TROIA: dal porcile al Cavallo di Troia. Ma sarà tutto vero? 30 Ottobre 2026 – Posted in: Parole – Tags: , , , , , , , , , , , ,

TROIA: dal porcile al Cavallo di Troia. Ma sarà tutto vero?

Ci sono parole che offendono l’intelligenza. Altre il carattere. E poi ce n’è una che, per secoli, è servita soprattutto a giudicare la libertà delle donne.

Oggi il nostro pappagallo professore affronta una delle parolacce più pesanti della lingua italiana.

TROIA.

Una parola di cinque lettere che ci porta dagli allevamenti medievali ai banchetti dell’antica Roma, passando per la letteratura e arrivando fino ai pregiudizi contemporanei. E attenzione: la storia è molto più interessante della parolaccia.

1. PRIMA DI ESSERE UN INSULTO, ERA UN ANIMALE.

La parola troia indicava, e indica ancora nel linguaggio popolare, la femmina del maiale destinata alla riproduzione. Il Nuovo De Mauro la documenta in italiano già prima del 1320 e la fa risalire al latino medievale troia.

Ma da dove arriva quel termine latino? Qui cominciano i dubbi. Secondo Treccani potrebbe trattarsi di una voce espressiva nata dall’imitazione del grugnito del maiale.

Un’origine onomatopeica, dunque. Immaginate un contadino medievale che cerca di dare un nome a un animale imitando il suo verso.

Non sarà la scena più elegante della storia linguistica, ma è una possibilità presa sul serio dai dizionari.

2. E IL FAMOSO CAVALLO DI TROIA?

Qui arriva la curiosità più gustosa. Letteralmente.

Secondo una spiegazione etimologica tradizionale, il nome potrebbe essere collegato al porcus Troianus, un maiale farcito con altri alimenti, preparato nell’antica cucina romana.

Perché chiamarlo troiano?

Per analogia con il celebre cavallo di legno che, secondo il mito, nascondeva al suo interno i guerrieri greci. Un maiale pieno di ripieno come il cavallo pieno di soldati. Da qui, secondo questa ricostruzione, sarebbe nato il nome dell’animale.

Ma attenzione: non è una certezza scientifica.

La preparazione gastronomica e la spiegazione tradizionale sono testimonianze storiche interessanti. Il passaggio etimologico fino alla nostra parolaccia, invece, non è dimostrato.

La storia è affascinante, ma non possiamo venderla come una verità definitiva. Anche perché, quando un’etimologia è troppo bella per essere vera, conviene controllare due volte.

3. COME SI È TRASFORMATA IN UN’OFFESA?

Il passaggio dal nome dell’animale all’insulto è un fenomeno linguistico ben riconoscibile. In molte lingue gli animali vengono utilizzati come paragoni offensivi per descrivere comportamenti umani.

Nel caso di troia, il termine ha assunto il significato volgare di prostituta ed è diventato un insulto rivolto soprattutto alle donne, con una forte connotazione sessuale. Ma c’è un particolare da non sottovalutare.

Spesso la parola viene usata non per descrivere una professione, ma per umiliare una donna giudicata troppo libera, troppo disinvolta o semplicemente non conforme alle aspettative di qualcuno.

E qui la storia della lingua incontra quella della società. Perché una parola può raccontare non soltanto ciò che pensiamo, ma anche i pregiudizi che abbiamo ereditato.

4. BOCCACCIO E UNA TROVATA LINGUISTICA.

Sapevate che troiata aveva anche un significato completamente diverso da quello attuale?

Nel Trecento poteva indicare una masnada, cioè un gruppo di uomini armati o di seguaci di signori del contado. È un’accezione antica documentata anche nel Decameron di Giovanni Boccaccio.

Oggi, invece, troiata indica soprattutto una mascalzonata, un’azione disonesta o qualcosa realizzato malissimo. «Questo film è una troiata» non significa certo che il regista abbia allevato maiali.

Significa che lo spettatore vorrebbe indietro il prezzo del biglietto.

5. UNA FAMIGLIA DI PAROLE INSOSPETTABILE.

Da troia derivano forme come troietta, troiona e troiaccia, quasi sempre usate in senso offensivo.

Ma esiste anche un legame etimologico molto meno evidente.

Secondo Treccani, il verbo intrugliare potrebbe derivare dall’antico introiare, cioè sporcare, insudiciare, a sua volta collegato a troia. E nel lucchese troviamo troglia, che significa scrofa.

Dunque, quando diciamo che qualcuno sta intrugliando qualcosa, potremmo utilizzare un lontano parente linguistico della parolaccia di oggi.

Il collegamento, però, è considerato probabile, non certo.

6. E LA CITTÀ DI TROIA?

Un’ultima precisazione.

La Troia di Priamo, Ettore e Paride è un nome geografico che ci arriva dalla tradizione greca e latina.

La troia intesa come animale ha una diversa storia linguistica, ancora discussa. La somiglianza tra le due parole non dimostra che condividano la stessa origine.

E soprattutto non autorizza a raccontare che il nome dell’insulto derivi direttamente dalla città assediata dai Greci.

LA RIFLESSIONE FINALE.

La storia di questa parola ci insegna qualcosa che va oltre l’etimologia.

Per secoli abbiamo inventato espressioni durissime per giudicare la sessualità femminile, mentre comportamenti simili negli uomini venivano spesso descritti con parole molto meno offensive. Non è una coincidenza linguistica.

È anche il riflesso di una lunga storia di doppi standard. E forse il bello di studiare le parolacce è proprio questo: capire che persino le parole più sporche possono rivelare qualcosa di profondo sulla nostra cultura.

La morale?

Una parola può nascere in un porcile. Ma il vero problema comincia quando la usiamo per mettere qualcun altro al proprio posto.

E VOI COSA NE PENSATE?

Le parolacce sono soltanto sfoghi innocenti oppure raccontano, più di quanto immaginiamo, i nostri pregiudizi?

E soprattutto: conoscevate la storia del porcus Troianus?

Vi aspetto nei commenti.

 

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