Il mare di Omero: perché i Greci non chiamavano il mare “blu 25 Giugno 2026 – Posted in: Lo Sapevi che – Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Il mare nero di Omero

Sul colore come esperienza: perché certe cose, quando sono troppo profonde, non sono più blu

Quando pensiamo al mare, oggi pensiamo quasi subito al blu. Blu come le cartoline. Blu come le vacanze. Blu come quella parola comoda con cui abbiamo deciso di addomesticare l’infinito.

Ma Omero no.

Per Omero il mare non è sempre blu. A volte è “color del vino”, οἶνοψ πόντος, una delle immagini più discusse di tutta la poesia antica. Non perché i Greci “non vedessero” il blu, come si è detto spesso in modo un po’ troppo sbrigativo, ma perché il loro modo di nominare i colori non coincideva sempre con il nostro. I termini cromatici antichi potevano indicare anche luce, densità, movimento, materia, profondità.

E poi c’è un passo ancora più potente.

Siamo nel libro XXIV dell’Iliade. Zeus manda Iris a chiamare Teti, la madre di Achille. La dea arriva tra Samo e Imbro e si getta nel mare:

ἔνθορε μείλανι πόντῳ
Iliade XXIV — “balzò nel mare scuro”

Omero usa qui l’espressione μείλανι πόντῳ: “nel mare nero, scuro”. L’aggettivo μέλας significa “nero”, “cupo”. In Omero può accompagnare realtà segnate dalla densità o dall’ombra: il sangue, la terra, il vino, le navi. Ma qui è il mare a essere μέλας.

E allora bisogna fermarsi.

Il mare omerico non è una cartella Pantone. È un’esperienza.

Non dobbiamo immaginare per forza una superficie nera, piatta, come se qualcuno avesse versato inchiostro sull’Egeo. Il mare è nero perché è profondo. È scuro perché inghiotte. È cupo perché non si lascia attraversare dallo sguardo. È il mare in cui Iris non si limita a entrare: sprofonda.

E questo cambia tutto.

Il mare non è più paesaggio. È soglia.

Non è la distesa azzurra da contemplare da una terrazza d’estate. È l’abisso che separa il mondo degli dèi da quello del dolore. Perché Teti, in quel momento, non è solo una dea marina: è una madre che sa che suo figlio morirà.

Forse il mare è nero anche per questo. Perché sotto la sua superficie non c’è soltanto acqua. C’è destino.

Omero non descrive i colori come facciamo noi. Non dice semplicemente “blu”, “verde”, “nero”, “rosso” per sistemare il mondo in uno scaffale ordinato. Omero vede il colore come una forza. Il mare può essere vinoso quando è inquieto, vivo, quasi ubriaco di luce e di pericolo. Può essere scuro quando diventa abisso. Può essere luminoso quando riflette il cielo. Può essere minaccioso quando smette di essere paesaggio e diventa potenza.

Il “mare nero” di Omero non è un errore cromatico. È una verità poetica.

Perché certe cose, quando sono troppo profonde, non sono più blu.

Sono nere.

 


Nota al testo

Il verso citato è Iliade XXIV, 78 nella numerazione tradizionale. La forma μείλανι è il dativo singolare maschile/neutro di μέλας; πόντῳ il dativo di πόντος, il mare aperto. Per la questione dei termini cromatici in Omero si veda Eleanor Irwin, Colour Terms in Greek Poetry (1974), e il capitolo dedicato in Lyons, Colour in Ancient Greek Epic. Il celebre οἶνοψ πόντος appare per la prima volta in Iliade I, 350.

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