L’albero che nessuno voleva abbattere: l’utilità dell’inutile 19 Ottobre 2026 – Posted in: Coaching, Momenti

L’albero che nessuno voleva abbattere

Zhuangzi, una quercia e il valore nascosto di ciò che non serve

C’è una storia che arriva da più di duemilatrecento anni fa e che sembra scritta per il nostro tempo. La racconta Zhuangzi, uno dei grandi filosofi taoisti, nel capitolo intitolato “Nel mondo degli uomini”. Un falegname di nome Shi, in viaggio con il suo apprendista, si imbatte in una quercia immensa, venerata come albero sacro. Il tronco è così largo che all’ombra dei suoi rami potrebbero riposare migliaia di buoi. L’apprendista resta incantato e per un po’ non riesce a staccare gli occhi. Il maestro, invece, tira dritto: quello, dice, è legno inutile. Una barca fatta con quel tronco affonderebbe, una bara marcirebbe in fretta, un utensile si spezzerebbe al primo colpo. Nessuno ci ha mai ricavato niente, ed è per questo che quell’albero è così vecchio.

Quella notte la quercia appare in sogno al falegname e gli chiede con che diritto la giudichi. La confronta con gli alberi utili, il pero, il mandarino, tutte le piante da frutto, che appena maturano vengono spogliate, con i rami piegati e spezzati: la loro stessa utilità le consuma e le fa morire prima del tempo. Lei, dice, ha passato la vita a cercare di diventare inutile, e solo ora, vicina alla fine, ci è riuscita. Per lei questa è la più grande utilità.

Il metro con cui misuriamo tutto

La parabola colpisce perché mette in discussione un criterio così diffuso da sembrare naturale: il valore di una cosa coincide con ciò che se ne può ricavare. Lo applichiamo alle persone, al tempo, allo studio, perfino al riposo. Una giornata deve essere produttiva, una scelta formativa deve portare a un lavoro, un hobby, se non è monetizzabile, quasi si giustifica. Zhuangzi lo riassume con una frase che attraversa il suo pensiero: tutti conoscono l’utilità dell’utile, ma pochi riconoscono quella dell’inutile.

Il punto, però, non è stabilire che l’utile sia un nemico. Il pero e il mandarino fanno frutti, e di frutti c’è bisogno. La parabola suggerisce piuttosto che un’esistenza interamente misurata sull’uso rischia di essere un’esistenza consumata dall’uso, e che qualcosa sfugge sempre a chi guarda il mondo soltanto come una riserva di risorse.

Un’idea con radici lunghe

Questa intuizione non è rimasta confinata alla Cina antica. Aristotele, nella *Metafisica*, osserva che le prime forme di sapere sistematico nascono quando gli uomini hanno già il necessario per vivere e possono permettersi di meravigliarsi: si cerca di comprendere per il gusto di comprendere, senza alcun vantaggio in vista. Le scienze utili, scrive, sono più necessarie, ma nessuna è migliore di quella libera da ogni scopo.

Nel Novecento la questione torna con una forza inattesa. Nel 1939 il pedagogista americano Abraham Flexner, fondatore dell’Institute for Advanced Study di Princeton, pubblica un saggio dal titolo eloquente, *The Usefulness of Useless Knowledge*. La sua tesi è che le scoperte più rivoluzionarie nascono spesso da ricerche condotte senza alcuna applicazione in mente. Porta l’esempio degli studi di Maxwell e di Hertz sulle onde elettromagnetiche, teorici e apparentemente lontanissimi da ogni uso pratico, che aprirono la strada alla radio e a tutto ciò che ne è seguito. Chi li condusse non stava cercando un’invenzione. Stava seguendo una curiosità.

Il filosofo italiano Nuccio Ordine ha ripreso entrambe le voci, quella di Zhuangzi e quella di Flexner, nel suo *L’utilità dell’inutile* (2013), un breve manifesto in difesa della letteratura, dell’arte, della ricerca di base e di tutti quei saperi che non producono profitto. Il suo ragionamento è che la logica dell’utile, spinta all’estremo, finisce per svuotare ciò che dovrebbe servire: una scuola ridotta a addestramento, un’università ridotta a fabbrica di competenze, una cultura ridotta a intrattenimento. Sacrifichiamo ciò che dà senso ai mezzi in nome dei mezzi stessi.

Che cosa ci dà ciò che non serve

Se proviamo a guardare da vicino le cose “inutili” della nostra vita, ci accorgiamo che svolgono funzioni molto concrete, anche se non le chiamiamo così.

Una poesia non risolve un problema, ma allena la capacità di dire con precisione ciò che proviamo. Una passeggiata senza meta non ci porta in nessun posto, ma lascia alla mente lo spazio per riordinarsi. Un’ora passata davanti a un quadro non produce nulla di misurabile, eppure può cambiare il modo in cui guardiamo il resto della giornata. Le conversazioni lunghe, quelle senza ordine del giorno, sono spesso il luogo in cui un rapporto si costruisce davvero.

C’è poi un aspetto che riguarda il pensiero in sé. Le idee nuove nascono di rado dove ogni minuto è già assegnato a un compito. Hanno bisogno di margini, di tempo apparentemente sprecato, di quella disponibilità a vagare che l’efficienza tende a eliminare. In questo senso l’inutile non è l’opposto della produttività: è spesso la condizione che la rende possibile.

L’ombra della quercia

Torniamo, per finire, all’albero. Il falegname lo considera senza valore, e proprio per questo la quercia ha attraversato i secoli, ha dato riparo a migliaia di buoi e ha custodito un luogo sacro. Il suo “non servire” non è una mancanza: è ciò che l’ha preservata dall’essere ridotta a strumento.

Forse è questa l’immagine che vale la pena portarsi via. Non una condanna dell’utile, ma un invito a chiederci, ogni tanto, quanto di ciò che chiamiamo inutile stia silenziosamente tenendo in piedi il resto: la nostra curiosità, la nostra capacità di meraviglia, la possibilità di essere qualcosa di più di ciò che produciamo.

 

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L’utilità dell’inutile

Non è vero − neanche in tempi di crisi − che è utile solo ciò che produce profitto. Esistono, nelle democrazie mercantili, saperi ritenuti “inutili” che invece si rivelano di una straordinaria utilità. In questo brillante e originale saggio − divenuto un best seller universale tradotto in 24 lingue − Nuccio Ordine attira la nostra attenzione sull’utilità dell’inutile e sull’inutilità dell’utile. Attraverso le riflessioni di grandi filosofi .