UN RAGAZZONE FORTE E ROBUSTO

L’UOMO E LA STATUA

Mys di Taranto faceva il pugile.

Era stato un ragazzone forte e robusto, quasi sicuramente di famiglia aristocratica o quantomeno benestante (solo chi apparteva a un alto ceto sociale potevano permettersi di fare sport a lungo senza successi rilevanti), veniva da una città ricca, colta e i cui abitanti avevano uno spiccato gusto per il lusso e l’eleganza.

Era però quello che verrebbe detto un perdente, praticava il pugilato ma per decenni perse tutte, ma proprio tutte le competizioni cui partecipò in carriera: Pitici, Nemei, Istmici, Olimpici – un disastro!

La “nobile arte” detta pugilato si praticava allora indossando sul dorso e sulle articolazioni delle mani i cesti, delle fasce di cuoio rigido imbottite di lana: un’arma formidabile, perfetta per riempire la faccia dell’avversario di ferite lacero-contuse ed ematomi.

Mys giunse a 40 anni senza avere mai vinto niente e questo non portava buona fama.
I greci non erano sportivi nel senso che intendiamo noi, contava solo la vittoria e il secondo era sprezzantemente definito come il primo dei perdenti.

Probabilmente a Taranto lo prendevano anche in giro, con quella faccia piena dei segni dei colpi subiti e per tutti i sogni finiti male.

Il suo volto infatti era ridotto a una maschera tragica per le cicatrici, tumefazioni, le fratture di zigomi, mandibola, setto nasale mal ricomposte,con il labbro superiore infossato perché gli incisivi superiori erano stati spezzati da tempo.

Anche un orecchio era completamente chiuso, essendosi malamente cicatrizzato il tessuto, devastato dai colpi, attorno al condotto uditivo; l’altro era messo poco meglio.

La barba ne diceva l’età ma almeno nascondeva gli altri segni delle sue sconfitte.
Però non aveva mai smesso di allenarsi con serietà e il corpo era statuario, un fascio di muscoli ancora tonici, di nervi ancora reattivi.

Quello che partecipo’ alle Olimpiadi del 340 a.C però era un uomo probabilmente deluso e stanco, consapevole che sarebbe stata la sia ultima partecipazione a una competizione e dalla quale sarebbe uscito solo con altre ferite e cicatrici dato che ormai la sua stagione era finita.

Ma un giorno alla fine dell’ultimo duro incontro contro l’ennesimo avversario più giovane e quotato di lui Mys seduto, sfinito, stordito, volse il viso verso i giudici, perché, sordo com’era diventato, doveva leggerne il labiale per conoscere il verdetto.

Un verdetto che sapeva che non poteva che essere il solito.
Ma quella volta non fu così e senti le parole che non gli erano mai state dedicate:
aveva vinto!
e con l’incontro Mys vinse le Olimpiadi, aveva 40 anni!

Da quel giorno nacque l’espressione “fare come Mys a Olimpia”, per significare “arrivare al successo quando è ormai dato per impossibile”.

La sua fotografia in bronzo a grandezza naturale fu fusa dal più grande scultore antico di tutti i tempi, Lisippo, che aveva ritratto Alessandro Magno ed era amico di Aristotele.

Con grande intuito scelse il momento per rappresentarlo, non nella foga della lotta o al momento della proclamazione della vittoria, sarebbe stato scontato, ritrasse un uomo esausto nel momento in cui seppe della vittoria ed entrava nella leggenda.

Mys di Taranto ebbe la sua statua in bronzo nella sua città, forse nell’agorà. Nel 272 a.C. è probabile che i Romani al comando del Cunctator Quinto Fabio Massimo l’abbiano portata a Roma come bottino di guerra. Fu ritrovata tra le rovine delle Terme di Caracalla, soggetto ideale per un luogo dedicato al benessere e allo sport.

La statua è nota come “Pugile delle Terme di Caracalla”ma Paolo Moreno, un grande storico dell’arte antica, lo ha riconosciuto con certezza e l’attribuzione appare credibile o almeno la si vuole credere per ricordare il coraggio e la perseveranza di un uomo.

(Pugile a riposo, Museo Nazionale di Palazzo Massimo, Roma)

(Fonte FB Mitologia greca)