Leporeambo: quando la poesia diventa acrobazia linguistica 15 Settembre 2026 – Posted in: Lo Sapevi che, Parole – Tags: #Barocco, #curiositalinguistiche, #etimologia, #fenomenologia, #FenomenologiaDelleParole, #Leporeambo, #LetteraturaItaliana, #Linguaitaliana, #LudovicoLeporeo, #parole, #poesia
Leporeambo
Ci sono parole che sembrano nate per scherzo. Leporeambo è una di queste. Suona come il nome di un animale fantastico, di una danza dimenticata o di qualche creatura uscita da un manoscritto medievale. E invece indica una delle più curiose invenzioni della poesia italiana del Seicento. Dietro quella parola c’è Ludovico Leporeo, poeta friulano nato nel 1582 e morto probabilmente a Roma intorno al 1655, uomo capace di trasformare il verso in una sorta di laboratorio linguistico.
Il leporeambo nasce proprio dal suo nome. È una forma poetica costruita modificando strutture già esistenti, soprattutto il sonetto, e riempiendole di rime interne, assonanze, allitterazioni, parole sdrucciole e bisdrucciole, paronomasie, neologismi e richiami sonori continui. In alcuni dizionari viene descritto come un componimento diviso in tre nuclei ritmici e caratterizzato da rime, bisticci e allitterazioni. Più semplicemente: il verso non procede diritto. Rimbalza. Si piega. Si rincorre.
E qui bisogna chiarire una cosa. Non siamo davanti a una filastrocca. Leporeo non accumulava rime perché gli piaceva sentirle tintinnare. Dietro quella apparente confusione c’era una costruzione rigorosa. Nel Decadario trimetro del 1634 arrivò a comporre versi contenenti tre rime uguali: due all’interno e una alla fine. La raccolta comprendeva 110 componimenti di dieci versi e seguiva perfino una precisa progressione vocalica. Una specie di ingegneria poetica secentesca.
Leporeo stesso aveva un’immagine bellissima per descrivere ciò che faceva con la lingua:
«Vo in caccia e in traccia di parole, e pescole / dal rio del cupo oblio»
Era davvero questo il suo mestiere: andare a caccia di parole, recuperarle dall’oblio, piegarle, inventarne di nuove, costringerle a stare vicine per suono anche quando sembravano lontane per significato. Treccani lo definisce infatti autore di uno sperimentalismo metrico e linguistico radicale e ricorda che lui stesso si proclamava «inventore della poesia alfabetica».
Per capire veramente il leporeambo, però, bisogna leggerlo. Ecco un frammento autentico tratto dalla Centuria di leporeambi:
«Son poeta di bieta, imito Omero: ché di vin mero inebriomi d’Epiro»
Bastano due versi. Poeta/bieta. Omero/mero. Epiro. Le parole sembrano tirarsi l’una con l’altra come calamite. Il significato resta, ma accanto al significato nasce un secondo livello: quello puramente sonoro. La poesia diventa quasi musica pronunciata.
In un altro componimento Leporeo arriva a costruire versi come «Pesche, esche fresche a mesche tresche brindo». Più che leggerlo, viene voglia di dirlo ad alta voce. Ed è proprio lì che il meccanismo si rivela: pesche, esche, fresche, mesche, tresche. Ogni parola prepara la successiva. È significato, ma anche ritmo, eco, inciampo controllato.
Siamo nel pieno del Barocco, un’epoca che della meraviglia aveva fatto quasi un programma estetico. La poesia doveva sorprendere, mostrare ingegno, spingere il linguaggio oltre l’ovvio. Non è casuale che Giambattista Marino apprezzasse le invenzioni leporeambiche, anche se Leporeo non si considerava affatto un marinista e anzi prendeva le distanze da quella scuola. Una contraddizione molto barocca: essere vicini nello stile e lontani nelle dichiarazioni.
La sua produzione diventò una gara continua con se stesso. Leporeambi alfabetici musicali, leporeambi nominali, distici trisoni, leporeambi eroici, mosaici, ottavari. Persino i titoli sembrano esercizi di equilibrismo. La Centuria di leporeambi, la sua raccolta più nota, circolò in diverse edizioni nel Seicento.
Ed è forse qui che il leporeambo diventa sorprendentemente moderno. Oggi siamo abituati ai giochi fonetici del rap, alle barre costruite sulle rime interne, alle allitterazioni della pubblicità, agli slogan che funzionano perché “suonano” prima ancora di essere compresi. Leporeo faceva qualcosa di simile quasi quattro secoli fa. Non certo nello stesso contesto e con gli stessi scopi, ma partendo da un’intuizione comune: le parole non significano soltanto. Hanno peso, ritmo, attrito, colore.
Il leporeambo ci ricorda allora una cosa che spesso dimentichiamo: una lingua non è soltanto un dizionario. È anche materia. Può essere piegata, rovesciata, allungata, fatta inciampare. Può diventare seria e ridicola nello spazio dello stesso verso.
E forse la lezione più bella lasciata da Ludovico Leporeo è proprio questa: chi ama davvero le parole, qualche volta deve avere il coraggio di maltrattarle un po’. Solo per vedere fin dove possono arrivare.
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