IL SIGNIFICATO DELLA CANZONE GUANTANAMERA

Qual è il significato della canzone “Guantanamera”?

In primis si rende necessario analizzare il contesto storico che le fa da sfondo.

Guantanamera significa “donna di Guantanamo”: il ritornello, in sintesi, recita così “Guantanamera, guajira guantanamera” (contadina di Guantanamo)

Guantanamo, o meglio il campo di prigionia di Guantánamo è una struttura detentiva statunitense di massima sicurezza interna alla base navale di Guantánamo, sull’isola di Cuba.

Il campo è noto all’opinione pubblica mondiale per via delle sistematiche violazioni delle Convenzioni di Ginevra riguardo ai prigionieri di guerra, quali detenzioni a tempo indefinito senza previo processo e torture, ivi perpetrate prevalentemente su prigionieri ritenuti connessi al terrorismo di matrice islamica.

L’area di detenzione era composta da tre campi: il Camp Delta (che include il “Camp Echo”), il Camp Iguana e il “Camp X-Ray” (al quale è ispirato l’omonimo film); quest’ultimo è stato chiuso il 29 aprile 2002.

In “quel contesto”, Cuba era una colonia spagnola (fino al 1898 quando ci fu la guerra ispano-americana e fu occupata dagli americani che una volta vinta la guerra, dichiararono l’indipendenza di Cuba. Con ciò, gli Stati Uniti ottennero un territorio nella baia di Guantanamo completamente sotto la loro giurisdizione (protettorato americano).

 

 Soldati e prigionieri

La famosa canzone composta da Joseíto Fernandez prese spunto da un testo tratto da una raccolta di poesie di José Martí Pérez, i “Versos sencillos” (Versi semplici).

Vediamo di sintetizzare la vita del grande Martì Pérez per comprendere pienamente i moti d’animo che sottendono la meravigliosa canzone a lui ispirata.

All’età di quattro anni, si trasferì con la famiglia in Spagna, nella città natìa del padre, per poi far ritorno sull’isola caraibica dopo soli due anni, dove frequentò una scuola pubblica del posto.

Oltre ad essere stato un grande scrittore, poeta e giornalista, Martí fu anche pittore e filosofo. Nel 1867 si iscrisse alla Scuola Professionale per la Pittura e la Scultura de L’Avana per prendere lezioni di disegno. Nel 1869 pubblicò il suo primo testo politico nell’edizione unica del giornale El Diablo Cojuelo. Lo stesso anno pubblicò Abdala, un dramma patriottico in versi, nel monovolume La Patria Libre. Nello stesso anno compose il celebre sonetto 10 de octubre, che fu pubblicato poco più tardi nel giornale della sua scuola.

Nonostante questo successo, nel marzo di quell’anno le autorità coloniali chiusero la scuola ed egli fu costretto a interrompere gli studi. Così, cominciò ad odiare la dominazione spagnola della sua patria. Allo stesso modo, crebbe in lui l’odio per lo schiavismo, che ancora era praticato a Cuba.

Fu arrestato e incarcerato nella prigione nazionale, in seguito ad un’accusa di tradimento formulata dal governo spagnolo. Più di quattro mesi dopo, si assunse la responsabilità dei capi d’accusa e fu condannato a sei anni di reclusione. Col tempo Martí si ammalò e le sue gambe subirono gravi lesioni a causa delle catene che lo cingevano. Fu dunque trasferito dal carcere in un’altra parte di Cuba, nota come Isla de Pinos. In seguito, il governo decise di rimpatriare Martí in Spagna. Lì studiò legge e scrisse articoli sulle ingiustizie del dominio spagnolo a Cuba.

Dopo aver passato qualche tempo in Spagna, completò gli studi, conseguendo le lauree in Giurisprudenza ed in Filosofia e Lettere. In seguito si trasferì in Francia, dove trascorse qualche tempo prima di ritornare segretamente a Cuba sotto falso nome, nel 1877. Non riuscì ad ottenere un impiego finché non accettò un lavoro come professore di storia e letteratura a Città del Guatemala.

Nel 1880 Martí sì trasferì a New York, dove ricoprì il ruolo di console aggiunto per Uruguay, Paraguay e Argentina. Mobilitò la comunità di esiliati cubani, specialmente a Tampa e Key West, in Florida, per mettere in atto la rivoluzione e ottenere l’indipendenza dalla Spagna e, contemporaneamente, opporsi all’annessione di Cuba agli Stati Uniti, come desiderava qualche esponente politico statunitense. A questo scopo fondò anche, nel 1892, il Partito Rivoluzionario Cubano.

Nel 1894 partì con la volontà di approdare a Cuba e lottare direttamente per la rivoluzione, ma fu intercettato in Florida. Convinse il generale rivoluzionario cubano Antonio Maceo Grajales, esule in Costa Rica, a riprendere la lotta contro gli spagnoli a Cuba. Il 25 marzo del 1895 pubblicò il Manifesto di Montecristi, proclamando l’indipendenza cubana e ponendo così fine a tutte le distinzioni giuridiche tra le razze, incoraggiando il contatto con gli spagnoli che non si opponessero all’indipendenza e incitando alla lotta contro chi non approvava la via dell’indipendenza.

L’11 aprile dello stesso anno Martí sbarcò a Cuba con un reparto di esuli ribelli, fra cui il Generalísimo Máximo Gómez. José Martí venne ucciso dalle truppe spagnole durante la battaglia di Dos Ríos del 19 maggio. È sepolto nel Cementerio Santa Efigenia a Santiago di Cuba.

Durante tutto il corso della sua vita, lo scrittore e poeta cubano si oppose al coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra per l’indipendenza di Cuba, riferendosi allo stato americano come al “Golia delle Americhe”. La Guerra ispano-americana iniziò (e terminò) all’incirca tre anni dopo la sua morte (Fonte Wikipedia)

Una semplice canzone che per molti di noi è uno spensierato canto d’amore tipico della cultura latino americana ha invece una lunga storia carica di significati e riferimenti!

Un uomo semplice prima di morire vuole esprimere quello che per lui è più importante: una sofferenza profonda per la schiavitù degli uomini. Ma non serba rancore… coltiva la rosa bianca tutto l’anno, sia per l’amico che per l’impostore.

Guantanamera, una canzone per la libertà e la giustizia sociale.

Testo Canzone

Sono un uomo sincero

Da dove cresce la palma
E prima di morire voglio
Far uscire i versi dalla mia anima.

Il mio verso è di un verde chiaro
E di un rosso acceso,
Il mio verso è un cervo ferito,
Che sul monte cerca riparo.

Coltivo la rosa bianca
In giugno come in gennaio
Per l’amico sincero
Che mi dà la sua mano franca.

E per il crudele che mi strappa
Il cuore con cui vivo
Non coltivo né cardi né ortiche:
Coltivo la rosa bianca.

Io conosco un dispiacere profondo
Tra le pene senza nome:
La schiavitù degli uomini
È la grande pena del mondo.

Con i poveri della terra
Voglio dividere la mia sorte,
Il ruscello della montagna
Mi piace più del mare.

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