FIGURE GRAMMATICALI

Nell’ambito delle figure retoriche, si distinguono le figure grammaticali (o sintattiche), poiché ne rappresentano – in un certo senso – l’aspetto più dimesso, meno in contrasto con le regole e le consuetudini linguistiche, pur discostandosi dai costrutti regolari per ravvivare e rendere più colorita la prosa.
Mentre le figure retoriche riguardano in particolare lo stile o, come si dice, la retorica del discorso, le figure grammaticali riguardano più semplicemente la grammatica e la sintassi e si concretizzano con irregolarità commesse di proposito.

Le principali figure grammaticali sono:

  • L’anacoluto è una vera e propria sgrammaticatura che consiste nel cominciare un periodo in un modo e finirlo diversamente, cambiando soggetto o introducendo un soggetto che resta poi senza verbo. Un caso insigne è il verso del Leopardi: “Nostra vita a che val? solo a spregiarla”. Qui il soggetto e l’oggetto formano un tutt’uno: La nostra vita vale solo a spregiare la nostra vita.
    Altri esempi illustri li troviamo nel Manzoni: “Quelli che muoiono, bisogna pregare Iddio per loro”. E ancora: “Lei sa che noi altre monache, ci piace di sentir le storie per minuto”.
  • L’anafora consiste nella ripetizione, all’inizio di un verso o di una proposizione, della parola o dell’espressione con la quale comincia il verso o la proposizione principale: “Non s’accorge il meschin che quivi è Amore, Non s’accorge che Amor lì drento è armato” (Poliziano), “è lui che ha causato il danno, è lui che deve pagare“.
  • L’anastrofe è l’anticipazione o la posticipazione di un elemento della frase rispetto alla consueta struttura sintattica: “La bocca sollevò dal fiero pasto / quel peccator” (Dante Alighieri), “all’opre femminili intenta / sedevi” (Giacomo Leopardi).
  • L’asindeto consiste nel coordinare vari elementi di una proposizione (?) o varie proposizioni tra loro senza alcuna congiunzione (?), ma per mezzo di virgole (?). Ciò viene fatto per conferire maggiore speditezza all’enumerazione: ad esempio, Vidi carri, cannoni, cavalli, soldati, armi, tutto in scompiglio.
    Oggi è frequente anche il caso di una enumerazione senza neppure la virgola: ad esempio, Sul campo di battaglia si vedevano cadaveri rottami automezzi fuochi fumo.
  • Il chiasmo si determina con la disposizione incrociata di due espressioni che, sintatticamente e semanticamente, sono parallele. Affinché ci sia un chiasmo, occorrono 4 termini che si richiamano a 2 a 2, secondo una schema del tipo ABBA: “Le donne (A), i cavalier (B), l’arme (B), gli amori (A).
  • L’ellissi consiste nell’omettere qualche parte del discorso, che si può facilmente sottintendere: ad esempio, Lo dissi alla moglie (manca il soggetto: io); Ed io a lui (manca il predicato: dissi); Gliene diedi tante (manca la parola bòtte).
    La proposizione mancante del soggetto si dice ellittica del soggettto; quella senza predicato ellittica del predicato.
  • L’enallage consiste nell’usare una parte del discorso diversa da quella che si dovrebbe regolarmente adoperare: ad esempio, Ogni colpo è morte (si usa un nome per significare l’aggettivo “mortale“); Ammiriamo il bello (si usa un aggettivo per significare il nome “bellezza“); Parla chiaro (si usa l’aggettivo per sottindendere l’avverbio “chiaramente“); Poco mancò che non rimasi ferito (si usa il verbo al modo indicativo per esprimere il congiuntivo “rimanessi“).
  • L’enjambement consiste nella interruzione alla fine del verso di due elementi uniti nella metrica e nella sintassi (cioè nel significato). Il senso della frase si prolunga nel verso successivo, anziché concludersi in modo naturale. Ad esempio, il soggetto viene separato dal verbo; l’articolo dal sostantivo; l’aggettivo dal sostantivo; il verbo dal suo complemento: “Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie.” (Giuseppe Ungaretti); “Vagar mi fai co’ miei pensieri su l’orme / che vanno al nulla eterno; e intanto fugge / questo reo tempo, e van con lui le torme / delle cure onde meco egli si strugge.” (Ugo Foscolo).
  • L’iperbato consiste nell’invertire esageratamente la costruzione, per dare maggiore evidenza ad una parte del discorso rispetto all’altra. Per certi aspetti, l’iperbato può assumere la forma dell’anacoluto, dell’ipallage, o dell’anastrofe: ad esempio, “O belle agli occhi miei tende latine” (Tasso); “Tu dell’inutil vita,/ estremo unico fior” (Carducci); “mille di fiori al ciel mandano incensi” (Foscolo). L’iperbato è usato soprattutto in poesia.
  • Il pleonasmo consiste nell’usare una o più parole, non necessarie dal punto di vista grammaticale o concettuale, per dare maggior colore e risalto all’espressione. E’ molto frequente nell’uso familiare e parlato; esso si può trovare anche nella lingua letteraria e non implica di per sé una violazione di regole grammaticali: ad esempio, A me mi piace; E che m’importa, a me? Scendi giù o sali su.
  • Il polisindeto consiste nell’adoperare la congiunzione dinanzi ad ogni elemento, frase o semplice parola che si vuole coordinare. Si usa per dare meglio l’impressione della gran quantità di cose enumerate o del loro immediato susseguirsi: ad esempio, “E mangia e beve e dorme e veste panni” (Dante); “si spandea lungo ne’ campi di falangi un tumulto e un suon di tube, e un incalzar di cavalli accorrenti scalpitanti su gli elmi a’ moribondi, e pianto, ed inni, e delle Parche, il canto.” (Foscolo).
  • La sillèssi o sillèpsi (detta anche costruzione a senso) consiste nel non accordare nel numero il verbo con il suo soggetto: ad esempio, La gente dicevano; “gente di molto valore conobbi che in quel limbo eran sospesi” (Dante). Antiquata è la sillessi di relazione, in cui si accorda un verbo o un pronome con una parola non compresa nel discorso, ma facilmente deducibile: ad esempio, Non giocate, nel quale l’animo conviene che si turbi (nel quale si riferisce a gioco che è indicato solo con il verbo: giocate).
  • Lo zeugma consiste nel far dipendere da un unico predicato due complementi o due costrutti diversi, uno solo dei quali si adatta a quel predicato, come nel noto verso dantesco: “Parlare e lagrimar vedraimi insieme” (Inferno XXXIII, 9), dove vedrai si adatta solo a lagrimar, e non a parlare.

 

(Fonte bit.ly/2QsS3XX)