Frammenti Teologici – La Via Crucis 2 Aprile 2026 – Posted in: Frammenti, Momenti – Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

“Io, sotto il legno”

 

Non ho più tempo per difendermi.

Le parole mi sono rimaste indietro,

tra la polvere del tribunale e gli occhi che non mi hanno visto.

Mi mettono il legno sulle spalle.

Non è solo peso.

È tutto quello che l’uomo non ha saputo portare.

Faccio il primo passo

e già il mondo si inclina.

Cado.

La terra mi accoglie senza pietà.

Sa di ferro, di sudore, di fine.

Resto un istante così,

con il volto schiacciato contro ciò che ho creato.

Poi mi rialzo.

Non per me.

Per voi.

Ogni passo è una ferita che si apre.

Ogni respiro è un debito che non si estingue.

Cado ancora.

Questa volta il dolore mi conosce.

Non mi sorprende più,

mi accompagna.

Mi chiama per nome.

Sento le voci,

le risate spezzate,

il pianto trattenuto.

Ma nessuno entra davvero nel mio dolore.

E poi…

uno sguardo.

La folla si apre appena,

come una ferita che lascia passare la luce.

Mia madre.

Non dice nulla.

Non può.

I suoi occhi mi raggiungono

prima ancora dei suoi passi.

Sono gli stessi di quando ero bambino,

ma ora portano dentro tutto il dolore del mondo.

Ci fermiamo in un istante che non esiste.

Il tempo si spezza.

Io la guardo

e dentro quel silenzio

le dico tutto.

Che non è inutile.

Che non è la fine.

Che anche questo dolore

ha un senso che ancora nessuno vede.

Lei mi guarda

e non mi trattiene.

E questo è il dolore più grande.

Non le mani che tremano,

non il cuore che si rompe.

Ma quell’amore che lascia andare

senza smettere di amare.

Ci separano.

Come sempre accade alle cose vere.

E il mondo riprende a urlare.

Poi…

una presenza.

Simone di Cirene

non mi guarda come gli altri.

Non capisce,

non vuole essere qui,

e proprio per questo è vero.

Sente il peso con me.

Per un tratto soltanto.

E in quel tratto

il mondo non è più solo.

Riprendo a camminare.

Il legno graffia la pelle,

ma è l’abbandono che scava più a fondo.

E allora accade qualcosa di piccolo,

quasi fragile.

Veronica

si avvicina.

Non ha paura del mio sangue,

né del mio volto deformato dal dolore.

Mi asciuga.

Le sue mani tremano,

ma restano.

E in quel gesto

io mi riconosco ancora uomo.

Poi il buio torna a stringere.

Cado per l’ultima volta.

Non c’è più forza.

Non c’è più equilibrio.

C’è solo il peso del mondo

che si riversa tutto insieme.

Resto a terra più a lungo.

Potrei restare qui.

Potrei finire qui.

Ma mi rialzo ancora.

Non perché il dolore sia finito.

Perché l’amore non ha finito.

Arriviamo.

Mi tolgono tutto.

Anche ciò che resta di me.

Il legno ora è dietro,

ma non mi lascia.

Mi stendono.

Allargano le braccia

come se volessero misurare il mio limite.

Poi il colpo.

Il ferro entra,

non chiede permesso,

non conosce pietà.

E il cielo si fa lontano.

Respiro a fatica.

Ogni parola è una salita.

Eppure parlo.

“Padre…

perdona loro.

Non sanno quello che fanno.”

Li guardo.

Uno per uno.

Anche adesso.

“Ho sete.”

Sete di senso,

di uno sguardo che resti,

di un uomo che capisca.

E nel punto più vuoto

arriva la domanda che pesa più del legno:

“Dio mio…

perché mi hai abbandonato?”

Il silenzio mi attraversa.

Ma non mi spezza.

Resto.

Fino alla fine.

“È compiuto.”

Non è la fine.

È il passaggio che fa paura.

Sento il respiro che si allontana,

come un’onda che torna al mare.

“Padre…

nelle tue mani

affido il mio spirito.”

E mi lascio andare.

Ma ascolta bene.

Anche qui,

anche così,

anche dopo tutto questo,

non ho smesso

di scegliere voi.

(FC Frammenti Teologici)

 

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L’eco del silenzio. Frammenti sparsi.