FRANCO BATTIATO – GESUITI EUCLIDEI

“Gesuiti euclidei / vestiti come bonzi per entrare a corte degli imperatori / della dinastia dei Ming”.

I Padri Gesuiti cui fa rifermento in una nota canzone il Maestro Franco Battiato, indimenticabile compositore, poeta e filosofo della musica, sono esistiti per davvero.

Fra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, il loro “centro di gravità permanente” l’avevano trovato dall’altra parte del mondo e ad una distanza a quei tempi siderale dalla nostra Penisola, più precisamente nell’Impero Celeste, presso la Cina dei Ming.

Il pioniere e leader carismatico di quello sparuto manipolo di coraggiosi si chiamava “Li Madou”, vestiva con un caffettano di seta nera e portava sul capo il cilindro tipico dei mandarini, nero anch’esso. Si esprimeva in un cinese impeccabile e scriveva lunghe lettere a dimostrazione della sua perfetta padronanza degli ideogrammi, che gli consentiva d’intavolare dotte discussioni filosofiche coi maestri confuciani.

Era però in matematica, astronomia e geografia dove non lo batteva nessuno! Per primo infatti tradusse in cinese gli “Elementi” di Euclide, fino ad allora sconosciuti nell’Impero Celeste. Servendosi poi di una serie di globi in miniatura descrisse ai suoi ospiti il sistema astronomico tolemaico, dimostrando come la terra fosse rotonda e illustrando la rotazione dei corpi celesti, comete comprese.

Grazie alle nozioni apprese in gioventù illustrò le basi del neonato calendario gregoriano, che correggeva le sfasature accumulate nei secoli da quello cinese, ormai evidenti anche ai meno ferrati in materia.

Col suo “Trattato sui Quattro Elementi” confutò le convinzioni cinesi sulla composizione dell’universo. Per Li Madou infatti, chela filosofia greca la conosceva bene, i quattro elementi base erano la terra, l’acqua, il fuoco e l’aria, mentre per i suoi amici cinesi l’acqua, la terra, il fuoco, il legno ed il metallo. Meravigliò tutti infine con la sua abilità nel disegnare mappamondi murali, molto apprezzati in quell’immenso Paese così chiuso a tutto ciò che veniva da fuori.

Solo il suo strano accento, la statura fuori dal comune, la barba fluente e il taglio degli occhi lasciavano intuire che lui non era un mandarino come tutti gli altri.

Nel suo nome infatti “Li” stava per “R”, consonante che notoriamente risulta di pronunzia impossibile per i Cinesi che la trasformano in una “L”, e “Madou” per “M”.

Si trattava insomma della traslitterazione in cinese delle iniziali di Matteo Ricci, il primo europeo a risiedere stabilmente per circa trent’anni nell’Impero Celeste, all’epoca della dinastia Ming.

Nato il 6 ottobre del 1552 a Macerata, dopo aver studiato presso il Collegio Romano ed essere entrato come prete nella Compagnia di Gesù, nel 1578 partì da Roma su ordine di Papa Gregorio XIII per l’Estremo Oriente in compagnia di alcuni confratelli, abbandonando per sempre il Continente Europeo, per fare vela verso la Cina, Paese in cui sarebbe arrivato nel 1582 sbarcando a Macao.

Col capo rasato e indossando una tunica grigia da bonzo buddista il 15 settembre del 1583 insieme al confratello Michele Ruggieri, Padre Matteo si prostrò di fronte al prefetto Wang Pan e nel suo cinese ancora imperfetto implorò quel mandarino che amministrava la regione di Zhaoqing, non lontana da Canton, affinché gli concedesse il permesso di risiedere nel suo Paese, per costruirvi una casa e un tempio dove onorare nel rispetto delle leggi locali “il Signore del Cielo e della Terra”.

Dopo decenni di tentativi andati a vuoto, la prima missione cattolica nella Cina dei Ming era diventata realtà e grazie ad essa sarebbe iniziato uno dei periodi più lunghi e fruttuosi nella storia degli scambi culturali fra due Mondi, l’Occidente cristiano e l’Estremo Oriente prevalentemente confuciano.

Convinto che la curiosità per la cultura occidentale potesse favorire il dialogo e magari la conversione degli intellettuali e poi delle classi popolari, Padre Matteo intraprese un’infaticabile attività di divulgazione scientifica, che lo fece assurgere molto presto al rango di dotto consentendone la metamorfosi da semplice monaco a mandarino, che era poi la più alta posizione nella scala sociale cinese, appena sotto quella dell’Imperatore.

Certo per lui non furono tutte “rose e fiori” perché invidie, gelosie e maldicenze gli procurarono innumerevoli preoccupazioni e dolori, costringendolo anche ad alcune fughe rocambolesche.

A conferma di ciò il nostro scrisse una lettera al fratello Orazio nella quale, all’età di 55 anni, così si descrisse con la consueta ironia: “Io nel vero non posso promettermi molti anni, e già sto bianco tutto, e questi Cinesi si meravigliano che in età non molto provetta io sia sì vecchio, e non sanno che loro sono la causa dei miei cani capelli”.

Quando spirò l’11 maggio del 1610 gli fu tributato l’onore più grande per uno straniero in Cina, quello cioè di ottenere dall’Imperatore un appezzamento di terreno per la propria sepoltura, in una tomba recante l’iscrizione seguente: “A colui che è venuto attratto dalla giustizia ed all’autore di tanti libri. A Li Madou, fratello del Grande Occidente”.

Quella tomba, incredibilmente sopravvissuta alle devastazioni della rivoluzione culturale maoista, si trova ancora là, al centro del parco del Collegio Amministrativo di Pechino, una delle poche oasi di pace e verde pubblico nel centro della capitale cinese.

Accompagna questo scritto il “Ritratto di Matteo Ricci”, dipinto nel 1610 dal cinese fra Emmanuel Pereira (nato Yu Wen-hui), Casa Generalizia della Compagnia di Gesù, Roma.

(P.s. testo di Anselmo Pagani che così desidera ricordare l’appena scomparso Maestro Battiato e Padre Ricci, due campioni dell’integrazione culturale riuscita, dei modi gentili e della discrezione).

 

(Fonte FB Alessandro Barbero – La storia)