GIULIA TOFANA – UNA SERIAL KILLER MOLTO FURBA

Giulia Tofana, la serial killer che nel Seicento liberava le mogli dai mariti indesiderati.

Una serial killer al servizio delle donne. No, non è la protagonista di un film e tantomeno l’eroina di un romanzo, ma una donna realmente vissuta nel XVII secolo. Era italiana e il suo nome era Giulia Tofana.

Fu colei che inventò quella passata alla storia come acqua tofana, un liquido velenoso ampiamente usato nel Seicento, lo stesso che un secolo più tardi secondo Mozart qualcuno stava utilizzando per avvelenarlo.

Un veleno che tantissime mogli infelici acquistarono da lei per liberarsi da mariti violenti e oppressivi senza destare sospetti.

L’acqua tofana, infatti, era inodore, incolore e uccideva lentamente. Insomma, Giulia Tofana aveva creato l’arma per il delitto perfetto.

Ma chi era questa donna, da molte donne considerata una vera e propria paladina della giustizia?

Giulia Tofana nacque a Palermo, probabilmente a cavallo fra il Cinque e il Seicento.

Secondo alcune fonti era una sorta di ‘figlia d’arte’ perché sua madre (per altri, sua zia) era Thofania d’Adamo, giustiziata a Palermo il 12 luglio 1633 con l’accusa di aver avvelenato il marito Francesco.

Orfana e poverissima, Giulia viveva nel malfamato quartiere del Papireto dal quale voleva fuggire e riscattarsi.
E non le fu difficile realizzare il suo desiderio dal momento che, pur non essendo istruita, era una ragazza attraente e molto intelligente.

Dopo aver tentato di sbarcare il lunario prostituendosi, diede la svolta alla propria vita perfezionando quella che verosimilmente era stata una pozione velenosa usata della zia.

Creò così l’acqua tofana (detta anche ‘Manna di San Nicola’ perché contenuta in una boccetta decorata con l’immagine di San Nicola, ingegnoso espediente per non destare sospetti sul reale contenuto della bottiglietta).

Si trattava di un intruglio a base di arsenico, piombo e probabilmente belladonna (sono ignote le esatte dosi di ciascun ingrediente) mischiati in acqua bollente e che uccideva senza lasciare traccia.

Fondamentale era versarne poche gocce al giorno per provocare con il tempo un avvelenamento tale da portare ad una morte apparentemente naturale perché priva di sintomi.

L’acqua tofana fu la svolta per Giulia. Cominciò a vendere la pozione, ufficialmente spacciata per cosmetico femminile prodigioso, e gli affari andarono talmente bene che decise di trascinare con sé in questa avventura ‘imprenditoriale’ pure la figlia (o forse sorella) Girolama Spera.

A lei, infatti, si rivolgevano le donne del tempo prigioniere di un matrimonio infelice dal quale non avevano la possibilità di liberarsi se non con la morte o la vedovanza. E nel Seicento erano tantissime le fanciulle costrette a questa situazione di sudditanza totale al sesso maschile.

Per un po’ tutto filò liscio, ma ben presto sulla sua testa aleggiò l’ombra della Santa Inquisizione: una moglie un po’ sbadata non aveva rispettato le sue indicazioni circa la somministrazione del veleno e il marito, che era sopravvissuto e aveva anche scoperto il tentativo di omicidio, denunciò la Tofana.

La donna, quindi, fuggì da Palermo portandosi dietro la figlia e si rifugiò nella Roma decadente di papa Urbano VIII al seguito del suo amante di turno, tale frate Girolamo.

Nella Capitale prese alloggio in un bell’appartamento alla Lungara nel rione Trastevere, a spese ovviamente dell’amante. Studiò e alla sua estrema bellezza aggiunse, quindi, l’arma della cultura.

Gli anni siciliani passati a vendere veleno sembravano ormai un lontano ricordo, ma ben presto tornarono a bussare alla sua porta.

Tutta colpa di un’amica che le confidò quanto infelice e disperata fosse la sua vita matrimoniale accanto ad un uomo violento. Giulia decisa di aiutarla dandole la sua ‘pozione magica’.

E non le fu difficile reperire gli ingredienti grazie ad un parente speziale del frate amante. Giulia Tofana era ritornata agli affari.

Tantissime erano, infatti, le nobildonne romane imbrigliate in nozze combinate e senza amore che si rivolsero a lei per ‘risolvere il problema’. E lei vendeva la sua acqua soltanto a loro.
Qualche anno dopo, però, la sorte le voltò le spalle.

Ancora una volta la colpa fu di una cliente maldestra (la contessa di Ceri) che, ansiosa di liberarsi del consorte, aveva svuotato l’intera boccetta nella zuppa provocandone la morte immediata e scatenando i sospetti dei parenti del defunto.

Ci volle poco per far confessare la moglie assassina e arrivare, così, a Giulia Tofana che arrestata e torturata confessò di aver venduto veleno sufficiente ad uccidere 600 uomini nella sola Roma fra il 1633 ed il 1651.

Fu condannata a morte e giustiziata a Campo de’ Fiori nel 1659 insieme alla figlia Girolama.

Le mogli che lei aveva accusato furono murate vive a Porta Cavalleggeri nel palazzo dell’Inquisizione.

A dispetto della Santa Inquisizione, la fama di Giulia Tofana quale paladina delle donne sopravvisse alla sua condanna a morte e la sua acqua continuò ad essere prodotta e utilizzata.

Fra il 1666 e il 1676 la marchesa de Brinvilliers se ne servì per avvelenare il padre e due fratelli prima d’essere arrestata e giustiziata. Infine, secondo alcuni studiosi, nel 1789 (due anni prima di morire) Wolfgang Amadeus Mozart, su una panchina del Prater di Vienna, disse alla moglie Costanze Weber “lo so, devo morire, qualcuno mi ha dato dell’acqua tofana”.

(Fonte bit.ly/2ZgAFH3)