LA BALLATA DEL CERRUTI GINO ANZI NO DEL SIGNOR HU 251 views - 25 Gennaio 2021 – Pubblicato in: Momenti

Al mitico bar del Giambellino ora Cerutti Gino si chiama Hu

UN PAIO di operai armeggiano sulla vetrina:

«Sai, sostituisco la saracinesca: quella che c’era prima non reggeva…».Le pareti hanno già cambiato colore: «Le ho ridipinte dal rosa al giallo». Sergio, 22 anni, ti guarda un po’ e poi sorride: «Sì sì, lo so che qui ci veniva Giorgio Gaber, ho visto anche un video su YouTube…». Al civico 50 di via Giambellino, estrema periferia milanese, sono arrivati i cinesi: un mesetto fa, i fratelli Hu hanno preso in gestione lo storico bar Gino. Già, proprio quello cantato dal signor G. Quello del Paracchini, il suonatore di fisarmonica. Quello del Ceccott, il menestrello che «cuciva addosso a tutti i clienti una canzone come fosse un cappotto». Quello di Duilio Loi, campione del mondo di boxe. E quello del Cerutti, «il drago» della celebre ballata che poi in realtà non è mai esistito: «Lo eravamo tutti, in fondo», ricorda Nando Fiamenghi, nipote dello storico titolare. Lui gestisce ancora una salumeria proprio di fianco al bar.

E I DUE GIOVANI cinesi gli stanno simpatici. Forse perché vogliono riportare quel locale agli antichi splendori: «È un’ottima idea: non aspetto altro». Sergio ci sta pensando: «Voglio ricreare la stessa atmosfera: sistemare il bancone allo stesso modo e creare una sala da tè sul retro». Ma là c’era il biliardo? «Non ce lo possiamo permettere: ci costerebbe 3.800 euro l’anno di tasse». Pure l’insegna, ovviamente, tornerà come prima: la scritta «Bar Gino» rimpiazzerà quella comparsa a metà anni Novanta, cioè «Bar Masuri».

«I VECCHI proprietari decisero di cambiarla: non mi sono mai spiegato il perché», s’inalbera Nando. Che si consola con l’album dei ricordi: gli scatti in bianco e nero coi campi e le fabbriche, i baristi Nino e Dino con la loro pila di bustine di zucchero, il vecchio Gino con un muro di sigarette alle spalle. Flash di una Milano anni Cinquanta. Quando quelli della Ligera rubavano le biciclette per farsi un bicchiere e stare in compagnia. E oggi? «Mah, tutto sommato è una zona tranquilla», ripetono i fratelli Giuseppe e Sergio Hu.
Di cinese hanno solo gli avi, il cognome e gli occhi a mandorla. Sono la seconda generazione, nati e cresciuti sotto la Madonnina: «In Cina ci siamo andati una volta e non ci è tanto piaciuta tanto: una settimana in vacanza sì, viverci no». L’accento è meneghino doc: «Con un pizzico di bergamasco e qualche inflessione di napoletano». Ma come? «Eh sì — narra Sergio — ho lavorato per un periodo in un ristorante dove ero l’unico milanese: a forza di sentirlo, ho imparato qualcosa». Servire ai tavoli non gli piaceva, però: «Troppo frenetico».

COSÌ è arrivata l’occasione del bar: «L’abbiamo scelto perché era il migliore nel rapporto qualità-prezzo, poi abbiamo scoperto la sua storia». Una piacevole sorpresa, se è vero che vogliono rifarlo a regola d’arte. «Beh, la vedo complicata. Guarda questo bancone: era in radica di noce e ottone, prodotto dalla Zanchi Angeloni», puntualizza il pragmatico Nando. Quando ne parla, gli si illuminano gli occhi. E con lui all’intera famiglia Fiamenghi. Dall’altra parte ci sono gli Hu. Li separa solo un muro, ma è come se non ci fosse più neppure quello.

(Fonte https://bit.ly/2M5V26O)