Riso e sorriso. Un linguaggio universale che arricchisce ogni relazione umana

La comune derivazione etimologica tra le parole riso e sorriso (quest’ultima, dal sostantivo latino subrisus e dal verbo sub – ridere) ha finito per farle ritenere fenomeni diversi soltanto per il loro gradiente di intensità. Il sorriso sarebbe insomma una manifestazione attenuata rispetto al riso vero e proprio. I più ritengono invece un errore crederli parenti.

Gli uomini volgari – affermano costoro – ridono spesso, però non sanno sorridere. Tanta attenzione è stata dedicata al riso e al sorriso da filosofi e letterati.

Nella Repubblica di Platone – ma, con le dovute differenze, è così anche in Protagora, Epitteto e in Hobbes – il riso è visto come una leggerezza insopportabile.

Lo straordinario dialogo tra Jorge da Burgos e Venanzio – nel romanzo di Umberto Eco Il nome della rosa – volge, in fin dei conti, su quanto Aristotele avrebbe scritto sul riso nell’introvabile secondo libro della Poetica.

Aristotele, osserva il colto Venanzio, «ribalta la funzione del riso, la eleva ad arte, le apre le porte dei dotti, ne fa oggetto di filosofia e di perfida teologia».

Ma è proprio così? Di certo e di documentato c’è il fatto che, a fronte della funzione positiva riconosciuta al riso degli Dei nei miti greci, Aristotele definisce “brutto e deforme” il riso.

Saranno soprattutto pensatori e intellettuali del Novecento a favorire una interpretazione più raffinata del riso e del sorriso, dimensioni dell’esistenza capace di farci cogliere, nonostante la sua inevitabile problematicità, la bellezza e la creatività del contesto nel quale siamo collocati.

Notevoli sono letture come L’umorismo di Pirandello e Il riso di H. Bergson. Per quest’ultimo, il riso è strumento di ammonimento e di denuncia sociale, un modo per essere davvero seri.

L’unico modo intelligente e raffinato per sottrarsi a lotte che hanno il tragico potere di svuotarci, di avvilirci e di toglierci la speranza. William Blake, nella poesia The smile, introduce alla non facile fenomenologia del sorriso.

Oltre a quanto scrive il poeta, pittore e incisore inglese («C’è un Sorriso d’Amore, e c’è un Sorriso d’Inganno, e c’è un Sorriso dei Sorrisi in cui questi due Sorrisi si incontrano»), vi sono sorrisi di perfidia ed enigmatici, d’ironia e scettici, di dissimulazione e sornioni, d’inganno, di sfida, di provocazione e di seduzione.

In ogni caso, non si può disconoscere la carica positiva che sprigiona una persona il cui sorriso è frutto di vita interiore equilibrata! Sorriso che, moderato e discreto per sua natura, si presta inevitabilmente a interpretazioni che aprono al mistero.

Quante ne ha conosciuto l’enigmatico sorriso di Monna Lisa!

In quanto linguaggio universale, oltre a manifestare uno stato emotivo, il sorriso avvicina di più e arricchisce ogni relazione. Non lega, non si impone e non esercita ricatti. Sicuramente proietta un’immagine sicura di sé, generando stima e fiducia. È proprio vero: «Il sorriso è sempre un ponte» (papa Francesco).

(Fonte bit.ly/3uBVs6T)