‘IL MONELLO ‘di CHARLIE CHAPLIN : SORRISI E LACRIME

21 gennaio 1921

Esattamente cento anni fa fu mandata la prima proiezione di un immenso capolavoro senza tempo ed il mondo conobbe il film “Il monello” di Charlie Chaplin.
Fu il suo primo lungometraggio, la cui lavorazione durò 18 mesi.

Tra le tante transizioni e trasformazioni che segnarono la carriera di Charlie Chaplin, nessuna fu importante quanto quella che coincise con la realizzazione del Monello.
Nel 1914, durante il periodo trascorso ai Keystone Studios di Mack Sennett, Chaplin aveva già cominciato a dirigere se stesso. In pochi anni la durata dei suoi film passò da trenta minuti scarsi a un’ora abbondante.
Il monello, uscito nel 1921, era il suo film più lungo. Vita da cani e Charlot soldato, entrambi del 1918, avevano già superato la forma breve dei cortometraggi precedenti, ma Il monello fu il primo vero lungometraggio di Chaplin, in sei rulli (originariamente più di un’ora) e con una struttura drammatica innovativa. Il monello inserisce il personaggio di Charlot nella vicenda drammatica della Donna (interpretata da Edna Purviance), che abbandona il figlio illegittimo condannandosi a una vita di rimorsi e sensi di colpa.

All’ampliarsi del respiro drammatico dei film di Chaplin corrispondeva un nuovo stato d’animo. Anche se il lato malinconico e sentimentale era già emerso agli inizi della sua carriera cinematografica (possiamo probabilmente farne risalire la prima apparizione al finale di Il Vagabondo, del 1915), fu con Il monello che Chaplin adottò un approccio decisamente emotivo. “Un film con un sorriso – e, forse, una lacrima”, recita la prima Charlot e il monello in uno degli abbracci più celebri della storia del cinema didascalia. Ed è qui che affonda le sue radici questa commistione, questo sguardo aggraziato in bilico tra risata e dolore, che caratterizzerà tutta la produzione successiva di Chaplin. Secondo alcuni critici, questa nuova intensità emotiva affranca l’arte di Chaplin dalle sue radici slapstick. Secondo altri, essa finisce per corrompere quella fonte inesauribile di comicità disordinata trasformando il genio anarchico del cinema in un clown sentimentale. La verità è che Il monello mostra fino a che punto lo slapstick irriverente di Chaplin s’intrecci al sentimento. E più che rendere Charlot accettabile ai gusti borghesi dell’epoca, la nuova estensione emotiva di Chaplin pone le basi del suo fascino senza tempo.
Quando Chaplin intraprese la realizzazione del Monello furono in molti a metterlo in guardia: slapstick e sentimentalismo non erano fatti per mescolarsi, e la comica non sarebbe stata in grado di reggere la durata di un lungometraggio. Il successo del Monello li smentì, anche se il film resta pericolosamente in bilico tra l’originalità di una straordinaria commedia e la prevedibilità forse eccessiva di un melodramma materno. Ma la trama antiquata permise a Chaplin di fondare la sua commedia, anziché sul semplice burlesque, su una più profonda indagine delle emozioni elementari indotte dalla separazione e dall’abbandono. La sua adesione al melodramma non poggiava più sulle parodie keystoniane popolate da cattivoni con baffi e cappello a cilindro dediti alla persecuzione di fanciulle innocenti, ma sui sentimenti autentici di una famiglia separata e poi reinventata, e di un bambino che sperimenta la paura dell’abbandono e il bisogno di armonia e di sicurezza.
Spesso la critica ha chiamato in causa gli aspetti autobiografici del Monello, che indubbiamente contribuirono alla credibilità psicologica del film. L’infanzia di Chaplin e del fratello Sydney era stata segnata dall’assenza del padre, dalla malattia mentale della madre e dai periodi trascorsi fra collegi e orfanotrofi. I due fratelli strinsero un profondo legame affettivo destinato a durare per tutta la vita. E poco prima che iniziasse la lavorazione del Monellola giovanissima moglie di Chaplin, Mildred Harris, diede alla luce un bambino malformato che sopravvisse solo tre giorni. I dettagli personali possono fornire un contesto, ma non esauriscono l’interpretazione. Se Il monello risponde alle tragedie private di Chaplin, lo fa sostituendo ad esse un dramma umano che trova riscatto e salvezza nella creazione di un profondo legame affettivo. L’orrore dell’abbandono e la commovente vulnerabilità di un bambino in un mondo ostile costituiscono lo sfondo cupo e tragico sul quale spicca questa visione. Lungi dal negare l’orrore, Chaplin ha imparato dal melodramma che le difficoltà si superano e si sconfiggono. E il suo modo di sconfiggere l’orrore è trasformarlo, tramutando la disperazione in una serie di gag.
La reazione del Vagabondo al ritrovamento del bambino è totalmente antisentimentale: dopo aver tentato di abbandonare il fagottino accanto a un bidone dei rifiuti e di rifilarlo a una madre ignara, medita infine di gettarlo in un tombino. Le risate suscitate da questi gesti svelano il lato nero dell’umorismo, la sua predilezione per le soluzioni proibite e il suo tacito riconoscimento della crudeltà della vita. I dettagli della viuzza sudicia e delle misere case popolari rafforzano la durezza spietata di queste scene. Ma in mezzo a tanta disperazione il Vagabondo trova la capacità di proteggere una creatura indifesa, ed è questo il colpo di genio di Chaplin. Dopo aver letto il biglietto supplicante lasciato dalla madre, Charlot comprende la situazione di assoluto bisogno del bambino e, con una scrollata di spalle, si assume i doveri della paternità.
Chaplin mette in risalto la forza di un legame famigliare non tradizionale e di una casa tutta inventata, dando origine a un tema – quello delle famiglie improvvisate – destinato a ricorrere nel cinema americano, da Gioventù bruciata a Boogie Nights.

(Tom Gunning)