia e la depressione, scomodi compagni in quel percorso di formazione che traghetta dall’infanzia all’età adulta.
Iniziai a scrivere le mie esperienze di dolore nel tentativo di riordinare le sensazioni contrastanti che mi opprimevano il cuore. Potevo narrare quanto stavo vivendo senza temere lo sguardo dell’interlocutore, senza provare quel profondo senso di vergogna per un malessere che, trent’anni fa, si viveva in clandestinità. Scrivendo mi lasciavo andare a un fiume di parole che, rompendo gli argini del mio essere, si liberava su un foglio e mi liberava da un peso.
La scrittura autobiografica mi ha aiutato a ricominciare, rielaborando la sofferenza e mettendo un punto fermo su ciò che era stato, per non dover continuare a ripetermi domani, domani mi impegnerò a riemergere. Rileggendo quello che avevo scritto riuscii a sussurrare a me stessa: Mai più. Scoccò la scintilla che sviluppò il calore necessario a riscaldarmi, restituendomi alla vita.
Quando quel diario intimo e personalissimo, dopo molti anni e parecchie esitazioni, si trasformò in un libro compresi la doppia valenza della scrittura autobiografica: alcune persone si riflettevano in quelle parole sentendosi meno solo nel percorso di cura.
La sofferenza può insegnare la compassione e condividere la propria storia, attraverso la scrittura, può rappresentare al contempo un sollievo e una risorsa: un sollievo per chi la narra e un’inestimabile risorsa per chi la legge. Il sapere dell’esperienza si fa prezioso, ponendosi al servizio degli altri affinché si sentano supportati nell’affrontare il loro viaggio verso la guarigione.
La scrittura autobiografica può essere intesa come una sorta di levatrice, per usare una definizione del filosofo Duccio Demetrio, che rimette al mondo aiutando a far chiarezza dentro sé stessi e ad affrontare un disagio o un dolore, come quello che stanno vivendo coloro che soffrono di disturbi del comportamento alimentare, che sono vittime di bullismo o cyberbullismo, che hanno subito abusi sessuali.

Le parole aiutano a rimarginare una ferita, facendosi indelebile cicatrice per non dimenticare.

Un laboratorio di parole

Un laboratorio di scrittura è utile per allenarsi con alcune -Parole di vita- in quanto noi siamo anche le nostre parole che scaturiscono dalla relazione con il mondo.
“Un nome è il punto d’aggancio per un susseguirsi di scoperte” affermava Francois Dolto e l’incontro con le parole apre infinite possibilità per ri-visitare la strada percorsa.
Le parole sono capaci di disegnare una mappa per orientare il nostro cammino che, anche quando sembra bloccato dalla sofferenza, in realtà prosegue. Ritrovare attraverso la scrittura le parole per descrivere gli eventi che ci hanno travolti con il loro carico di emozioni, per riordinarli alla ricerca di significati ancora sconosciuti. Scrivere di getto con la penna e poi, lentamente, rileggere per tentare di rielaborare i propri conflitti interiori. Buttare fuori, sentimenti e dolori senza vergognarsene, senza essere interrotti o giudicati.
Parole in libertà, all’inizio senza una traccia e, quindi, senza il rischio di andare fuori tema.
Parole libere da ogni giudizio in quanto la regola principale è la sospensione del giudizio.
Parole accolte, e magari prese a prestito da altri, per risvegliare la propria narrazione.
Parole affrancate dalla cronologia temporale dell’esistenza che si ripropongono come nuovi punti i riferimento della vita, per mezzo dei quali può essere narrata in quanto, come scriveva Gaston Bachelard, “si conserva solo ciò che è stato drammatizzato dal linguaggio”.

Parole sfidanti: una vita raccontata non può cadere nell’oblio e può presentare il conto.

(Fonte FB Ilaria Caprioglio)