40 modi di pensare il mondo – Parte III: che senso ha essere qui? 6 Ottobre 2026 – Posted in: Momenti – Tags: , , , , , , , , , , , , , ,

40 modi di pensare il mondo – Parte III: che senso ha essere qui?

Che senso ha essere qui? Esistenzialismo, Nichilismo, Assurdismo, Marxismo, Femminismo, Postmodernismo, Ecologia profonda e altre grandi visioni del pensiero provano a rispondere. La terza e ultima parte del nostro viaggio attraverso 40 modi di pensare il mondo.

Nella prima parte abbiamo chiesto alla filosofia come vivere. Nella seconda abbiamo commesso l’imprudenza di fare una domanda ancora più pericolosa: che cosa possiamo davvero conoscere? Adesso rimane l’ultima. Quella che forse nessun microscopio, telescopio o supercomputer potrà risolvere definitivamente per noi: che cosa significa essere qui?

Siamo comparsi in un universo che esisteva miliardi di anni prima della nostra nascita e che, con ogni probabilità, continuerà senza di noi. Nel brevissimo intervallo che chiamiamo vita amiamo, lavoriamo, costruiamo identità, accumuliamo oggetti, litighiamo per idee, cerchiamo riconoscimento, perdiamo persone, inventiamo dèi, nazioni, denaro, confini, ideologie e significati. E ogni tanto, magari nel cuore della notte o davanti a un cielo troppo grande, affiora la domanda che avevamo accuratamente nascosto sotto tutte le altre: perché?

Le ultime quindici tappe del nostro viaggio non danno una risposta comune. Alcune mettono l’individuo al centro, altre la società. Alcune vedono nella libertà la nostra grande occasione, altre analizzano le strutture che la limitano. Alcune cercano un significato universale, altre dubitano che ne esista uno. E alcune suggeriscono una possibilità ancora più inquietante: forse il senso non è qualcosa che troviamo. Forse è qualcosa che dobbiamo costruire.

1. Esistenzialismo: prima esistiamo, poi dobbiamo diventare qualcuno

L’Esistenzialismo non è una dottrina compatta e nemmeno tutti gli autori che oggi chiamiamo esistenzialisti accettarono quella definizione. Le sue radici vengono generalmente individuate in pensatori come Kierkegaard e Nietzsche e, nel Novecento, in Heidegger, Sartre, Simone de Beauvoir, Jaspers e altri. Il movimento divenne particolarmente influente nell’Europa del secondo dopoguerra, in un continente costretto a confrontarsi con guerra, morte, libertà e perdita dei riferimenti tradizionali. Enciclopedia Stanford di Filosofia

Jean-Paul Sartre ne formulò una delle espressioni più celebri sostenendo che, per l’essere umano, «l’esistenza precede l’essenza»: non nasciamo con un progetto già scritto che stabilisce definitivamente chi dobbiamo essere. Ci troviamo al mondo e, attraverso scelte e azioni, partecipiamo alla costruzione di ciò che diventiamo. La libertà, però, non è soltanto una conquista. È anche un peso, perché scegliere significa assumersi responsabilità. Enciclopedia Internet di Filosofia

È un pensiero tanto semplice da formulare quanto difficile da sopportare: se non posso attribuire tutto al destino, alla famiglia, alla società o alla sorte, una parte di ciò che sarò dipenderà dalle scelte che compio.

L’Esistenzialismo ci lascia davanti allo specchio e domanda: quanto della persona che sei hai scelto di diventare?

2. Nichilismo: e se non esistesse alcun significato già garantito?

Poche parole filosofiche vengono utilizzate con tanta leggerezza quanto «nichilismo». Non significa semplicemente essere pessimisti, depressi o «non credere in niente». Il termine attraversa una storia complessa, ma una delle sue forme più importanti riguarda la crisi di valori, fondamenti e significati considerati fino a quel momento assoluti. Nietzsche diagnosticò il nichilismo come una delle grandi condizioni della cultura europea moderna: quando i valori supremi sui quali una civiltà aveva costruito il proprio senso perdono credibilità, rimane un vuoto. Enciclopedia Internet di Filosofia

Ed è qui che il problema diventa personale. Per secoli una religione, una tradizione, una comunità o un ordine sociale potevano fornire risposte già confezionate alle domande fondamentali: perché esisto, che cosa è bene, che cosa devo fare, cosa accadrà dopo la morte. Quando quelle certezze vengono meno, l’essere umano guadagna libertà ma perde anche una mappa.

Il Nichilismo quindi non è necessariamente il punto d’arrivo. Può essere la diagnosi di un territorio nel quale le vecchie coordinate non funzionano più.

La domanda diventa terribile e affascinante: se nessuno mi consegna il significato della vita, posso crearne uno?

3. Assurdismo: noi chiediamo un senso, l’universo non risponde

Qui incontriamo Albert Camus. E bisogna subito fare una precisazione: Camus rifiutava l’etichetta di «esistenzialista», benché venga spesso associato a quella tradizione. Al centro del suo pensiero troviamo invece l’assurdo, che nasce dallo scontro fra il bisogno umano di ordine, spiegazione e significato e un mondo che non sembra obbligato a fornirceli. Enciclopedia Internet di Filosofia

L’immagine simbolo è Sisifo, condannato a spingere eternamente un masso verso la cima della montagna per vederlo ogni volta precipitare. L’assurdo, però, in Camus non conduce necessariamente alla passività. La sua risposta è legata alla rivolta, alla partecipazione e alla decisione di vivere pienamente nonostante l’assenza di una garanzia cosmica del significato.

Forse l’universo non ci deve una spiegazione.

Forse il silenzio del mondo non obbliga noi al silenzio.

4. Umanesimo: riportare l’uomo al centro della domanda

«Umanesimo» può indicare realtà differenti e bisogna evitare di trasformarlo in una generica filosofia del «credi nell’uomo». Storicamente l’Umanesimo rinascimentale si sviluppò attraverso la riscoperta e lo studio dei testi classici, la filologia, la retorica, la storia e la filosofia morale. Petrarca fu una delle figure decisive di questo cambiamento, mentre gli studia humanitatis contribuirono a modificare profondamente la cultura europea tra Trecento e Rinascimento.

Nelle diverse forme assunte successivamente dal termine rimane comunque una forte attenzione alla dignità, alle capacità e alla responsabilità dell’essere umano. Ma sarebbe sbagliato immaginare che Umanesimo significhi automaticamente rifiuto della religione: molti umanisti rinascimentali erano profondamente cristiani. L’elemento decisivo era piuttosto una rinnovata attenzione alla vita umana, all’educazione, alla parola e alla possibilità di formare persone capaci di partecipare alla vita civile.

Dietro tutto questo rimane una domanda ancora attuale: che cosa potremmo diventare se prendessimo sul serio la nostra capacità di educarci e trasformarci?

5. Umanesimo esistenziale: nessun progetto già scritto

Nell’infografica originale compare «Existential Humanism» come se fosse una scuola autonoma. È meglio essere più precisi. L’espressione rimanda soprattutto alla celebre conferenza tenuta da Sartre nel 1945, successivamente pubblicata come L’esistenzialismo è un umanismo, nella quale il filosofo difese il proprio esistenzialismo da diverse critiche.

Per Sartre l’assenza di un’essenza umana stabilita in anticipo non diminuisce l’uomo: aumenta la sua responsabilità. Non possiamo appellarci a una natura immutabile che decida interamente al posto nostro. Attraverso ciò che facciamo costruiamo non soltanto noi stessi, ma contribuiamo anche a esprimere un’immagine possibile dell’essere umano.

È il paradosso dell’esistenzialismo: togliere all’uomo un destino prestabilito significa caricargli sulle spalle una libertà enorme.

Forse non possiamo scegliere tutte le circostanze della nostra esistenza.

Ma continuamente scegliamo che cosa fare dentro quelle circostanze.

6. Marxismo: quanto della nostra vita dipende davvero soltanto da noi?

Con Karl Marx la domanda sul significato esce dalla stanza dell’individuo e attraversa la fabbrica, il lavoro, le classi sociali, l’economia e la storia. E anche qui occorre distinguere Marx dai moltissimi «marxismi» sviluppatisi dopo di lui. Il suo pensiero comprende filosofia, economia, storia e critica sociale e non può essere ridotto allo slogan secondo cui tutto dipenderebbe semplicemente dal denaro.

Nei suoi primi scritti Marx attribuisce grande importanza all’alienazione, soprattutto nelle condizioni sociali del lavoro; successivamente sviluppa una teoria della storia generalmente indicata come materialismo storico, nella quale le forme sociali vengono studiate anche attraverso i rapporti economici, le forze produttive e i conflitti che le attraversano. Gli studiosi discutono ancora diversi aspetti dell’interpretazione di queste teorie, compreso il peso da attribuire alla lotta di classe e ai meccanismi del cambiamento storico.

La provocazione che Marx lascia al nostro viaggio è potente: siamo certamente individui, ma individui che nascono dentro strutture economiche e sociali che non hanno scelto. Le opportunità, il lavoro, il potere e persino alcune idee che consideriamo naturali possono essere influenzati dalle società nelle quali viviamo. Marx sviluppò una critica profonda dei rapporti capitalistici e dell’alienazione che, secondo la sua analisi, essi potevano produrre; le sue tesi e le successive tradizioni marxiste sono state a loro volta oggetto di ampie controversie filosofiche, economiche e politiche.

La domanda rimane: quanto della nostra libertà è individuale e quanto dipende dalle condizioni nelle quali quella libertà deve essere esercitata?

7. Femminismo: chi ha avuto il diritto di definire l’essere umano?

La filosofia femminista non è una singola teoria. Comprende prospettive analitiche, continentali, pragmatiste e molte altre, spesso anche in forte discussione fra loro. Il filo comune è l’analisi delle ingiustizie e delle forme di oppressione legate al genere e il modo in cui queste hanno influenzato istituzioni, cultura, lavoro, famiglia, conoscenza e perfino la storia della filosofia.

E qui compare una domanda fondamentale. Quando per secoli i filosofi parlavano dell’«uomo» in senso universale, quanto di quell’esperienza considerata universale era in realtà costruita a partire soprattutto dall’esperienza maschile? La filosofia femminista ha riportato dentro l’indagine temi a lungo marginalizzati: corpo, cura, dipendenza, lavoro domestico, riproduzione, sessualità, potere, testimonianza e rapporto fra genere e conoscenza.

Il risultato non è semplicemente aggiungere qualche donna alla storia della filosofia.

È porre una domanda più radicale: chi è rimasto fuori quando abbiamo deciso che cosa significasse essere umani?

8. Postmodernismo: diffidare delle grandi storie che spiegano tutto

«Postmodernismo» è uno dei termini più abusati del nostro tempo. Non indica una dottrina unica. In filosofia viene associato a una costellazione di autori e pratiche critiche legate, fra gli altri, a Jean-François Lyotard, Jacques Derrida e Michel Foucault, anche se molti degli autori inseriti sotto questa etichetta non si identificarono necessariamente con essa. Il termine acquistò particolare importanza filosofica dopo la pubblicazione nel 1979 de La condizione postmoderna di Lyotard.

Una parte importante della sensibilità postmoderna riguarda il sospetto verso fondamenti assoluti, identità perfettamente stabili, idee lineari di progresso e grandi spiegazioni universali della storia. Il linguaggio, le istituzioni, il potere e il contesto storico diventano elementi centrali nell’analisi di ciò che una società considera vero, normale o naturale.

Questo non equivale alla formula semplicistica «non esiste la verità». Significa piuttosto interrogare le condizioni attraverso le quali determinate interpretazioni acquistano autorità.

Ogni volta che qualcuno dice «è sempre stato così», il pensiero postmoderno tende a domandare:

sempre, per chi?

9. Ambientalismo filosofico: e se l’uomo non fosse l’unica misura del valore?

Per gran parte della storia occidentale la riflessione morale si è concentrata prevalentemente sulle relazioni fra esseri umani. L’etica ambientale, sviluppatasi come campo filosofico soprattutto dagli anni Sessanta e Settanta del Novecento, amplia la domanda: animali, specie, ecosistemi, foreste o paesaggi possiedono un valore che non dipende esclusivamente dalla loro utilità per noi?

È un cambiamento enorme. Una foresta può valere perché produce legname, assorbe carbonio o offre svago agli esseri umani. Ma può possedere anche un valore indipendentemente da questi utilizzi?

La filosofia ambientale sposta quindi il centro morale.

Non domanda soltanto «che cosa può darci la natura?»

Domanda anche «che cosa dobbiamo noi al mondo non umano?»

10. Ecologia profonda: non siamo proprietari della natura, ne siamo parte

L’espressione deep ecology, «ecologia profonda», viene associata soprattutto al filosofo norvegese Arne Næss e agli sviluppi avvenuti negli anni Settanta. Næss distingueva fra una forma di ambientalismo concentrata principalmente sull’inquinamento e sull’esaurimento delle risorse per salvaguardare il benessere umano e una prospettiva più profonda, capace di attribuire valore alla vita non umana indipendentemente dalla sua utilità per noi.

Qui avviene un piccolo terremoto concettuale. Non siamo più il proprietario al centro del giardino. Siamo una delle forme di vita presenti nel giardino.

Naturalmente le formulazioni dell’ecologia profonda sono state discusse e criticate anche all’interno della filosofia ambientale. Ma la domanda che hanno reso inevitabile rimane: perché il valore dell’intero pianeta dovrebbe essere misurato soltanto attraverso gli interessi della nostra specie?

11. Trascendentalismo: la natura come luogo nel quale ritrovare se stessi

Il Trascendentalismo fu un movimento letterario, filosofico, religioso e politico statunitense dell’Ottocento, legato soprattutto a Ralph Waldo Emerson e Henry David Thoreau, ma anche a Margaret Fuller e altri pensatori. I trascendentalisti criticarono il conformismo della società del loro tempo e attribuirono grande importanza all’indipendenza dell’individuo, all’intuizione e al rapporto con la natura.

Quando Thoreau si trasferì presso Walden Pond non stava semplicemente inventando una vacanza nei boschi. Cercava di mettere alla prova un modo differente di vivere. La natura diventava uno spazio attraverso il quale interrogare bisogni, società e libertà personale. Il movimento sviluppò inoltre importanti critiche sociali, comprese prese di posizione contro la schiavitù negli Stati Uniti.

La domanda trascendentalista suona modernissima:

quanto della nostra vita è davvero nostro e quanto è semplicemente conformità?

12. Filosofia perenne: religioni diverse, una verità comune?

Con la cosiddetta philosophia perennis entriamo in un territorio particolare. Non si tratta di una dimostrazione scientifica dell’esistenza di una verità religiosa comune, ma di una tradizione interpretativa secondo la quale dietro differenti religioni e tradizioni spirituali sarebbe possibile riconoscere un nucleo di sapienza universale. Il concetto possiede radici rinascimentali e venne ripreso in forme diverse nei secoli successivi; nel Novecento divenne particolarmente conosciuto attraverso Aldous Huxley e il suo libro The Perennial Philosophy del 1945.

Cristianesimo, induismo, buddhismo, islam mistico e altre tradizioni possono apparire enormemente differenti nelle dottrine e nei riti. Il perennialista cerca invece eventuali esperienze o intuizioni comuni dietro quella diversità.

È una tesi filosofico-religiosa discussa e non una conclusione dimostrata.

Ma produce una domanda affascinante:

le religioni sono strade verso montagne differenti o sentieri differenti sulla stessa montagna?

13. Minimalismo filosofico: quanto basta per vivere?

Qui correggiamo un’altra semplificazione dell’infografica. Non esiste una grande «scuola filosofica minimalista» storicamente paragonabile allo Stoicismo o all’Idealismo. Il minimalismo contemporaneo è più correttamente descritto come filosofia pratica o stile di vita legato alla semplificazione, alla riduzione dei consumi e alla scelta intenzionale di ciò che viene considerato essenziale. Esistono però precedenti molto più antichi: dal Cinismo allo Stoicismo, da alcune tradizioni religiose fino alla semplicità volontaria moderna. Gli studi contemporanei distinguono inoltre il minimalismo come stile di vita dal Minimalismo artistico nato nel Novecento.

La sua domanda è quasi scandalosa in una società costruita sull’aggiunta:

non «che cosa mi manca?», ma «che cosa posso togliere?»

Possiamo riempire una casa e sentirla vuota.

Possiamo riempire un’agenda e avere la sensazione di non aver vissuto.

Forse possedere meno non significa automaticamente vivere meglio. Ma chiedersi che cosa sia davvero necessario può rivelare quanto spesso confondiamo il prezzo delle cose con il loro valore.

14. Teoria queer: chi decide che cosa è normale?

La Queer Theory si sviluppa soprattutto fra gli anni Ottanta e Novanta attraverso il dialogo fra teoria femminista, poststrutturalismo, studi sulla sessualità e autori come Michel Foucault e Judith Butler. Anche qui non esiste una singola dottrina. Uno dei temi centrali riguarda il modo in cui categorie di genere, sessualità e identità vengono definite, normalizzate e rese socialmente intelligibili.

Il contributo di Foucault alla storia della sessualità influenzò profondamente queste riflessioni, mostrando come le categorie attraverso cui comprendiamo sesso e sessualità abbiano anche una storia culturale e discorsiva. Butler sviluppò ulteriormente la critica delle identità considerate semplicemente naturali o immutabili, analizzando il rapporto fra norme, genere e sessualità.

Al di là delle differenti posizioni interne a questo vasto campo, la domanda filosofica è chiara:

quando chiamiamo qualcosa «normale», stiamo descrivendo semplicemente la natura oppure anche una norma costruita dalla società?

15. Objectivism: la vita dell’individuo come valore

Ultima tappa: l’Objectivism, la filosofia sviluppata dalla scrittrice e filosofa Ayn Rand nel Novecento. Rand costruì un sistema che comprende metafisica, epistemologia, etica e filosofia politica e attribuì un ruolo centrale alla ragione, all’individuo, alla ricerca della propria felicità e a ciò che definiva «egoismo razionale». In politica sostenne diritti individuali, governo limitato e capitalismo laissez-faire. Le sue posizioni hanno avuto notevole influenza culturale, soprattutto negli Stati Uniti, e sono state anche oggetto di estese critiche e discussioni accademiche.

La parola «egoismo» qui può trarre in inganno. Rand non intendeva semplicemente «fare qualunque cosa mi convenga». La sua etica cercava di fondare razionalmente l’interesse dell’individuo e considerava la propria vita come riferimento centrale dei valori morali.

È quasi il punto speculare rispetto ad alcune delle filosofie incontrate poco prima. L’ecologia profonda decentra l’essere umano; Marx guarda ai rapporti sociali e materiali; molte filosofie femministe studiano dipendenze, relazioni e strutture; Rand riporta con forza al centro l’individuo.

La domanda finale diventa quindi inevitabile:

quanto dobbiamo agli altri e quanto dobbiamo a noi stessi?

Quaranta strade. Le stesse poche domande.

Siamo partiti dallo Stoicismo chiedendoci che cosa dipenda da noi. Abbiamo incontrato Epicuro e la misura dei desideri, Diogene e le convenzioni sociali, Confucio e le relazioni, il Tao e l’arte di non forzare, il Buddhismo e l’impermanenza.

Poi abbiamo cominciato a dubitare persino del mondo che avevamo davanti. Razionalisti ed empiristi hanno litigato sulla conoscenza. Realisti e idealisti sul rapporto fra mente e realtà. Monisti, dualisti e pluralisti sulla struttura dell’esistente. La Fenomenologia ci ha costretto a guardare non soltanto le cose, ma il modo in cui le cose appaiono alla coscienza. Il Panpsichismo ci ha fatto chiedere da dove venga l’esperienza soggettiva. La Filosofia del processo ci ha suggerito che forse ciò che chiamiamo «cose» sono soprattutto eventi in trasformazione.

E alla fine siamo arrivati qui.

All’uomo che cerca significato.

L’Esistenzialismo gli dice: devi scegliere.
Il Nichilismo: le vecchie risposte potrebbero non reggere più.
Camus: anche senza una risposta definitiva puoi vivere e reagire.
L’Umanesimo: prendi sul serio ciò che l’essere umano può diventare.
Marx: ricorda che non vivi fuori dalla società.
Il Femminismo: chiediti chi è stato escluso dalle definizioni universali.
Il Postmodernismo: diffida delle spiegazioni che pretendono di spiegare tutto.
L’Etica ambientale: non sei l’unico essere che conta.
L’Ecologia profonda: sei natura, non soltanto qualcuno che usa la natura.
Il Trascendentalismo: non lasciare che il conformismo viva al posto tuo.
La Filosofia perenne: cerca ciò che potrebbe unire esperienze spirituali differenti.
Il Minimalismo: domandati quanto ti basta.
La Queer Theory: interroga ciò che chiami normale.
L’Objectivism: interroga il rapporto fra ragione, individuo e interesse personale.

E forse, dopo quaranta filosofie, la risposta più seria è ammettere che non ne possediamo una sola.

Forse la filosofia non serve a darci una risposta

Forse abbiamo frainteso la filosofia proprio quando abbiamo cominciato a considerarla una collezione di risposte.

Socrate non è diventato immortale perché sapeva tutto.

È diventato immortale perché continuava a fare domande.

E forse è questa la sottile linea che unisce pensatori separati da millenni, continenti, religioni e idee incompatibili: la convinzione che una vita non interrogata rischi di essere vissuta quasi per inerzia.

Nasciamo dentro un mondo che possiede già parole per tutto: successo, amore, famiglia, lavoro, felicità, normalità, ricchezza, fallimento.

La filosofia compie un gesto apparentemente minuscolo.

Prende una di quelle parole.

La posa sul tavolo.

E domanda:

«Siamo sicuri?»

Dopo quaranta modi di pensare il mondo, forse non sappiamo ancora quale sia quello giusto.

Ma potrebbe essere cambiata una cosa più importante.

Il modo in cui guardiamo.

Perché alla fine Fenomenologia significa anche questo: non accontentarsi della superficie delle cose. Osservarle abbastanza a lungo da accorgersi che dietro ciò che sembrava ovvio c’era una domanda che aspettava da secoli qualcuno disposto a formularla.

E quella persona, adesso, potremmo essere noi.

 

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