LA LINGUA SARDA – CAPRICCIOSA ED ARTICOLATA

La lingua Sarda non è una lingua unitaria con un suo standard nazionale come l’Italiano o il Francese.

Nessuno si è mai curato, che io sappia, a parte il comitadu issientìficu che ha redatto Su Sardu Standard (Alfa Editrice), di stabilire un canone di ciò che costituisce il Sardo “nazionale” rispetto ai vari dialetti, ma è rivelatore il fatto che la presentazione di tale opera è fatta sia in Campidanese che in Logudorese (SU SARDU STANDARD – IL SARDO STANDARD • ALFA EDITRICE ).

I vari dialetti Sardi (lingua) sono frazionati in centinaia di istanze locali che distinguono paesi magari distanti pochi kilometri, con una variabilità che forse si è conservata più a lungo di quanto non abbia fatto nel continente.

La Sardegna non ha mai costituito uno Stato unitario neppure quando fu creato il Regno di Sardegna nel 1297 con il Trattato di Anagni, o quando i Savoia ne diventarono re essendo obbligati, come prezzo dell’assistenza Imperiale contro gli Spagnoli, a swapparenel 1717 il titolo di re di Sicilia (appena acquisito in quello stesso anno) con quello di re di Sardegna.

Durante il periodo Giudicale la Sardegna rimase politicamente divisa in unità territoriali più piccole: Arborea, Logudoro, Gallura, Giudicato di Cagliari, e le divisioni linguistiche, pur se non ricalcano esattamente i confini dei Giudicati, seguono in parte tale divisione: Barbaricino, Logudorese, Gallurese, Campidanese.

(da Languages Map of Sardinia)

Il successivo periodo della dominazione Aragonese non contribuì certo alla costituzione di una tradizione linguistica unitaria visto che i Sardi avevano cose più urgenti a cui pensare, come ad esempio sopravvivere alle asprezze della vita sotto signori feudali (per di più distanti) in una struttura sociale che la Sardegna non aveva mai conosciuto e a cui si ribellò durante i moti del 1794-1796, meno di un secolo dall’arrivo dei Savoia.

Di passaggio, due fenomeni sono interessanti riguardo alla Sarda Rivoluzione: il primo è la federazione di comunità del 24 Novembre 1795 (Thiesi, Cheremule, e Bessude, cui si aggiunsero nel Marzo dell’anno successivo altri quaranta Comuni) per la sottoscrizione di uno strumento di unione e di concordia, una dichiarazione di esproprio tramite indennizzo delle proprietà feudali; il secondo è la reazione dei pastori alla rivoluzione, di origine principalmente contadina e del bracciantato, ed il loro allearsi con i nobili in una specie di Vandea Sarda. A proposito, la Vandea è bellissima.

A causa della grande varietà del Sardo, io posso parlare soltanto di quello che ho conosciuto nella mia prima infanzia, il Nuorese, l’Oranese, l’Olianese, il Dorgalese, insomma quello della Barbagia vicino a Nu(g)oro e della Barbagia Ollolai. Quando sguazzavo d’estate a Cala Gonone, a Santa Maria Navarrese o a Bari Sardo ero troppo impegnato a divertirmi per far caso a certe sottigliezze. E devi confessare che, in età adulta, pur avendo passato molto tempo l’estate in Gallura, ho una discreta indifferenza per quella parte del Sardo.

Prima di procedere oltre, forse è bene anche sottolineare che la grande varietà di dialetti produce, in assenza di un paradigma rigido, anche una notevole varietà di pronunce.

Per quanto riguarda le articolazioni fonetiche non presenti in Italiano, comincerei dalla varietà di d.

Oltre alla d “regolare”, vi è infatti anche la d cacuminale o cerebrale.

In Italiano il mio cognome è Lande, ma in Sardo è Lanḍe, “Ghianda”, con un puntino sotto la d ad indicare la pronuncia ottenuta dal contatto della lingua con il palato duro, diciamo poco sopra i denti, o con ɖ.

Io tendo a pensare che la prima, ḍ, serva meglio per indicare la lettera singola, come nel mio cognome, e la seconda, ɖ, per indicare quella raddoppiata che viene usata per il gruppo ll, come accade anche in Siciliano, nel Calabrese, e nel Corso.

Un’altra consonante non presente in Italiano è la th, quella che in altre lingue si indica più agevolmente con Þ (thorn) negli alfabeti dell’Antico Inglese, Norvegese, Svedese, Gotico, Islandese. o con il θ (theta) in Greco, e che si pronuncia come fricativa dentale sorda.

Si trova sia ad inizio parola, come in theraccu /a (servo/a), thuccare (partire, andare), sia al suo interno, come in petha (carne), o il nome proprio Lavretha (Lorenza), o in Thathari (Sassari) e Tharros, ma mai in finale di parola.

Anche la z sorda è peculiare, perché pronunciata veramente come il digramma tz più che come la z di “dazio” (o di “zio” nonostante tutta Italia me compreso la pronunci sonora) o come la doppia z di “pazzo”: nella tzSarda la lingua tocca i denti invece del palato duro.

Anche di v ce ne sono due: labiodentale v e bilabiale β.

In posizione intervocalica entrambi i valori sono possibili: come v (es. ‘ava, “fava”, con la “f” iniziale che il Nuorese e l’Oranese omettono; novu/a “nuovo/a”); come β(cunzabat, “chiudeva”).

In posizione iniziale è invece presente solo la β (es. balente, “uomo valente”; bèntre, “ventre”; bènnere, “venire”, bìere, “vedere”, bentu, “vento”).

Ma il Sardo è capriccioso, e magari nello stesso paese è possibile incontrare due persone che magari sono coetanee ed hanno fatto le stesse scuole ma che pronunciano berbeke (“pecora”) uno verveke, l’altro βerβeke.

E per non farci mancare nulla, spesso la k diventa ɣ e la pecora diventa βerβeɣe.

Naturalmente, il Sardo ha anche una b distinta dalla v e dalla β, e in più ogni tanto fa lo scherzo di sostituire la vcon una g velare come in ghespe, “vespa” o ghessare, “versare”.

Un’altra articolazione non presente in Italiano è la isemiconsonantica. Quella Sarda è intera, non quella “parzialmente scremata” di Jannacci o di Jacopo; essa viene normalmente scritta in Sardo con la lettera j, ma non ha nulla a che vedere neanche con la j di Jack o con quella di jour: è una ʝ velare in cui a sollevarsi è la parte posteriore della lingua e non quella anteriore, con un risultato caratteristico.

Quindi jànna, “porta”, jàna, “fata”, jùchere, “portare, condurre” e “avere” (anche jùghere, sempre per la variabilità di cui sopra), joddu, “yoghurt Sardo”, sono pronunciate con una sonorità evidente, non ritrosa come quella Italiana o Tedesca, ma neanche così marcate come ad esempio quelle Inglese e Francese.

Nella Barbagia Ollolai, a Oliena, Fonni, Ollolai, Orgosolo, eccetera, si trova di frequente il glottal stop a sostituire le c dure, singole o doppie, spesso accompagnato da qualche metatesi.

Ad esempio, dove il Barbaricino “ordinario” usa porcu (maiale), l’Olianese e i suoi dialetti vicini usano procu per indicare lo stesso animale.

Se poi, invece di riferirci solo alle articolazioni, badiamo alle regole eufoniche ed all’organizzazione delle vocali, lì c’è veramente da perdere la testa: s che diventano r ed rche diventano s in termine di parola a seconda delle giunzioni; le q che diventano b (es. abba, “acqua”; battor(o), “quattro”); la sostituzione di g dolce con zspesso e volentieri; delle vocali paragogiche quando ci sono delle terminazioni consonantiche in s, r, n, e t (un esempio nella o fra parentesi nel numero quattro poco sopra) o in alcune giunzioni, l’assimilazione delle n e delle m se seguite da cacuminali o nasali.

 

(Fonte Web Gianfranco Lande)