A BIZZEFFE

Da dove proviene il termine “a bizzeffe”?

A bizzeffe è un’espressione della lingua italiana, abbastanza frequente nel lessico colloquiale e letterario, che significa “in quantità”.

L’espressione è uno dei molti esempi di contatto tra la lingua italiana e l’algerino-araba: bizzeffe infatti deriva dall’arabo bizzef, “molto”.

L’origine araba fu per molto tempo non riconosciuta da studiosi e osservatori dei fatti linguistici.

Un esempio classico di questo approccio è la fantasiosa pseudoetimologia suggerita nel 1688 da Paolo Minucci nelle sue Note al Malmantile riacquistato di Lorenzo Lippi, che pure sono un prezioso tesoro di informazioni sugli usi linguistici dal Medioevo al Seicento.

Ora, secondo Minucci, bizzeffe sarebbe derivato dall’espressione latina bis effe, “due volte effe”: quando il sommo magistrato romano intendeva concedere a un supplicante la grazia senza limitazioni, faceva il rescritto sotto al memoriale, che diceva fiat, fiat (sia sia) anziché semplicemente fiat, che scrivevasi quando la grazia era meno piena, dipoi per brevità costumarono di dimostrare questa pienezza di grazia con due sole “ff”, onde quello che conseguiva tal grazia diceva: ho avuto la grazia a bis effe. (Fonte Wikipedia)

Attualmente, quindi, è in uso in ambito giudiziario, quando a riprova di un andamento giurisprudenziale, è spesso citata una massima della Corte di Cassazione che si ripete molte volte nei medesimi termini – da riferirne in genere una soltanto, la più recente – con l’aggiunta dell’espressione latina “ex multis” (di molte). Quando le pronunzie sono molte di più, l’aggiunta è in termini di “ex plurimis” (di una pluralità).

Qualcosa di simile avveniva anche nell’antichità. A chi chiedeva una grazia contro la sanzione sentenziata dal pretore, se l’alto magistrato dichiarava poi di accogliere in parte le richieste di grazia, in risposta alla richiesta vi apponeva la dicitura “Fiat”, vale a dire “Così sia”. Nel caso in cui il parere fosse stato di accogliere in tutto le richieste in via di grazia, egli apponeva due volte quella dicitura: “Fiat Fiat”.

Si venne pertanto a formare un modus per riferire l’esito pieno dato alla richiesta di grazia, dicendo “a bis Fiat” (due volte Fiat), poi divenuto “a bis F”, “a bis effe”, “a biseffe” e infine “a bizzeffe”.

Un modo di dire, quindi, nel tempo usato poi nel parlare comune col significato di “in pieno, pienamente, in tutto, …”.

In senso di “in quantità abbondante”, “a dismisura”, varrebbe invece la locuzione “a iosa”, ossia quante ne puoi acquistare con la “chiosa”, una moneta che, priva di valore e quindi abbondante, era usata dai bambini in toscana, e che, con la tipica pronuncia aspirata della “c”, veniva detta “a hiosa”. E quindi “a iosa”.

Una forma per indicare una quantità meno abbondante è nel modo di dire “prendere una francata” di qualcosa.

Sta a indicare una quantità fatta “franca” da dazio o tassa, più spesso, quanto poteva contenere una mano. E quindi, in tal senso anche una “manciata”, “una manata”. E anche “manipolo”, la quantità che può una mano racchiudere.

Al contrario, quanto si raccoglie “a man bassa ; a mani basse”, è la quantità maggiore, ma non spropositata, contenuta dalle due mani poste a conca.

(Fonte Quora – Vito Nacci)