40 modi di pensare il mondo – Parte II 5 Ottobre 2026 – Posted in: Lo Sapevi che – Tags: , , , , , , , , , , , , , ,

40 modi di pensare il mondo – Parte II: che cosa possiamo conoscere?

“Il mondo esiste indipendentemente da noi? Possiamo fidarci dei sensi? Mente e corpo sono la stessa cosa? Dal Razionalismo alla Fenomenologia, dal Dualismo al Panpsichismo: quindici tentativi di rispondere a una delle domande più antiche dell’uomo, «che cosa possiamo davvero conoscere?”.

Nella prima parte di questo viaggio abbiamo posto una domanda molto concreta: come vivere? Stoici, epicurei, cinici, buddhisti e altre grandi tradizioni ci hanno consegnato risposte differenti. Ma sotto quella domanda se ne nasconde un’altra, forse ancora più inquietante. Prima di decidere come vivere nel mondo dovremmo infatti capire qualcosa di apparentemente ovvio: che cos’è questo mondo?

Guardiamo un albero e diciamo di vedere un albero. Tocchiamo un tavolo e siamo certi che il tavolo esista. Ricordiamo la nostra infanzia e pensiamo che quel ricordo appartenga a una storia realmente accaduta. Ma quanto di ciò che conosciamo proviene dalla realtà e quanto dalla mente che la interpreta? Possiamo fidarci dei sensi? Esiste qualcosa indipendentemente da noi? La coscienza è soltanto il risultato del cervello oppure rappresenta qualcosa di irriducibile alla materia?

Sono domande antiche. E sono tutt’altro che risolte.

Quando conoscere diventa un problema

La filosofia chiama epistemologia lo studio della conoscenza: che cosa significa sapere qualcosa, da dove proviene ciò che sappiamo e quali siano i limiti della nostra capacità di conoscere. La metafisica affronta invece questioni ancora più radicali sulla struttura della realtà e su ciò che esiste. I confini fra i due territori, però, spesso si intrecciano: domandarsi come conosciamo conduce inevitabilmente a domandarsi che cosa possiamo conoscere.

E da questo incrocio sono nate alcune delle battaglie intellettuali più affascinanti della storia.

1. Razionalismo: e se una parte della verità fosse già nella ragione?

Per il Razionalismo la conoscenza non può essere spiegata interamente attraverso ciò che vediamo, tocchiamo o ascoltiamo. Esistono almeno alcune conoscenze o concetti che la ragione può raggiungere indipendentemente dall’esperienza sensibile. È la grande tradizione alla quale vengono comunemente associati, pur con enormi differenze fra loro, Cartesio, Spinoza e Leibniz. La contrapposizione scolastica fra «razionalisti» ed «empiristi» è però più sfumata di quanto suggeriscano i manuali: gli stessi filosofi tradizionalmente assegnati a uno dei due campi attribuivano spesso un ruolo importante anche all’altra fonte di conoscenza.

Pensiamo alla matematica. Per sapere che un triangolo possiede determinate proprietà dobbiamo misurare tutti i triangoli dell’universo? Evidentemente no. La ragione sembra capace di arrivare ad alcune conclusioni senza doverle raccogliere una per una dal mondo.

Il Razionalismo introduce così un sospetto enorme: forse conoscere non significa semplicemente aprire gli occhi. Significa anche possedere una mente capace di organizzare, dedurre e comprendere ciò che gli occhi incontrano.

2. Empirismo: prima di pensare il mondo dobbiamo incontrarlo

L’Empirismo sposta il peso verso l’esperienza. Tradizionalmente associato a pensatori come Locke, Berkeley e Hume, sostiene in forme diverse che l’esperienza abbia un ruolo fondamentale nell’origine della nostra conoscenza del mondo. Anche qui bisogna evitare una caricatura: non significa che gli empiristi rifiutassero la ragione. La disputa riguarda soprattutto quanto della nostra conoscenza possa essere ottenuto indipendentemente dall’esperienza.

Un bambino non nasce conoscendo il sapore di una fragola. Puoi spiegarglielo per ore, descrivere dolcezza, acidità e consistenza, ma arriverà un momento nel quale sarà necessario assaggiarla.

L’Empirismo ci ricorda una cosa che rischiamo di dimenticare anche oggi: una teoria può essere elegante, coerente e seducente. Poi arriva il mondo. E il mondo ha il brutto vizio di non essere obbligato a rispettare le nostre idee.

3. Realismo: il mondo continua a esistere anche quando chiudiamo gli occhi?

Detto nel modo più semplice possibile, molte forme di Realismo sostengono che almeno alcuni aspetti della realtà esistano indipendentemente dalle nostre convinzioni, esperienze o rappresentazioni. Ma sarebbe sbagliato parlare del Realismo come di un’unica teoria: esistono realismi riguardanti il mondo fisico, la scienza, la matematica, la morale e molti altri campi. Un filosofo può essere realista in un settore e non esserlo in un altro.

La domanda fondamentale resta straordinariamente intuitiva. Se tutta l’umanità scomparisse domani, la Luna continuerebbe a esistere?

Per il realista, almeno in una delle formulazioni più comuni, la risposta non dipende dal fatto che qualcuno la stia osservando. Il mondo non aspetta i nostri occhi per diventare reale.

Sembra quasi ovvio.

Il problema della filosofia è proprio questo: prende ciò che sembra ovvio e comincia a chiedergli spiegazioni.

4. Idealismo: e se la mente fosse molto più importante di quanto immaginiamo?

L’Idealismo comprende una famiglia molto ampia di teorie, non una singola dottrina. In termini generali, le filosofie idealistiche attribuiscono al mentale, all’ideale o al concettuale un ruolo fondamentale nella spiegazione della realtà. Questo non significa necessariamente sostenere banalmente che «nulla esiste» oppure che il mondo sia un sogno personale. Le diverse forme di Idealismo, da Berkeley all’Idealismo tedesco, possono essere profondamente differenti.

La questione è più sottile: possiamo parlare della realtà ignorando completamente la mente attraverso la quale quella realtà viene conosciuta?

Prendiamo un colore. Il rosso che vediamo sembra appartenere alla mela. Eppure ciò che chiamiamo «rosso» implica luce, occhi, sistema nervoso e cervello. La realtà fisica e l’esperienza che ne facciamo non coincidono necessariamente.

L’Idealismo apre così una crepa nella parete apparentemente solidissima del mondo: forse l’osservatore non è soltanto uno spettatore.

5. Costruttivismo: quanto del nostro mondo viene costruito?

«Costruttivismo» è una parola pericolosa proprio perché viene utilizzata in contesti molto diversi. In filosofia, pedagogia, sociologia e teoria della conoscenza può assumere significati differenti. Quando si parla di costruzione sociale, per esempio, l’idea di fondo è che alcuni fenomeni o categorie dipendano almeno in parte da pratiche, istituzioni, linguaggi o fattori culturali anziché essere semplicemente dati dalla natura.

Questo non significa automaticamente sostenere che «tutto è inventato».

Il denaro è un buon esempio. La carta di una banconota possiede caratteristiche fisiche indipendentemente da noi, ma il suo valore economico dipende da un enorme sistema condiviso di convenzioni, istituzioni e fiducia. Senza esseri umani quella carta continuerebbe probabilmente a esistere. I cinquanta euro, invece, no.

Ed ecco una domanda potente: quante cose che consideriamo naturali sono in realtà anche il risultato di una lunga costruzione culturale?

6. Agnosticismo: sapere di non poter concludere

Nel linguaggio comune «agnostico» viene spesso usato come sinonimo di persona semplicemente indecisa. Filosoficamente la questione è più precisa e, soprattutto, riguarda tradizionalmente la possibilità di conoscere se Dio o gli dèi esistano. Il rapporto tra agnosticismo, teismo e ateismo è complesso e persino le definizioni utilizzate dagli studiosi non sono completamente uniformi.

L’interesse filosofico dell’agnosticismo va però oltre la religione perché mette al centro il limite.

Dire «non possiedo elementi sufficienti per sapere» non è necessariamente una fuga. Può essere una posizione intellettualmente rigorosa.

Viviamo in un’epoca nella quale l’incertezza sembra quasi un difetto. L’agnostico ci ricorda invece che esiste una distanza enorme fra «non so» e «non esiste».

7. Monismo: e se, sotto tutte le differenze, la realtà fosse una?

Parlare di Monismo come se fosse una singola teoria sarebbe ancora una volta troppo semplice. Esistono molti tipi di monismo, accomunati dall’attribuzione di una qualche forma di unità fondamentale alla realtà. Alcuni riguardano le sostanze, altri ciò che esiste, altri ancora ciò che è metafisicamente fondamentale.

Spinoza rappresenta uno degli esempi storici più celebri di ricerca dell’unità del reale, anche se classificare in poche righe sistemi filosofici così complessi è sempre rischioso.

L’intuizione monista è affascinante: ciò che appare come una molteplicità di cose separate potrebbe appartenere, a un livello più profondo, a una struttura unitaria.

Noi vediamo onde differenti.

Il monista potrebbe chiederci se non stiamo dimenticando l’oceano.

8. Dualismo: io sono il mio corpo?

Una delle versioni più note del Dualismo riguarda mente e corpo. In questa prospettiva, il mentale e il fisico appartengono in qualche senso a categorie fondamentali differenti. Il nome inevitabilmente associato alla discussione moderna è quello di Cartesio, anche se idee dualistiche precedono di molti secoli la filosofia cartesiana e assumono numerose forme diverse.

Il problema appare immediatamente.

Se mente e corpo sono radicalmente distinti, come interagiscono?

Una decisione apparentemente mentale — «alzo la mano» — produce un movimento fisico. Un evento fisico — un colpo alla testa — può modificare coscienza, memoria o personalità.

Dove finisce il corpo e dove comincia ciò che chiamiamo «io»?

È una domanda nata secoli fa che neuroscienze e filosofia della mente continuano, con strumenti completamente nuovi, a rendere ancora più interessante.

9. Pluralismo: forse la realtà non ha bisogno di essere ridotta a una sola cosa

Se il Monismo cerca l’unità e il Dualismo distingue due categorie fondamentali, il Pluralismo prende sul serio la possibilità che la realtà richieda una molteplicità irriducibile di elementi, livelli o modi di spiegazione. Anche «pluralismo», naturalmente, assume significati differenti a seconda del campo nel quale viene utilizzato.

L’idea diventa interessante quando la trasferiamo al nostro modo di conoscere.

Una città può essere descritta attraverso la geografia, l’economia, la storia, l’architettura, la sociologia, l’esperienza personale di chi la abita. Quale descrizione è quella vera?

Forse la domanda è sbagliata.

Potrebbero essere tutte descrizioni di aspetti diversi della stessa realtà senza che una debba necessariamente cancellare le altre.

10. Fenomenologia: torniamo a ciò che appare alla coscienza

E finalmente arriviamo a una parola che qui, inevitabilmente, ha un sapore particolare: Fenomenologia.

Nel senso filosofico moderno, la Fenomenologia diventa un movimento fondamentale all’inizio del Novecento soprattutto con Edmund Husserl, per poi svilupparsi attraverso autori come Heidegger, Sartre e Merleau-Ponty. In termini generali studia le strutture dell’esperienza e della coscienza dalla prospettiva della prima persona. Un concetto centrale è quello di intenzionalità: la coscienza è normalmente coscienza di qualcosa, è diretta verso un oggetto, un pensiero, un ricordo, un desiderio.

Prendiamo una semplice tazza.

La tazza del fisico può essere un sistema materiale. Quella del designer è una forma. Quella di chi l’ha ricevuta da una persona amata può essere un ricordo.

È lo stesso oggetto.

Ma non è la stessa esperienza.

La Fenomenologia non ci dice banalmente che «ognuno ha la propria verità». Ci invita piuttosto a studiare rigorosamente come il mondo si manifesta alla coscienza.

Ed è forse qui che la parola scelta per questo progetto acquista tutta la sua forza: prima ancora di giudicare le cose, possiamo provare a osservare come esse diventano esperienza dentro di noi.

11. Neoplatonismo: dalla molteplicità verso l’Uno

Il termine «Neoplatonismo» è moderno: i filosofi che oggi chiamiamo neoplatonici si consideravano semplicemente continuatori della tradizione platonica. Il movimento fiorì nella tarda antichità, soprattutto dal III secolo, e Plotino ne è considerato la figura fondativa più importante.

La realtà, nella filosofia plotiniana, viene organizzata attraverso principi come l’Uno, l’Intelletto e l’Anima. L’Uno è oltre ogni molteplicità e rappresenta il principio ultimo dal quale dipende il resto.

È un pensiero lontanissimo dalle nostre abitudini contemporanee, ma pone una domanda che ritorna continuamente nella storia della filosofia: se osserviamo abbastanza in profondità la molteplicità del mondo, arriviamo infine a qualcosa di unico?

La filosofia occidentale oscilla da millenni fra queste due immagini: l’universo come collezione di cose e l’universo come unità che abbiamo frammentato con lo sguardo.

12. Vitalismo: che cosa rende viva la vita?

Per secoli filosofi e scienziati si sono chiesti se gli organismi viventi potessero essere spiegati interamente attraverso gli stessi principi utilizzati per la materia non vivente. Il termine vitalismo raccoglie storicamente teorie molto differenti, accomunate soprattutto dalla critica all’idea che la vita fosse completamente spiegabile attraverso una concezione puramente meccanica dell’organismo. Alcuni vitalisti ipotizzarono forze o principi specificamente vitali; altri formularono posizioni assai diverse. Nella biologia contemporanea quelle vecchie teorie vitalistiche non costituiscono il quadro scientifico dominante, ma la storia è molto meno semplice della leggenda secondo cui un singolo esperimento avrebbe «ucciso il vitalismo» una volta per tutte.

Eppure la domanda sopravvive.

Quando una molecola diventa parte di qualcosa che chiamiamo vivo? Dove passa esattamente il confine fra chimica e vita?

Non abbiamo più bisogno delle antiche «forze vitali» per studiare un organismo. Ma definire con assoluta precisione che cosa sia la vita resta sorprendentemente difficile.

13. Panpsichismo: la coscienza è arrivata tardi nell’universo oppure era già nascosta nelle sue fondamenta?

Ed eccoci a una delle idee che a prima vista sembrano più strane.

Il Panpsichismo, nelle sue formulazioni filosofiche contemporanee, sostiene in generale che la mentalità possieda un carattere fondamentale e diffuso nella natura. Non significa necessariamente credere che un sasso «pensi» come un essere umano o che un elettrone abbia opinioni. Le diverse teorie panpsichiste attribuiscono caratteristiche mentali fondamentali alla realtà in modi molto più sofisticati. Negli ultimi decenni il tema ha conosciuto una nuova attenzione nella filosofia analitica della mente, anche come tentativo di affrontare il difficile problema dell’origine della coscienza. Enciclopedia Stanford di Filosofia

Il problema è impressionante.

Se partiamo da una realtà interamente priva di esperienza, come compare a un certo punto l’esperienza soggettiva?

Come nasce il dolore?

Come compare il rosso che vediamo?

Come può della materia arrivare a chiedersi che cosa sia la materia?

Il Panpsichismo dà una risposta radicale: forse la mentalità non compare improvvisamente alla fine della storia. Forse qualcosa di essa appartiene già alle fondamenta della natura.

Non sappiamo se sia la risposta corretta.

Ma è difficile dimenticare la domanda.

14. Filosofia del processo: forse le cose non esistono, accadono

La nostra lingua ama i sostantivi: albero, persona, montagna, società. Vediamo il mondo come una collezione di oggetti relativamente stabili.

La Filosofia del processo capovolge la prospettiva e attribuisce un ruolo fondamentale al cambiamento, al divenire, agli eventi e ai processi. Nella filosofia contemporanea del processo, associata tra gli altri ad Alfred North Whitehead, la realtà viene pensata meno come un deposito di sostanze immobili e più come un intreccio dinamico di accadimenti. Enciclopedia Stanford di Filosofia

E se ci pensiamo, la stabilità potrebbe essere in parte un’illusione prodotta dalla scala temporale dalla quale osserviamo le cose.

Un corpo cambia continuamente.

Una città cambia.

Una lingua cambia.

Una relazione cambia.

Persino la montagna che sembra immobile sta attraversando processi geologici.

Forse non siamo «cose» che occasionalmente cambiano.

Forse siamo cambiamenti ai quali abbiamo dato un nome.

15. Spiritualismo: esiste qualcosa che non sia materia?

Qui bisogna fare chiarezza perché il termine può creare confusione. Lo spiritualismo filosofico non coincide necessariamente con lo spiritismo, le sedute medianiche o la presunta comunicazione con i defunti. In filosofia indica, in senso generale, orientamenti che riconoscono una realtà spirituale non riducibile semplicemente alla materia. Può assumere forme monistiche oppure dualistiche e possiede una lunga storia, con particolare sviluppo nella filosofia moderna e contemporanea.

La domanda posta dallo spiritualismo è radicale: la materia esaurisce tutto ciò che esiste?

Possiamo descrivere l’attività elettrica del cervello mentre qualcuno ama. Possiamo misurare neurotrasmettitori e osservare aree cerebrali coinvolte. Ma quella descrizione coincide completamente con l’esperienza dell’amore?

Per il materialista può essere possibile, almeno in linea di principio, spiegare l’intero fenomeno senza introdurre una realtà spirituale indipendente. Lo spiritualista ne dubita.

Ed eccoci ancora una volta davanti alla stessa porta: ciò che possiamo misurare coincide necessariamente con tutto ciò che esiste?

Quindici risposte e una realtà che continua a sfuggirci

Abbiamo cominciato chiedendoci se la conoscenza nascesse dalla ragione oppure dall’esperienza. Poi abbiamo dubitato che il mondo fosse esattamente come appare. Abbiamo immaginato una realtà indipendente dalla mente e subito dopo abbiamo dato alla mente un ruolo fondamentale. Abbiamo diviso corpo e coscienza, poi provato a ricongiungerli. Abbiamo pensato che tutto fosse uno, che le cose fondamentali fossero due e infine che potessero essere molte.

Siamo perfino arrivati a chiederci se l’universo sia composto realmente da «cose» oppure da processi.

E forse qui emerge il punto più bello di questa seconda parte.

Quando diciamo «questa è la realtà», stiamo pronunciando una frase molto più ambiziosa di quanto sembri.

Perché tra il mondo e noi esistono occhi, memoria, linguaggio, cultura, categorie mentali, strumenti scientifici, concetti. Tutto ciò non significa che la realtà non esista. Significa che il nostro accesso alla realtà è uno dei grandi problemi della storia umana.

Il Razionalismo ci domanda: quanto può conoscere la ragione da sola? L’Empirismo: che cosa sapremmo senza esperienza? Il Realismo: che cosa esiste indipendentemente da noi? L’Idealismo: quanto della realtà è inseparabile dalla mente? Il Costruttivismo: quanto del nostro mondo dipende anche dalle categorie che abbiamo costruito? L’Agnosticismo: siamo capaci di riconoscere il limite della conoscenza? Il Monismo: dietro il molteplice esiste un’unità? Il Dualismo: mente e materia sono davvero la stessa cosa? Il Pluralismo: perché la realtà dovrebbe avere una sola spiegazione? La Fenomenologia: come appaiono le cose alla coscienza? Il Neoplatonismo: la molteplicità rimanda a un principio unitario? Il Vitalismo ci ha lasciato una domanda: che cos’è la vita? Il Panpsichismo: da dove viene la coscienza? La Filosofia del processo: siamo cose oppure eventi? Lo Spiritualismo: la materia esaurisce tutto ciò che esiste?

Quindici strade.

Nessuna scorciatoia.

Ed è forse questa la lezione: la filosofia non rende necessariamente il mondo più semplice. A volte fa qualcosa di molto più importante.

Ci mostra quanto fosse semplice l’idea che avevamo del mondo prima di cominciare a interrogarlo.

Nella terza e ultima parte la domanda cambierà ancora. Ammesso di essere riusciti a vivere e ammesso di poter conoscere qualcosa della realtà, rimane il problema che ci accompagna quando tutte le altre domande tacciono:

che senso ha essere qui?

Entreremo nell’Esistenzialismo e nel Nichilismo, attraverseremo l’Assurdismo, l’Umanesimo, Marxismo e Femminismo, Postmodernismo, Ambientalismo ed Ecologia profonda, fino a Minimalismo, Trascendentalismo, Perennialismo, Teoria queer, Umanesimo esistenziale e Objectivism.

Perché alla fine della filosofia c’è sempre qualcuno che chiude il libro, guarda fuori dalla finestra e pensa:

«Va bene. Ma adesso, che cosa faccio della mia vita?»

 

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