Frammenti Sparsi – Quelli in fondo alla classe 28 Maggio 2026 – Posted in: Frammenti – Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Quelli in fondo alla classe

 

Io non ho mai creduto troppo
ai posti riservati ai migliori.

Mi hanno sempre fatto paura
le sedie troppo pulite,
le mani alzate al momento giusto,
le risposte perfette,
le camicie stirate dell’anima.

C’è qualcosa di morto
in chi non sbaglia mai.

Qualcosa che non respira.

Da ragazzo stavo in fondo alla classe.
Non per scelta eroica,
non perché avessi già capito il mondo,
no.

Ci stavo perché lì arrivava meno luce,
meno sguardo,
meno giudizio.

Lì potevo sparire
senza fare troppo rumore.

Avevo dentro un freddo strano,
di quelli che non si spiegano bene
neanche agli adulti
che credono di sapere tutto
perché hanno letto due relazioni
e imparato tre parole difficili.

Ero chiuso.
Gelato.
Duro come una porta che nessuno aveva voglia
di bussare davvero.

A un certo punto pensarono perfino
che servisse qualcuno
per aiutarmi a stare al mondo.

Forse avevano ragione.
Forse no.

Forse il mondo era solo
un posto troppo rumoroso
per uno che sentiva tutto
anche quando sembrava non sentire niente.

Io non sopportavo la finzione.

Non sopportavo quelli che sorridevano
come se il sorriso fosse un mestiere,
quelli che dicevano sì prima ancora
di capire la domanda,
quelli che volevano piacere
a ogni costo,
anche al prezzo di diventare
una copia scolorita di sé stessi.

I bravi ragazzi mi annoiavano.

Non quelli buoni davvero,
intendiamoci.
Quelli no.

Parlo dei bravi per strategia,
dei buoni da vetrina,
dei santi con lo scontrino in mano,
di quelli che fanno sempre la cosa giusta
quando c’è qualcuno a guardarli.

Li vedevo già allora.

Piccoli funzionari dell’approvazione,
futuri esperti di pacche sulle spalle,
professionisti del “come si deve”.

Io invece guardavo gli ultimi.

Quelli che ridevano fuori tempo.
Quelli che sbagliavano entrata.
Quelli con le scarpe consumate
e le parole messe male.
Quelli che nessuno invitava
ma che, quando parlavano,
almeno sanguinavano un po’.

Mi sono sempre fidato di più
di chi aveva qualcosa di storto.

Una voce incrinata.
Un gesto sbagliato.
Una rabbia non ancora tradotta.
Una tristezza senza educazione.

Perché l’imperfezione,
quando è vera,
ha un odore umano.

La perfezione invece spesso
sa di disinfettante.

E io non volevo vivere
in un corridoio d’ospedale
travestito da paradiso.

Ho sempre pensato che la vita
non fosse fatta per quelli impeccabili,
ma per quelli che tornano a casa
con un graffio in più,
con la faccia stanca,
con un’idea rotta in tasca
e la dignità ancora in piedi,
magari zoppa,
ma in piedi.

La vita vera non applaude quasi mai.

Ti guarda cadere.
Ti lascia lì.
Aspetta di vedere se ti rialzi
o se inizi a somigliare anche tu
a quelli che ti hanno spinto.

E lì si decide molto.

Non tutto,
ma molto.

Io ho sempre diffidato
di chi non mostra crepe.

Le crepe non sono un difetto.
Sono la prova che qualcosa
ci ha attraversati.

Una perdita.
Un amore finito male.
Una stanza vuota.
Una madre che non ha capito.
Un padre troppo stanco.
Un amico sparito.
Una classe intera che rideva
mentre tu imparavi
a non chiedere più niente.

Le crepe sono archivi.

Dentro ci finiscono le urla
che non abbiamo fatto,
le carezze mancate,
le parole che avremmo voluto dire
ma che ci sono rimaste in gola
come spine di pesce.

E poi, un giorno,
qualcuno ci dice:
devi essere più aperto.

Certo.

Come no.

Aprite voi una porta
che per anni è stata presa a calci.

Il mio motto è sempre stato semplice:
meglio soli che finti.

Non è una frase da stampare
su una tazza.
Non consola.
Non porta amici.
Non fa curriculum.

È una frase che costa.

Costa telefoni muti,
inviti mancati,
cene dove non ci sei,
gruppi dove il tuo nome
non viene più pronunciato.

Costa il silenzio.

Ma il silenzio,
almeno,
non ti tradisce fingendo affetto.

Il mio telefono suona poco.
Quasi mai.

E va bene così.

Anche il citofono, un tempo,
suonava poco.
E io imparavo già allora
che non tutti i vuoti
sono una tragedia.

Alcuni vuoti sono pulizia.

Ci sono solitudini
che sembrano stanze fredde,
ma dentro hanno una sedia sincera,
un tavolo,
un bicchiere d’acqua,
e nessuno che ti chieda
di essere diverso
per meritare compagnia.

Io non ho mai saputo trasformarmi
in quello che gli altri volevano.

Non ne avevo il talento.

C’è chi entra in una stanza
e capisce subito quale maschera indossare.

Io no.

Io entravo e basta.
Con la faccia che avevo.
Con l’umore che avevo.
Con quel poco di me
che riuscivo a portare.

E spesso non bastava.

Ma col tempo ho capito
che non bastare agli altri
può essere una forma feroce
di fedeltà a sé stessi.

Una condanna, forse.

O una salvezza.

Dipende dai giorni.

Ci sono giorni in cui la solitudine
ti sembra una bestia sul petto.

Altri in cui capisci
che quella bestia
ti ha solo impedito
di andare a mangiare
dalla mano sbagliata.

Io sto con Joker, sì.
Sto con i Meganoidi.
Sto con il cattivo di turno.

Non perché ami il male.
Il male mi fa schifo,
soprattutto quando ride.

Ma mi interessa
il momento prima.

Quello che nessuno vuole guardare.

Mi interessa il bambino
prima del mostro.
L’uomo prima della maschera.
La ferita prima del coltello.
Il silenzio prima dell’urlo.

Quando tutti puntano il dito
io guardo il dito,
poi guardo la folla,
poi mi chiedo
perché sono così eccitati
all’idea di condannare qualcuno.

C’è una gioia sporca
nella condanna collettiva.

Una festa di paese
con la forca al centro.

Tutti buoni,
tutti puliti,
tutti giusti,
tutti con la pietra in mano
ma il cuore stirato.

E allora il mostro,
in mezzo a quella bontà compatta,
quasi mi fa pena.

Non lo assolvo.
Non lo incorono.
Non gli metto una medaglia
sulla rovina.

Però mi chiedo:
dove è iniziata la caduta?

Chi era quando ancora
poteva essere salvato?

Chi lo ha visto spezzarsi
e ha fatto finta di niente?

Chi ha riso?
Chi ha escluso?
Chi ha girato la testa?
Chi ha detto:
non è un problema mio?

Il mondo ama giudicare gli effetti.

Le cause, invece,
gli fanno venire sonno.

Le cause sono scomode.
Non stanno bene nei discorsi brevi.
Non fanno sentire innocenti.

Perché se guardi davvero una causa,
prima o poi ci trovi dentro
anche un pezzo di te.

E questa è la cosa
che la gente perbene
non perdona.

A sé stessa.

Nasce così
la grande coalizione della bontà.

La lega dei sorrisi corretti.
Il tribunale dei senza macchia.
Gli esperti di morale
che hanno sempre una frase pronta
e mai una notte insonne
da confessare.

Io li temo.

Temo chi si sente
interamente dalla parte giusta.

Temo chi non dubita mai
della propria luce.

Perché la storia è piena
di uomini ordinati
che hanno fatto cose terribili
con la coscienza pulita.

Pieni di dovere.
Pieni di patria.
Pieni di Dio.
Pieni di legge.
Pieni di buone intenzioni
come sacchi di cemento
gettati sui vivi.

Il male più spaventoso
non arriva sempre urlando.

A volte arriva firmato,
timbrato,
ben vestito,
con una frase educata
e una giustificazione impeccabile.

A volte il male
non sa nemmeno di essere male.

Si crede cura.
Si crede ordine.
Si crede giustizia.

E lì diventa invincibile.

Perché chi sa di essere sporco
può ancora provare vergogna.

Chi si crede puro,
invece,
può incendiare il mondo
e chiamarlo luce.

Io non voglio essere puro.

Non mi interessa.

Voglio restare umano,
che è molto più difficile.

Umano vuol dire contraddirsi.
Avere paura.
Provare rabbia.
Sbagliare tono.
Chiedere scusa male.
Avere una parte buia
e non fingere
che sia solo arredamento.

Umano vuol dire sapere
che dentro di noi
c’è anche il lupo.

Ma il lupo, almeno,
non recita.

Il lupo azzanna quando ha fame.

L’uomo no.

L’uomo azzanna anche quando è sazio.

Azzanna per invidia,
per gelosia,
per noia,
per sentirsi più alto
sulla schiena di qualcuno.

Azzanna perché non sopporta
la libertà degli altri.

Azzanna perché un altro brilla
senza aver chiesto permesso.

Azzanna perché gli hanno insegnato
che vincere significa
lasciare qualcuno a terra.

E poi torna a casa,
si lava le mani,
accarezza il cane,
bacia i figli,
e magari dice pure
di aver agito per il bene.

Il lupo non è cattivo.

Il lupo è lupo.

L’uomo invece
ha inventato la cattiveria
e poi ci ha messo sopra
un vestito elegante.

Per questo continuo a sedermi
in fondo alla classe.

Anche adesso.

Anche da adulto.

Anche quando la classe
è diventata il mondo,
un ufficio,
una piazza,
un social,
una tavola apparecchiata,
una stanza piena di persone
che parlano troppo forte
per non sentire il vuoto.

Io resto in fondo.

Da lì si vede meglio.

Si vedono le schiene
di quelli che vogliono stare davanti.
Si vedono le mani
che cercano approvazione.
Si vedono i sorrisi
che si accendono a comando
come lampadine economiche.

E si vedono anche gli ultimi.

Quelli seduti storti.
Quelli fuori posto.
Quelli che non sanno vendersi.
Quelli che nessuno fotografa.
Quelli che non hanno imparato
la lingua comoda del mondo.

Io sto con loro.

Con quelli che non passano
dalla porta principale
perché nessuno gliel’ha mai aperta.

Con quelli che fanno casino
perché dentro hanno un’orchestra
senza direttore.

Con quelli che sembrano sbagliati
solo perché non sono addomesticati.

Con quelli che cadono male,
parlano male,
amano male,
ma almeno non barattano l’anima
per un applauso tiepido.

Non chiedo di essere capito.

Sarebbe già troppo.

Chiedo solo
di non dover diventare finto
per essere lasciato in pace.

E se questo significa
avere pochi numeri in rubrica,
poche feste,
pochi abbracci,
pochi “ci sentiamo presto”
che poi non significano niente,
allora va bene.

Meglio una stanza vuota
che una stanza piena
di gente che ti vuole diverso.

Meglio il fondo della classe
che il primo banco
dove devi passare la vita
a dimostrare di essere bravo.

Io non sono bravo.

Sono vivo.

E per certi giorni,
credimi,
è già abbastanza.

(FC Frammenti Sparsi)

 

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Consiglio di Acquisto

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