IL PROCESSO DI NORIMBERGA – HERMANN GORING

Sicuramente Hermann Göring.

A Norimberga, in mancanza di Hitler, fu lui la figura più importante tra gli imputati e non deluse certamente le aspettative.

Era sicuro di sé e si assunse la responsabilità degli ordini emessi con la sua firma; non piagnucolò come gli altri e di certo non usò la scusa del “ho solo eseguito gli ordini”.

Si mosse come se si trovasse su un palcoscenico e riuscì a mettere in difficoltà i giudici, specie Robert Houghwout Jackson che fu rimproverato dal Tribunale per aver perso la calma nel corso del procedimento.

Durante le varie fasi del processo, gli imputati vennero sottoposti a diversi esami psichiatrici e psicologici, tra cui i test di Rorschach.

Nella seconda fase del test Göring esordì così: “Ancora queste tavole da pazzi? Ma lo sa dottore che uno dei vecchi signori che stanno di là mi ha detto che gli avete fatto vedere delle tavole volgari? In un certo senso, oscene?”.

Insomma, Göring capovolse la situazione dando lui del pazzo allo psicologo.

Venne stabilito che possedeva un quoziente intellettivo pari a 138.

Con la sua sicurezza ed il suo orgoglio per essere stato la figura di spicco del nazismo, secondo solo a Hitler, suscitò l’ammirazione dei colleghi imputati (anche di coloro con cui non aveva mai avuto rapporti amichevoli).

Una delle motivazioni per le sue risposte brillanti e provocatorie, potrebbe risiedere nel fatto che parlasse correntemente l’inglese: in questo modo, sentiva le domane in inglese – capendole – e poi le riascoltava in tedesco, avendo perciò più tempo per elaborare il discorso.

Nei filmati del processo lo si può vedere fare una cosa singolare: spostare le cuffie quando venivano elencate in modo chiaro le sue colpe.

Allo stesso modo copriva con la mano le parti dei documenti che non gli piacevano.

Quanto al suo antisemitismo ci sono pareri discordanti.

Al processo dichiarò quanto segue: “Non ho mai manifestato apertamente la mia approvazione per il fatto che una razza fosse indicata come superiore nei confronti di un’altra, ma ho sottolineato le diversità tra loro”.

Dichiarò però che in qualità di presidente del Reichstag, promulgò le Leggi di Norimberga.

Sempre a proposito del suo antisemitismo c’è una cosa curiosa, era solito ripetere: “Decido io chi è ebreo”.

Con tale affermazione si riferiva forse all’attività del fratello Albert, antinazista, che aiutò diversi ebrei e prigionieri politici a fuggire dai campi di concentramento?

Quest’ultimo infatti usava proprio il suo nome e la posizione di prestigio del fratello per compiere atti di resistenza.

La figlia di Hermann, Edda Göring (così chiamata in onore di Edda Mussolini – anche se giravano voci che non fosse sua figlia biologica data la sua presunta impotenza dopo essere stato ferito gravemente durante il Putsch di Monaco, ma questa è un’altra storia…) a proposito dello zio disse: “Poteva certamente aiutare chi aveva bisogno finanziariamente e grazie alla sua influenza personale, ma quando era necessario coinvolgere le autorità o gli ufficiali, aveva bisogno dell’aiuto di mio padre, che glielo ha sempre concesso.”

Nonostante Göring dominò la scena per tre giorni, venne riconosciuto colpevole di «aver pianificato, iniziato e intrapreso guerre d’aggressione» e di aver commesso «crimini di guerra» e «crimini contro l’umanità» e condannato a morte per impiccagione.

“Voglio morire come Annibale”, disse. Chiese poi che l’impiccagione fosse sostituita con la fucilazione.

La sua richiesta fu respinta.

Decise di chiudere il tutto secondo i suoi termini: la notte del 15 ottobre del 1946, poche ore prima dell’inizio delle esecuzioni, si tolse la vita sciogliendosi una capsula di cianuro in bocca.

Non si sa per certo come la ottenne, alcune fonti dicono gliela avesse fornita un tenente dell’esercito americano con cui aveva instaurato rapporti amichevoli.

Göring scrisse due lettere, una alla famiglia ed una ai giudici del processo.

In una nota per il colonnello Burton C. Andrus, governatore militare degli Stati Uniti nel carcere di Norimberga, raccontò, con evidente orgoglio, come aveva nascosto nello stivale la capsula di cianuro che aveva usato per suicidarsi, e di averne nascoste in totale ben tre.

Secondo quanto affermato dal gerarca, al momento della sua cattura Göring aveva tre capsule di cianuro (che quindi non gli sarebbe stata fornita dall’amico americano, sebbene potrebbe comunque trattarsi di una menzogna per coprirlo): ne lasciò una nei suoi indumenti perché venisse trovata (onde allentare la successiva sorveglianza), una seconda la mise nell’attaccapanni del centro per gli interrogatori di Mondorf, riprendendola quando si rivestì con il cappotto, una terza immersa in un vasetto di crema per la pelle, che conservava in una valigetta.

Per tutta la durata degli interrogatori egli tenne le due capsule rimastegli nascoste «nel suo corpo» e negli stivaletti che calzava.

Secondo alcuni usò la capsula contenuta nel vasetto di crema, l’unica di cui riuscì a riappropriarsi, grazie alla collaborazione della guardia americana, conservandola nello stivale e usandola quando rifiutarono di fucilarlo e confermarono l’impiccagione.

Come ultima, curiosa beffa, il corpo di Göring venne ritrovato con un occhio aperto ed uno chiuso, come a voler per sempre controllare ciò che accadeva intorno a lui.

Onde evitare speculazioni sul fatto che fosse potuto fuggire, il suo cadavere fu mostrato ai testimoni dopo la decima ed ultima impiccagione.

Fu poi cremato e le sue ceneri sparse “in qualche fiume tedesco”, informazione volutamente vaga per evitare che nascessero pellegrinaggi in suo onore.

(Fonte Web Maura Nonnis)