SCHWA

SCHWA (si legge SCEVÀ)

La lingua è lo specchio della società. Quella parlata, e ancor più quella scritta, che ci mette sempre un po’ a codificare le abitudini della comunicazione orale.
Ma funziona anche il contrario, qualche volta.

Così la notizia che Apple abbia inserito lo schwa nella tastiera di iOS 15 pare cosa di poco conto, e invece a suo modo è un cambiamento epocale.

Si può invocare finché si vuole la correttezza di genere, chiamare in causa linguisti e filosofi del linguaggio, ma se per trovare lo schwa ci vogliono acrobazie sulla tastiera, è facile prevedere che a usarla saranno in pochi o poche.

Invece, da qualche giorno, con l’aggiornamento a iOS 15, chi ha un iPad o un iPhone la trova sotto la lettera “e”, come le altre lettere accentate.

In linguistica e fonologia, col termine scevà (dal tedesco Schwa, a sua volta dall’ebraico shĕwā) si designa una vocale centrale media, che nell’alfabeto fonetico internazionale viene indicata con il simbolo /ə/.

Il simbolo AFI per lo scevà

Etimologia

Il termine scevà è un adattamento del tedesco Schwa(AFI: [ʃva]), il quale a sua volta deriva dalla parola ebraicaשווא (šěwā’, /ʃəˈwaːʔ/) che può essere tradotta come “insignificante”. Si riferisce a un particolare niqqud, un segno vocalico dell’alfabeto ebraico, scritto con due punti verticali al di sotto delle consonanti. Può indicare sia una vocale debole (come lo Schwa), sia l’assenza totale di una vocale. Fonologicamente queste due letture in ebraico vengono considerate equivalenti.

Lo scevà nelle lingue

In inglese

Lo scevà è il suono vocalico più diffuso nella lingua inglese; molti grafemi e di- o trigrammi vengono infatti resi con un suono vocalico centrale medio. Alcuni esempi: apart, supply, taken, pencil, reckon, circus, righteous, e, nelle varietà non rotiche, anche liar, dinner, favour. In alcune varietà della lingua, specialmente nell’inglese americano, esiste una versione rotica di questa vocale, che si indica con questo simbolo: [ɚ] (p. es. better). In altre varietà rotiche si può invece avere una sequenza di scevà + /r/ in parole come liar, dinner e favour.

In Italia

Tra le lingue parlate in Italia, l’idioma romanzo in cui è frequente lo scevà è la lingua napoletana, alla quale in qualche misura si ricollegano molti dei dialetti italiani meridionali intermedi: ad esempio, nella sola parola mammeta (“tua madre”) ve ne sono due, una nella seconda sillaba e una nella terza (e ultima), mentre nella parola stənnəturə (“stenditore per la pasta fatta in casa”) tutte le vocali, ad eccezione di quella tonica (la terza), sono rappresentate da scevà. Nel dialetto apulo-barese e in quello lucano la frequenza dello scevà diminuisce via via che si avvicina al confine linguistico con i dialetti meridionali estremi, in cui esso è assente.

Lo scevà è presente anche nella lingua piemontese. In Piemonte è detto anche terza vocale poiché essa, aggiungendosi alle due vocali tipiche delle lingue gallo-italiche dell’Italia Settentrionale – /ø/ ed /y/ (ö, ü) – lo differenzia dal resto della famiglia linguistica galloitalica e dal francoprovenzale. La pronuncia dello scevà in piemontese ha comunque una certa variabilità; a seconda delle parlate locali, in alcuni casi può essere pronunciata come [ɐ] . Lo scevà in piemontese è presente negli articoli e nelle preposizioni ad es. ël /əl/(“il”), ëd /əd/ (“di”), ma anche in parole polisillabiche, casi in cui lo scevà può essere tonico, ed è sempre seguito da una doppia consonante ad es. fëtta /ˈfətːa/ (“fetta”), përché /pərˈkɛ/ (“perché”). Dal piemontese si estende tuttavia alle varietà occidentali dell’emiliano (tortonese, oltrepadano, pavese e piacentino). In pavese le a e le eatone acquisiscono il suono scevà leggermente più aperto che hanno in catalano, ma questo ricorre anche in diverse sillabe accentate (si indica con ä o ë, a seconda dell’etimo) e si presenta anche in versione nasalizzata, ad esempio nella parola tänt (“tanto”).

Altre lingue

In molte lingue lo scevà è atono. In bulgaro e afrikaanspossano trovarsi scevà accentati. Molte lingue caucasiche e alcune lingue uraliche (per esempio anche il komi) utilizzano lo scevà fonetico ed è possibile trovare gli scevà accentati. Nello sloveno questo suono è spesso accentato quando supporta la erre vocalica (cioè dove la erre fa le veci di una vocale), ad esempio nei monosillabi (grd /gərd/ brutto, prst /pərst/ dito), ma non solo (drzen/dərzen/ ardito, trnek /tərnek/ amo), Brda /bərda/Collio); interessante la parola srce (cuore), dove l’accento cade sulla “e” per cui lo scevà è atono, ma nei diminutivi srčece e srček l’accento è sulla “r”, dunque sullo scevà. Nella lingua olandese, la vocale del suffisso -lijk, come in waarschijnlijk (probabilmente) è pronunciata come uno scevà. Nei dialetti catalani, includendo la varietà della lingua standard situata nel dialetto parlato all’interno e nei dintorni di Barcellona, una “a” o una “e” atone sono pronunciate come uno scevà leggermente più aperto (chiamato “vocale neutra”). Nei dialetti catalani parlati nelle isole Baleari, può capitare uno scevà accentato. In albanese (ove può essere accentato quando deriva da vocali nasali gheghe, come nella parola “bëj”, o in parole composte col suffisso turco “llëk”, come in “budallallëk”) e in rumeno (ove pure può essere accentato) è scritto rispettivamente “ë” e “ă” .

Alcune lingue hanno un suono simile ma diverso. Ad esempio, lo scevà è simile alla e atona breve del francese, che però in questa lingua è arrotondata e meno centrale, più come un’aperta-centrale o vocale chiusa-centrale anteriore arrotondata.

Lo scevà in linguistica

Il termine scevà è usato anche per vocali di qualità indefinita (piuttosto che suoni naturali) nella ricostruzione dell’indoeuropeo. Si osservò che, mentre nella maggior parte dei casi a in latino e nel greco classico corrisponde alla a nel sanscrito, ci sono casi in cui il sanscrito presenta una i là dove in latino e in greco vi è una a, ad esempio pitar (sanscrito) rispetto a pater (latino e greco antico). L’ipotesi di questo “scevà indoeuropeo” si evolse poi nella teoria delle laringali. La maggior parte degli studiosi di indeuropeistica ora postulano tre differenti fonemi piuttosto che un singolo e indistinto scevà. Altri studiosi ne ipotizzano ancora di più, per spiegare ulteriori problemi nel sistema delle vocali proto-indoeuropeo. La maggior parte delle ricostruzioni di *-ə- nella letteratura più antica corrisponderebbero a *-h2– nella notazione contemporanea.(Fonte Wikipedia)