IL MOSTRUOSO ED IL MERAVIGLIOSO MEL MEDIOEVO

Il mostruoso ed il meraviglioso nel Medioevo: Umberto Eco alla Bibliothèque Nationale di Parigi.

Luce, proporzione e integrità. Questi secondo Eco i tre canoni della bellezza nel mondo classico. Ma agli albori del Medioevo, nello stesso secolo in cui Boezio parlava di un ordine musicale dell’universo, sorgeva una forma d’immaginazione che oggi definiremmo ‘barocca’ ‘surrealista’ e ‘mostruosa’. Tra il VII e l’VIII secolo, nelle isole britanniche, nel Book of Durrow, nel Book of Lindisfarne e nel Book of Kells (che si trova al Trinity College di Dublino e che ha ispirato Joyce per il suo Finnegan’s Wake) si assiste al proliferare, accanto ai motivi floreali, di animali, di ornamenti intrecciati (il ‘knot’ celtico), di spirali e di figure umane ‘snodabili’ e dai colori sgargianti che violano qualunque criterio di simmetria e di ordine classico. Le pagine diventano lentamente il luogo di una sorta di ‘allucinazione’ fredda in cui ogni elemento richiama a qualcosa d’altro.

“Il Book of Kells – dice Eco – è una fioritura di forme di animali intrecciate e stilizzate, di piccole figure scimmiesche tra un fogliame inestricabile che ricopre pagina dopo pagina, come all’inseguimento dei motivi sempre uguali di un arazzo laddove – in realtà – ogni linea, ogni corimbo, rappresenta un’invenzione diversa(…) Quadrupedi, uccelli, levrieri che giocano col becco di un cigno, inimmaginabili figure umanoidi avvitate come un atleta equestre che con la testa tra le ginocchia si contorce fino a formare une lettera iniziale, esseri malleabili e flessibili come elastici che si introducono in un groviglio di entrelacs, che spingono le loro teste attraverso decorazioni astratte, che si avvinghiano intorno alle lettere iniziali insinuandosi tra le righe”.

Il crollo dell’Impero Romano e l’avvento di una cultura ‘gotica’ e ‘barbarica’ trasformano l’immaginario. Già Quintiliano, nel suo Institutio Oratoria, aveva ammonito ricordando che lo stile perfetto deve dare “magna non nimia, sublimia non abrupta, fortia non temeraria, severa non tristia, gravia non tardia, laeta non luxuriosa, iucunda non dissoluta, grandia non tumida”. Ma tra VII ed il X secolo si sviluppa in Spagna, nelle isole britanniche e in misura minore in Gallia, la cosiddetta ‘estetica hisperica’ che coinvolge l’arte e la letteratura. La tradizione classica latina aveva già condannato lo stile detto ‘asiano’ (e in seguito ‘africano’) in opposizione alla purezza dello stile ‘attico’. Nello stile asiano si manifestava ciò che la retorica antica chiamava il ‘κακοζελον’ (Kakozelon) o ‘mala affectatio’ che faceva inorridire San Girolamo e che lo spinse a scagliare un’invettiva contro i ‘barbari’ che la adoperavano: “Scriptorum tanta barbariae est tantis vitiis spurcissimis sermo confusus ut nec qui loquantur nec quibus argumentis velit probare quod loquitur, potuerim intelligere(…)Quo sunt haec portenta verborum?”

Nessuno insomma riesce a comprenderci granché in questa nuova stregoneria di parole. E quelli che per la tradizione classica erano vizi diventano improvvisamente virtù. L’estetica isperica non ubbidisce più alle regole basilari della sintassi e della retorica tradizionali ma produce ‘mostri lessicali’, elenchi che si susseguono e si moltiplicano con contorcimenti manieristici della lingua. Adelmo di Malmesbury ad esempio si diverte a costruire catene d’alliterazioni (frasi dove ogni parola inizia con la stessa lettera) facendosi beffe di ciò che il mondo classico avrebbe giudicato come ‘cacofonico’: “Primitus pantorum procerum praetorumque pio potissimum paternoque praesertim privilegio panegyricum poemataque passim prosatori sub polo promulgantes(…)” Il lessico si arricchisce di ibridi, di ellenismi, di termini ebraici e di crittogrammi. L’estetica isperica, capovolgendo l’ideale classico di chiarezza e di ordine sviluppera la complessità, la sproporzione, la ridondanza e l’oscurità, privilegierà le figure retoriche come l’epiteto o la perifrasi, esalterà il mostruoso, il gigantesco, il portentoso.

I monaci irlandesi che giunsero per cristianizzare il continente sembravano portare dunque nel loro linguaggio e nelle immagini miniate nei codici la ‘cultura del meraviglioso’ dei loro confratelli che avevano seguito le peregrinazini di San Brandano attraverso mari e terre sconosciute, tra fontane miracolose, alberi del paradiso, colonne di cristallo in mezzo al mare, pesci così grandi da poterci sbarcare credendoli isole, un Giuda incatenato su di uno scoglio e tormentato dai flutti marini. Fu in questo contesto che apparve – tra il VII ed il IX secolo e molto probabilmente nelle isole britanniche – il “Liber Monstrorum de Diversis Generibus” in cui, tra le altre, sono descritte le infinte razze di mostruose belve acquatiche che popolano i mari. Nell’ “Hisperica Famina”, un poema irlandese della fine del VI secolo, per definire le onde marine appaiono aggettivi metaforici come ‘astriferus’ o ‘glaucicomus’ nonchè neologismi come ‘pectoreus’, ‘placoreus’, ‘sonoreus’, ‘alboreus’, ‘propriferus’, ‘flammiger’, ‘gaudifluus’. Queste stesse invenzioni lessicali saranno lodate nel VII secolo da Virgilio Grammatico nelle sue Epitomi e nelle sue Epistole. Curiosamente l’autore cita come esempio brani di Cicerone e di Virgilio (quello dell’Eneide) brani che però non furono scritti dai medesimi ma inventati di sana pianta da Virgilio Grammatico e da altri autori i quali avevano subìto influenze irlandesi, visigote, celtiche e perfino ebraiche.

Nelle Epitome Virgilio Grammatico sostiene che ci sono dodici specie di lingua latina e che il fuoco può avervi diversi nomi: ‘ignis’, ‘quoquinhabin’, ’ardon’,’calax’, ’spiridon’, ‘rusin’, ‘fragon’, ‘fumaton’, ‘ustrax’, ‘vitius’, ‘siluleus’, ‘aeneon’. In quest’universo linguistico barocco la battaglia si chiama ‘praelium’ perchè avviene sul mare (detto praelum perchè per la sua immensità ha il primato o ‘praelatum’ del meraviglioso), la geometria è un’arte che tratta delle virtù delle piante (ed è per questo che i medici vengono chiamati geometri) e si dice che Galbungus e Terrentius stettero a disputare per quattordici giorni e quattordici notti sul vocativo di ‘ego’ in quanto si trattava di stabilire in che modo si possa rivolgersi enfaticamente a se stesso (“oh io, ho fatto bene?” “O egone, recte feci?”)

Ma nel Medioevo il ‘mostruoso’ non si poneva semplicemente in antitesi col bello ma attraverso l’arte si rendeva non solo accettabile ma perfino affascinante. E’ ciò che sostiene San Bonaventura quando afferma parossisticamente che l’immagine del diavolo è bella quando rappresenta bene la bruttezza del diavolo. Il mistico San Bernardo – acerrimo nemico dell’amore provato dai suoi confratelli per gli ornamenti delle chiese – si scatena contro i numerosi mostri che vi appaiono ma nella sua descrizione sembra cedere al fascino di queste mirabili invenzioni che appartengono al dominio del ‘meraviglioso’.

L’Occidente medievale fu affascinato dal meraviglioso, dalle ‘mirabilia’, ciò che più tardi sarà definito ‘esotico. Creature d’ogni tipo popolano le facciate delle cattedrali gotiche e le miniature. Uomini a quattro gambe, grifoni, unicorni, chimere, cinocefali, draghi, manticore, sirene, androgini, fauni, mandragore, uomini a sei dita, donne dai denti di cinghiale ed altre specie di creature che ritroviamo fino agli incunaboli della fine del XV secolo (come la Cronaca di Norimberga). Nei libri di preghiere, accanto alle immagini floreali e dei santi, sorgono scimmie ed altre mostruose creature. Nascono i bestiari – rappresentazione artistica e fantastica del mostruoso – che derivano quasi tutti da una compilazione alessandrina del II secolo d.C., il “Physiologus”. L’autore, sconosciuto, cerca di associare un significato cristiano ad ogni animale, reale o immaginario. Tradotto in latino già a partire del IV secolo, il “Physiologus” influenzò in maniera determinante tutto l’Occidente cristiano fino alle compilazioni scientifiche del XVI e XVII secolo.

Anche nella Bibbia si trovano numerose figure mostruose come il Leviatano, pesce gigantesco, Behemot, un incrocio tra un dinosauro ed un mammuth, e i cherubini descritti da Ezechiele – uno dalle fattezze umane, uno di bue, uno di aquila e uno di leone – che erano provvisti di quattro ali, piedi di vitello e mani umane. Nell’Apocalisse esistono animali pieni di occhi e con sei ali ed il famoso drago contro il quale lottò l’arcangelo Michele (splendidamente rappresentate nel commentario del Beato di Liebana). Il termine latino ‘monstrum’ stesso stava ad indicare un segno divino, un prodigio e deriva dal verbo ‘monere’, avvisare, ammonire. Il mostro, nel significato originario, è il manifestarsi di qualche cosa di straordinario, di divino, che viola le leggi della natura e costituisce un avvertimento per l’uomo.

Ma Isidoro di Siviglia, nelle Etymologiae, riprende la concezione agostiniana del mostro come fenomeno naturale: il ‘portento’ non è un evento ‘contra naturam’ ma fa parte del disegno divino. Il mondo, dirà Ugo di San Vittore, è un immenso ‘liber scriptus digito Dei’. Tutto dunque, anche il meraviglioso, è stato posto da Dio per istruirci su qualcosa. Come recita il ‘Rhytmus alter’ attribuito ad Alano di Lilla: “Omnis mundi creatura/ quasi liber, et pictura/ nobist est, et speculum/ nostre vitae, nostrae mortis/ nostri status, nostrae sortis/ fidele signaculum.

(Fonte bit.ly/30eLD0r)