GUSTAVO ROL – L’ULTIMO MAGO

Gustavo Rol, l’ultimo mago amato e temuto dai potenti (Agnelli ne era terrorizzato)

Gianni Agnelli non voleva assolutamente che Cesare Romiti, l’amministratore delegato della “sua” Fiat, frequentasse il salotto di Gustavo Rol.

È stato lo stesso Romiti a raccontarlo: «Mi diceva sempre: “Romiti, non ci vada!”. Ne era terrorizzato da quando a Venezia aveva sentito Rol raccomandare a un amico comune di non prendere l’aereo per Roma. Quell’aereo cadde, l’amico morì. Io però a casa di Rol trovavo Marcello Mastroianni e Federico Fellini che pendevano dalle sue labbra».

E una sera pure Romiti rimase perlomeno turbato: «Rol mi fece scegliere un foglio bianco tra tanti, su cui apparve un testo pieno di informazioni riservate e di consigli sulla Fiat. Conoscevo la grafia di Valletta. Era senza dubbio la sua. Mistero o trucco? Me lo sono sempre chiesto, non l’ho mai capito».

I torinesi sono inquadrati, strutturati: militari, operai, comunisti, preti sociali. Già nel 1857, ben prima della fondazione della Fiat, Herman Melville annotava: «La città sembra costruita da un solo impresario con i denari di un solo capitalista» Proprio per questo, i viaggiatori che la visitavano si sono sempre detti che una città così squadrata, quasi una Gerusalemme terrena, dovesse nascondere un mistero, un segreto, una trama occulta.

Amicizie
Non ho mai intervistato Gustavo Rol; ma ho chiesto di lui a tutti i torinesi con cui ho parlato. Franco Reviglio, l’ex ministro delle Finanze ed ex presidente dell’Eni, mi raccontò ad esempio che Rol era amico di suo padre, aristocratico torinese, e frequentava la sua casa di corso Moncalieri: «Si divertiva ad animare i quadri e a fare magie con le carte; ma quando si giocava a bridge era corretto…».

Raccolsi due versioni diametralmente opposte da Elémire Zolla, lo studioso del Mahabharata e del Ramayana, e da Vittorio Messori, l’autore del longseller Ipotesi su Gesù. Mi disse Zolla, nella sua casa di Montepulciano, in un pomeriggio pieno di sole del 1996: «Rol raccontava in modo lesto e poteva affascinare chi non si fermava ad analizzarne le parole. Un giorno si presentò a casa mia. Si aprì la porta, e c’era il vuoto: quell’ometto calvo era già in salotto. Un piccolo saggio della sua abilità. Poi prese a parlare in modo fitto, variando rapidamente parole e argomenti, e disse di possedere un quadro che mio padre Venanzio, pittore, aveva dato in gioventù a una ragazza, dopo una notte d’amore. Portai Rol da papà, che ne fu seccato. Lui continuava a raccontare le storie più varie, diceva di essere il confessore della Lollobrigida e delle altre grandi attrici del momento, poi tirò fuori il quadro e chiese a mio padre di apporre la firma, che mancava. Papà lo guardò e rispose: “Ma lei pensa davvero che io abbia potuto dipingere una tela così brutta?”».

La promessa di Messori
Messori la pensava in modo molto diverso. Lo chiamava «l’uomo di via Silvio Pellico 31», indirizzo che conosceva e frequentava, dopo aver promesso a Rol che non avrebbe mai scritto di lui, almeno finché fosse in vita. «Non assistetti a molto di ciò che testimoni insospettabili hanno visto – dalla pittura a distanza di copie di capolavori sino alla bilocazione o alla sfida all’impenetrabilità dei corpi -, tutti ammettendo che si andava al di là di ogni possibilità di arte prestigiatoria, per quanto raffinata». Ma quel che aveva visto era, ed è, sufficiente a Messori per concludere che «Rol non era soltanto un elegante, colto, educatissimo gentiluomo torinese; era un uomo buono, generoso, disinteressato. Neanche tra i detrattori più accaniti qualcuno ha potuto accusarlo di aver tratto profitto economico dai suoi “numeri”, se tali erano. Più che prendere, ha spesso dato ai bisognosi che assisteva». Qual era dunque la motivazione, se non il denaro? La vanità? «Ma quale vanità non sarebbe stata assai più soddisfatta accettando di essere uomo di spettacolo? Quale vanità, poi, in un uomo che mai accettò di apparire in televisione e che esigeva dai giornalisti», tra cui lo stesso Messori, «di parlare di lui solo da morto?». Questo possiamo concludere: l’uomo era sfuggente; non era interessato al denaro – mentre avrebbe potuto accumularne molto -, ma non disdegnava l’ammirazione dei potenti e la consuetudine con loro. E’ noto il suo rapporto con Fellini, con cui progettarono anche di fare un film mai realizzato; sono documentati i suoi incontri con Mussolini e De Gaulle.
Torino, città divisa
La città si divideva nel giudicarlo, ma tutti ne parlavano con riguardo, rispetto e a volta una punta di timore reverenziale. Non ostacolava la sua celebrità il fatto che si fosse imparentato con gli Agnelli: suo fratello aveva sposato la cugina del Senatore, che era stato il testimone di nozze insieme con Gabriele d’Annunzio. La traccia che ha lasciato a Torino è tale che il centenario della nascita nel 2003 ha avuto un lungo strascico di lettere alla Stampa, la maggior parte in difesa, qualcuna di critica. Tutto si può dire, ad esempio che non era impossibile vaticinare a Mussolini la sconfitta nella seconda guerra mondiale (nel 1942 oltretutto, quando la guerra parallela del Duce era già finita da almeno un anno); ma si può anche criticare l’iniziativa del Cicap, il centro di acchiappa illusionisti che pretendeva di ricreare tutti i suoi “trucchi” (lui li chiamava esperimenti).

Un altro Nostradamus?
C’è qualcosa, nella figura enigmatica di Gustavo Rol, che può ricordare l’ebreo convertito Nostradamus, che illusionista non era per certo, bensì uno dei protagonisti del Rinascimento francese, la cui fama è oscurata dal fatto di non aver trovato studiosi e interpreti degni. Dietro le visioni anticipatrici di Nostradamus aleggia una religiosità più vicina alle forme primigenie di controllo delle energie naturali che a quelle codificate dal rito, dalla dottrina, dall’autorità. Ci sono misteri destinati a restare irrisolti. Forse non ebbe torto un altro torinese irregolare, Guido Ceronetti, quando disse a proposito di Rol: ci sono cose di cui è bene si taccia.

(Fonte corrieredellasera.it)