Anthony Hopkins – Hannibal Lecter

Cominciammo le prove e Jonathan Demme mi chiese: “Come ti vuoi mettere? Seduto, coricato, intento a disegnare o scrivere?”

Risposi: “Voglio stare in piedi, in mezzo alla cella, ad aspettare Clarice”
E lui fece: “E come farai a sapere del suo arrivo?”
E io: “Ne sentirò l’odore”.
Mi sembrava una buona idea per spaventare il pubblico; per una decina di minuti, prima che si veda, parlano di Lecter come di uno psicopatico che parla a vanvera…io volevo dare l’impressione opposta.
Presentando il contrario di ciò che il pubblico si aspetta, lo si spaventa di più.
E’ come un gatto che sta per balzare sulla sua vittima, o come un leone che sta per uccidere la sua preda. Stanno immobili, non muovono un muscolo, non battono ciglio.
Così cresce la tensione nel pubblico. Immobilità e paranoia sono molto più efficaci. Non serve fare tante facce strane.
E’ una di quelle parti che ti capitano una volta nella vita.
Dio solo sa come capii quell’uomo e come impersonarlo. Sapevo che è quell’ombra in agguato in ciascuno di noi. Non so perché ma ho una specie di sesto senso per queste cose. Il lato oscuro della mente umana mi affascina, perché spesso si tratta del nostro aspetto più creativo; se neghiamo il nostro lato oscuro, viviamo una vita insipida o distruttiva, poiché alla fine quel lato emerge in un modo o nell’altro.
Anthony Hopkins – Hannibal Lecter