LA PUNTEGGIATURA (INTERPUNZIONE): LE VIRGOLETTE 321 views - 20 Luglio 2021 – Pubblicato in: Grammatica – Tags: ,

La punteggiatura o interpunzione indica le pause del discorso mediante segni grafici

(la virgola, il punto, il punto e virgola, i due punti, il punto interrogativo, il punto esclamativo, i puntini di sospensione, le lineette, le parentesi, le virgolette), la cui collocazione risponde ad una esigenza pratica di chiarezza logica e, al tempo stesso, ha valore espressivo (ad esempio, quando si desidera porre in evidenza una parte della frase, oppure quando si vuole creare un senso di attesa).

La punteggiatura regola l’articolazione del pensiero; essa sottolinea in modo visibile le relazioni sintattiche (cioè il loro corretto rapporto) tra le componenti del discorso, organizzando quest’ultimo in una gerarchia di unità logiche di maggiore o di minore importanza; traduce nella lingua scritta la dinamica del discorso parlato (come, ad esempio, avviene per gli scrittori che tentano di conferire maggiore verosimiglianza ai dialoghi).

La punteggiatura può variare nelle sue forme in base all’autore del testo e rappresentare un elemento stilistico; tuttavia, in base all’uso ed alle convenzioni che ne sono seguite, se ne possono fissare le norme e le costanti. Quindi, l’uniformità nell’impiego dei segni d’interpunzione ha reso possibile l’individuazione di una punteggiatura “logica”, la cui funzione non va sottovalutata, poiché rappresenta il collante che garantisce la coerenza e la fruibilità della comunicazione.

Le discussioni che si sono fatte sulla punteggiatura, dalla fine del secolo XIX ai giorni nostri, vertono sull’opportunità di rendere parsimonioso e regolato l’impiego dei segni. L’uso stilistico di essi è sembrato a numerosi trattatisti una minaccia alla stabilità delle regole di punteggiatura, mentre la concezione di una punteggiatura rigorosamente logica incontrava ostacoli a volte insormontabili. Contro la tendenza ad un contemperamento tra punteggiatura logica e punteggiatura stilistica, D’Ovidio obiettava che ne sarebbero conseguite incertezze e perplessità per scrittori e lettori.

Come esempio di perfetta interpunzione, alcuni trattatisti propongono ancora oggi passi di Carducci che propendeva, non senza oscillazioni, per una punteggiatura misurata. L’odierna tendenza alla semplificazione della punteggiatura corrisponde allo svincolarsi dell’espressione dalle strutture logiche e sintattiche e dal ritmo della prosa ottocentesca. Francesco Flora annota che “i moderni tendono con ragione a diradare i troppi segni di interpunzione. Ma sono anche capaci di abolirli affatto, talvolta per eccesso di raffinatezza, talvolta per manifesta ignoranza.”

LE VIRGOLETTE

Le virgolette basse (« ») o alte (” “) servono nei seguenti casi.

  • A contrassegnare un discorso diretto (o presunto tale, come i dialoghi letterari) che, solitamente, si apre con la maiuscola: Mi rispose: «Non dubiti della mia lealtà.»
  • A mettere in rilievo una parola, un elemento della frase o un modo di dire particolare (straniero o dialettale): Quel “dunque” fu proferito con grande energiaLa cosiddetta letteratura “impegnata” toccò il suo culmine intorno agli anni 50È un critico d’arte sempre “à la page”; “Nzomma: che v’aggio da fa?“.Se la parola che deve essere posta tra virgolette è preceduta dall’apostrofo, è preferibile sostituire le virgolette alte con quelle basse, per evitare di creare confusione, come nel seguente esempio: non si dovrebbe scrivere Carlo era l'”enfant prodige” della squadrama va preferita la forma Carlo era l’«enfant prodige» della squadra.
  • A introdurre una citazioneScrive il De Saussure: “la materia della linguistica è costituita anzitutto dalla totalità delle manifestazioni del linguaggio umano”“In che posso ubbidirla?” disse don Rodrigo, piantandosi in piedi in mezzo alla sala (Manzoni).
  • A riportare nel discorso frasi o parole di diversi interlocutori: “Tu mi hai chiamato?” “Sì, devo parlarti”.
  • Per segnalare l’uso particolare (allusivo, traslato, ironico, insolito) di una parola o di un brano: Il trafugatore della « Gioconda » si dichiarava « pittore »Non ce l’avrebbe mai fatta a ottenere quel posto senza una “spintarella”.

Nel dialogo, le virgolette sono talvolta sostituite dalla lineetta (– Andiamo! – esclamò); spesso, anche in presenza di virgolette, si ricorre alla lineetta se nel dialogo si inseriscono i commenti dell’autore («Forse – pensò – dovrei ritirarmi»).

Talvolta il corsivo sostituisce le virgolette, soprattutto nelle citazioni brevi, nei proverbi, nelle frasi fatte e nei titoli (La coscienza di Zeno o, più raramente, «La coscienza di Zeno»). Quest’ultimo uso andrebbe comunque evitato, mentre è largamente accettato l’impiego delle virgolette per indicare il titolo di pubblicazioni periodiche («L’Espresso»).

Negli elenchi, ripetizioni, ecc. le virgolette basse (») sostituiscono la parola idem e sono poste sotto alla parola che non si vuol trascrivere.

 

Esempio:

Eugenio abita a Roma
Laura » » »
Giulio abitava a »

In un testo è sbagliato mettere un segno di punteggiatura prima delle virgolette di chiusura.

Esempi: è errato scrivere C’era il “divieto di sosta:” non l’ho visto, mentre è corretta la forma C’era il “divieto di sosta”: non l’ho visto;
è errato scrivere Qual è il significato di “dogma?”; mentre è corretta la forma Qual è il significato di “dogma”?

Nel discorso diretto, invece, i segni d’interpunzione dovrebbero sempre precedere e non seguire le virgolette o lineette, come si rileva dalla prosa manzoniana: ad esempio, «Sì,» disse Lucia: « ma come…? » (Manzoni).

In alcuni casi, le virgolette alte si usano anche semplificate (‘ ‘), specialmente nei casi di parola virgolettata all’interno di un testo già virgolettato (e disse: “io cerco il ‘cuore’ della questione”), oppure per segnalare l’accezione particolare di una parola (il ballerino ‘ parlava ‘ con le gambe mentre danzava).

Le virgolette semplici racchiudono in genere il significato di una parola o la sua traduzione, mentre in corsivo – o, raramente, tra virgolette – si scrive di solito la parola da sottolineare, da definire o da tradurre: « onichìa » vuol dire ‘malattia delle unghie’.

 

(Fonte https://grammatica-italiana.dossier.net/punteggiatura.htm)