Il Kit Kat della fortuna: perché in Giappone è diventato … 22 Giugno 2026 – Posted in: Parole, Parole Straniere – Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Il sapore del coraggio

In Giappone esiste un portafortuna che si mangia.

Non è antico come un tempio.
Non è prezioso come un talismano tramandato da generazioni.
Non è custodito in una scatola laccata.

È una semplice merendina al cioccolato.

Eppure, ogni anno, quando si avvicina la stagione degli esami, milioni di studenti la infilano nello zaino, nella tasca della giacca o tra i libri. Non lo fanno per fame. Lo fanno per cercare un po’ di coraggio.

La protagonista di questa storia è il Kit Kat.

A un orecchio occidentale sembra soltanto il nome di uno snack. A un orecchio giapponese, invece, ricorda qualcosa di molto diverso. Pronunciato alla maniera locale, “Kit Kat” assomiglia infatti all’espressione kitto katsu, che può essere tradotta come: «Vincerai sicuramente» oppure «Ce la farai».

Da questo piccolo gioco di parole è nata una delle tradizioni più curiose del Giappone contemporaneo.

Negli anni Duemila il fenomeno si diffuse rapidamente, soprattutto tra gli studenti che affrontavano gli esami di ammissione alle scuole e alle università. Genitori, nonni, amici e insegnanti iniziarono a regalare confezioni di Kit Kat come augurio di successo.

A prima vista potrebbe sembrare una semplice superstizione.

Ma osservandola meglio si scopre qualcosa di molto più umano.

I giapponesi chiamano questo genere di gesti engi katsugi: l’abitudine di circondarsi di segni favorevoli, parole fortunate e piccoli simboli capaci di orientare lo spirito verso un buon esito.

È una pratica che attraversa la vita quotidiana.

Prima di una prova importante molti mangiano il katsudon o il tonkatsu, piatti che contengono nel nome il verbo katsu, “vincere”. Altri scelgono alimenti associati alla perseveranza, alla resistenza o alla fortuna attraverso giochi linguistici che spesso sfuggono a chi non conosce la lingua giapponese.

Dietro queste abitudini non c’è la convinzione che una cotoletta possa aumentare l’intelligenza o che una merendina possa sostituire lo studio.

C’è qualcosa di diverso.

C’è il bisogno profondamente umano di sentirsi accompagnati.

Perché il vero potere di quel Kit Kat non è il cioccolato.

È la mano che lo porge.

È la madre che lo lascia sul tavolo della cucina prima di andare a dormire.

È il padre che lo infila nello zaino senza dire nulla.

È l’amico che lo consegna sorridendo.

È il modo più semplice possibile per dire: «Io credo in te».

Forse è proprio questo il dettaglio che colpisce di più.

Pensiamo spesso al coraggio come a una forza interiore, qualcosa che deve nascere esclusivamente dentro di noi. Immaginiamo l’eroe che affronta la paura da solo, stringendo i denti e avanzando senza aiuto.

La realtà, però, è diversa.

Molte delle cose che affrontiamo ogni giorno richiedono un coraggio che ci viene prestato.

Un colloquio di lavoro.

Una visita medica.

Un esame.

Una scelta difficile.

Una telefonata rimandata per settimane.

In quei momenti raramente siamo forti da soli. Molto più spesso camminiamo grazie alle parole, ai gesti e alla fiducia che qualcun altro ci ha consegnato lungo la strada.

Il Giappone ha trasformato questa idea in una merendina.

Noi la ritroviamo in un messaggio ricevuto all’alba, in una frase sottolineata in un libro, in una carezza sulla spalla, in un biglietto lasciato sul tavolo.

Oggetti diversi.

Stesso significato.

«Ti vedo.»

«Ti ho pensato.»

«Per me ce la puoi fare.»

E forse il vero miracolo non è vincere.

Il vero miracolo è sapere che qualcuno, prima ancora del risultato, ha già scommesso su di noi.

Perché il coraggio non nasce sempre dal cuore di chi lo cerca.

A volte arriva da fuori.

Silenzioso.

Leggero.

Con il sapore del cioccolato.

Qual è stato il tuo personale “Kit Kat”? Quel piccolo gesto, quella frase o quella persona che ti ha dato coraggio quando ne avevi più bisogno?

 

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