UN MEDICO NERO A CHIOGGIA 575 views - 30 Giugno 2021 – Pubblicato in: Momenti – Tags: , ,

MOMENTO SERIO – NO AL RAZZISMO!

Il livello dell’odio razziale e sociale in questo Paese è diventato intollerabile!“Cosa significa essere un medico nero a Chioggia nel 2021.

È il 2 giugno, stai aspettando con la tua bimba che il suo papà torni dal lavoro per mangiare una pizza. Invece ti arriva una telefonata in cui lui ti dice con voce strozzata che ha chiamato la polizia perché lo stanno inseguendo in moto e lo vogliono picchiare.

Se sei un medico fiscale nero e lavori a Chioggia è questo quello che ti succede.

Succede che in orario di visita un uomo che non era in casa, avvisato telefonicamente dai vicini, arriva in bicicletta indossando il costume e invece di giustificare con vergogna la propria assenza, ti sequestra chiudendo il cancello della palazzina e ti minaccia ripetutamente di morte.

Succede che avvicina la mano a un bastone mentre ti urla “Negro di merda, da qui non esci vivo”, “Non puoi venire in Italia a fare il cazzo che ti pare”, “Tu mi firmi che ero in casa o ti spacco la testa”, poi ti strappa il tablet dalle mani e lo scaraventa su un muretto rompendolo in mille pezzi.

Succede che tutto avviene davanti ai vicini affacciati alle finestre e ai cancelli e, mentre tu chiedi “Per favore chiamate la polizia”, “Per favore aprite il cancello”, loro ti guardano sghignazzando, si piazzano sulla sedia che lui ci ha messo davanti per bloccarti la strada e si prendono gioco di te “No, adesso te la vedi con lui”.

Succede che nonostante le tue richieste di aiuto di fronte a un uomo violento, nessuno viene in tuo soccorso o prova a calmarlo. Anzi, mentre tu tenti di chiamare il 112 in un momento di distrazione dell’uomo, le vicine lo informano che hai chiamato la polizia, che hai il cellulare nascosto tra i fogli e lui te lo strappa privandoti della tua unica possibilità di salvezza.

Succede che per salvarti la vita vieni obbligato a sottoscrivere il falso e quando finalmente riesci ad allontanarti e ad entrare nella tua auto, l’uomo ti raggiunge per dirti “Sei morto, ti vengo a prendere” e con violenza inaudita divelle la maniglia della portiera dell’auto di cui stai pagando le rate, per scagliarla contro il tuo finestrino. E mentre tu tenti di andartene, un altro vicino gli offre un passaggio in moto per inseguirti mentre scappi.

Perché sei nero.

Non importa se sei la persona più buona e corretta del mondo, se ti sei laureato in medicina a Padova, se parli italiano meglio di un madrelingua, se ti presenti sul lavoro sempre ben vestito e con un cartellino identificativo, se sei sempre cordiale ed educato. A Chioggia sei un nero di merda.

E dopo mesi di lavoro in una città tanto ostile ti abitui alla maleducazione della gente che ti accoglie sempre con un “Che cosa vuoi? Vattene da qui” senza mai lasciarti il tempo di dire chi sei.

Ti abitui alla sconcertante mancanza di vergogna di tutti quelli che ti intimano di andartene mentre sei seduto in macchina ad aspettare tranquillo l’orario delle visite.

Ti abitui ad ascoltare il loro agghiacciante “Eh sai (dandoti rigorosamente del tu), ci sono stati dei furti qui in zona” quando chi ha provato a cacciarti malamente è il destinatario della visita fiscale.

Ti abitui al macellaio del paese che, dopo aver parlato mezz’ora serenamente con te e averti indicato alcuni indirizzi impossibili da trovare , chiama la polizia dicendo che c’è un uomo sospetto davanti al suo negozio.

Ti abitui all’ignoranza razzista di una comunità che ti fa tornare a casa ogni sera con l’amaro in bocca, un senso di inadeguatezza e di profonda tristezza.

Cerchi perfino di giustificare la signora che, dopo averti fatto entrare e accomodare in casa per procedere alla visita, scappa improvvisamente impaurita per le scale urlando “Mi vuole derubare, mi ha spruzzato qualcosa in faccia” perché a distanza di due metri da lei hai pulito col disinfettante il tablet prima di appoggiarlo sul tavolo per tutelare la sua salute.

Chissà se qualcuno si è chiesto quanta paura abbia provato l’uomo nero vedendo arrivare il vicino di casa che brandiva un cacciavite.

È troppo per un uomo. È troppo per un bravo ragazzo. È troppo per la società del ventunesimo secolo. È troppo per me, che lo amo e non posso continuare ad aver paura di non veder rincasare la sera il meraviglioso padre di mia figlia.

Non è più ignoranza, maleducazione o stupidità. Questa è violenza. Violenza del branco.”

Francesca Moro