LA PAURA DEL PRETE CANE

Un Mirabolante racconto : “La paura del prete cane”

Tra frati cacciatori di demoni e non morti, vi presento il mirabolante racconto del XII secolo sul “prete-cane” (hundeprest o hound priest)

In una delle fosse del cimitero medievale di San Michele, ad Alghero, è stato ritrovato lo scheletro di una donna morta di peste.

Assieme a lei molti altri corpi, tutti presumibilmente colpiti dal morbo che nel Cinquecento dilagò per la città; tuttavia, nonostante l’ampio campionario funebre, l’attenzione degli archeologi si è rivolta a quel singolo mucchietto d’ossa femminili, imprigionate sottoterra per l’eternità: la donna infatti portava un massiccio collare di ferro, ad oggi l’unico ritrovato in tutto il territorio.

Le ipotesi

Una delle ipotesi che hanno formulato gli esperti vede il collare come rimedio taumaturgico attribuibile a San Vicinio, il santo che esorcizzava i fedeli apponendo una catena al collo.

Un’altra ipotesi, certamente più macabra, vede il collare di ferro semplicemente per quello che è: uno strumento utile a imprigionare il corpo e tenerlo bloccato sottoterra; metodo alquanto pragmatico, come avrete già intuito, per impedire il ritorno dei morti.

A Venezia, sull’isola del Lazzaretto Nuovo, in un cimitero cinquecentesco stracolmo di morti di peste, un altro ritrovamento ha sorpreso gli archeologi.

Questa volta non un collare, ma un mattone, ficcato a forza tra i denti del cadavere, ancora una volta di donna, ancora una volta per impedire qualcosa: che ella utilizzasse la mandibola per mordere il sudario, uscire dalla tomba e vagare trai vivi in cerca di carne, spargendo il morbo per la città.

La paura del ritorno dei morti è frequente in tutte le epoche.

Il concetto stesso di resurrezione è uno dei principi fondanti della religione più diffusa al mondo, il Cristianesimo, che ruota attorno alla figura di Gesù Cristo e al suo sacrificio per la salvezza dell’umanità intera. Ma non solo.

Nella Bibbia sono presenti altri personaggi in grado di riportare in vita i morti, come la strega di Endor (da cui deriva la figura dell’ancor più terribile necromante Erictho), e gli apostoli stessi, che secondo il vangelo di Matteo sono in grado di emulare i miracoli di Cristo, compresa la capacità di favorire il ritorno dei morti.

Tuttavia l’accezione positiva della religione cristiana sul tema non sempre è riuscita a scalzare le reminiscenze culturali pagane e le stesse superstizioni che si nascondevano in seno alla nuova religione.

In Irlanda, nel 700, due uomini furono seppelliti alla stessa maniera della donna veneziana, ma con una grossa pietra fra i denti, ficcata così violentemente da provocare la lussazione della mandibola.

Si pensa che il rimedio fosse stato messo in atto dando seguito al folclore irlandese e alla credenza dei revenant, i ritornanti: morti che risorgono dalle tombe per tormentare i vivi. Superstizioni che neppure la dottrina cristiana ben radicata nell’isola era riuscita a estirpare. Da quel momento le leggende sui morti viventi non smisero mai di diffondersi.

Fra le varie storie horror medievali a tema “ritorno dei morti” emergono i racconti di Guglielmo di Newburgh, che nel XII secolo descrisse nero su bianco i macabri accadimenti che scossero lo Yorkshire, tra omicidi e cadaveri venuti dal sottosuolo.

Una delle più interessanti ha come protagonista un cappellano poco rispettoso per l’ordine sacro di cui faceva parte, legato ai vizi e ai piaceri terreni, e in particolare alla caccia; amava così tanto cacciare da essere soprannominato prete cane (hundeprest, da Hound-priest o dog priest).

Quando morì venne seppellito al monastero di Melrose, vicino al castello di cui era cappellano, ma fu una sistemazione alquanto provvisoria.

Poiché una notte il prete cane uscì dalla tomba, ritto sulle sue gambe, attraversò il monastero con forti gemiti e orribili mormorii e si spinse fino al castello, nei pressi della camera della signora, pronto a dare inizio a una nuova battuta di caccia…

La castellana avvertì la presenza del prete fuori dalla porta e si chiuse dentro a chiave. Barricò l’entrata sigillandosi in camera, da sola, per ore e ore, finché non si fece giorno. Le luci dell’alba rischiararono il castello e i lamenti demoniaci cessarono: il cadavere del prete non si scorgeva più da nessuna parte. Era salva. Per il momento.

La signora corse fino al monastero e rivelò le sue paure ai sant’uomini, chiedendo in lacrime di essere aiutata: aveva capito di essere divenuta la preda di un cacciatore dell’Oltretomba.

I frati erano soliti ricevere parecchie donazioni dalla signora con cui piamente e giustamente simpatizzavano, quindi giurarono di sistemare la faccenda, con le buone o le cattive.

Due frati tra i più agguerriti del monastero e due uomini tra i più forti della comunità si accamparono nel cimitero, fra le croci di pietra, armati di spade e asce. La loro missione era di ricacciare il prete cane sottoterra qualora decidesse di risorgere proprio davanti ai loro occhi. E di farlo a pezzi.

Attesero a lungo, al freddo e al buio, ma non accadde niente. La notte era oscura, la voglia di tornarsene a casa al calduccio molta, e quando giunse mezzanotte i due villani cedettero alla stanchezza: imbracciarono le armi e si avviarono verso casa, lontano dal monastero. Forse il prete cane non morto era un’invenzione della signora, preda di pazzie notturne o di chissà quali incubi.

Perfino uno dei due frati decise di abbandonare la missione, poiché non vedeva alcun motivo di starsene ancora là fuori. S’afferrò la tonaca tutto infreddolito e se ne tornò nel monastero, a dormire.

Ed ecco che nel cimitero ci rimase un solo frate a far la guardia, seduto sull’erba, con la schiena poggiata a una lapide e l’ascia stretta fra le braccia; di certo l’ultimo luogo in cui avrebbe voluto trovarsi in quel momento. Ma l’attesa stava ormai per finire. Strani rumori cominciarono a diffondersi nel buio, in direzione della tomba.

Una voragine si aprì nel terreno e un cadavere emerse in tutta la sua putredine: il prete cane era risorto.

Il non morto lanciò orribili gemiti e si lanciò all’assalto in mezzo alle croci, precipitandosi verso la sua nuova preda. Il frate scattò in piedi, terrorizzato: abbandonato dai compagni e ora si ritrovava a fronteggiare la minaccia dall’Oltretomba con le sue sole forze.

Nonostante la strizza però, riuscì a mantenere il controllo di sé e non appena il morto fu vicino gli mollò un colpo d’ascia in pieno petto.

Il non morto gemette forte, devastato dall’orrenda ferita. Si fermò e fece qualcosa che nessuno si aspetterebbe (neppure io che sto scrivendo l’articolo): cominciò a fuggire. Il frate cacciatore di demoni allora venne scosso da un impeto d’inarrestabile eroismo e si lanciò al suo inseguimento per tutto il cimitero. Voleva menarlo ancora. E più forte.

Il morto s’infilò nella tomba e la terra si richiuse subito al suo passaggio. I compagni del frate giunsero poco dopo, attirati dal trambusto e dalle grida. Il frate spiegò loro cos’era appena successo e tutti insieme si misero a scavare per tirar fuori quel cadavere maledetto.

Scavarono tutta la notte, fino al sorgere del sole. E quando finalmente raggiunsero il corpo, lo trovarono immobile con una grande ferita in petto e una grande quantità di sangue sul fondo della fossa. Ormai era chiaro che per porre fine al maleficio avrebbero dovuto usare le maniere forti: distruggere il prete cane.

Lo trascinarono oltre le mura del monastero e lo bruciarono, poi raccolsero le ceneri e le sparsero al vento.

Da quel momento nessuno seppe più del prete cane e la signora del castello non ricevette più alcuna visita da parte dei morti.

(Fonte Quora Gaetano Antonio Riotto)