Mastro Titta, chi era davvero il boia di Roma? 30 Marzo 2026 – Posted in: Lo Sapevi che – Tags: #blogculturale, #boiadiroma, #CuriositàStoriche, #fenomenologiadellalingua, #giovannibattistabugatti, #mastrotitta, #RomaAntica, #romapapale, #statopontificio, #StoriaCriminale, #storiadiroma, #StoriaItaliana
Mastro Titta, il boia di Roma che divenne leggenda
A Roma certi nomi non restano semplici nomi. Diventano ombre. Diventano ammonimenti. Diventano quasi proverbio.
Mastro Titta appartiene a questa razza di figure: non solo un uomo, ma un simbolo della giustizia spettacolare e feroce dello Stato Pontificio.
Dietro quel soprannome c’era Giovanni Battista Bugatti, ricordato come il “boia di Roma”, attivo dal 22 marzo 1796 al 17 agosto 1864. Le fonti più diffuse lo vogliono nato a Senigallia il 6 marzo 1779, mentre Treccani lo colloca a Roma intorno al 1779: è una piccola discordanza biografica che vale la pena segnalare. Su un punto invece i documenti convergono: la sua carriera fu lunghissima, quasi settant’anni, e il suo nome finì per coincidere con la paura stessa.
Chi era davvero Mastro Titta
Ufficialmente era un verniciatore di ombrelli. In realtà era il “maestro di giustizie” dello Stato Pontificio, cioè l’uomo incaricato di eseguire le condanne capitali. Proprio da qui nasce il suo soprannome: “Mastro” rimanda al mestiere e al titolo, mentre “Titta” è il diminutivo popolare di Giovanni Battista.
La sua figura colpisce ancora oggi per un contrasto quasi teatrale: da una parte il piccolo artigiano del quotidiano, dall’altra il funzionario della morte. Non era un assassino mosso da impulso personale, ma un ingranaggio riconoscibile di un sistema penale che faceva della pena pubblica anche una dimostrazione di forza. Ed è forse proprio questo a renderlo più inquietante: non l’eccezione, ma la regola fatta uomo.
Un nome che andò oltre la persona
A Roma “Mastro Titta” smise presto di indicare soltanto Bugatti. Divenne quasi sinonimo di boia. Il soprannome, infatti, si allargò nella memoria popolare fino a designare anche altri carnefici, precedenti o successivi, come se l’uomo fosse ormai stato inghiottito dal ruolo.
Il taccuino della morte
Se Mastro Titta continua a parlarci, è anche perché lasciò traccia scritta del proprio lavoro. Annotò con cura i nomi dei condannati, il luogo dell’esecuzione, il tipo di supplizio e il delitto commesso. Quel taccuino è oggi una fonte preziosa per capire non solo lui, ma anche il volto penale e politico della Roma papale tra fine Settecento e Ottocento.
Da quelle note nacque poi una fortuna editoriale notevole. Alessandro Ademollo pubblicò il taccuino nell’Ottocento, e nel 1891 l’editore Edoardo Perino fece uscire Mastro Titta, il boia di Roma: Memorie di un carnefice scritte da lui stesso, opera romanzata e non autenticamente autobiografica. La Biblioteca Nazionale Centrale di Roma e Treccani collegano quel testo all’area di Ernesto Mezzabotta, anche se l’opera uscì anonima.
514 o 516? Il numero giusto
Qui conviene essere precisi. Nel taccuino compaiono 516 nomi, ma le “giustizie” eseguite personalmente da Bugatti sono 514: due casi, infatti, vanno sottratti perché non portati a termine direttamente da lui. È un dettaglio piccolo solo in apparenza, ma importante per evitare uno degli errori più ripetuti quando si racconta la sua storia.
“Boia nun passa ponte”: quando la città parlava per proverbi
La leggenda di Mastro Titta non vive solo nei documenti, ma anche nella lingua. La tradizione lo colloca nel rione Borgo, oltre il Tevere, in zona vicolo del Campanile; le fonti divergono sul numero civico, e questo già dice molto sul modo in cui storia e leggenda si sono sovrapposte attorno alla sua figura.
Quel che conta davvero, però, è il significato simbolico della sua posizione. A Bugatti era di fatto impedito muoversi liberamente verso il centro cittadino, anche per ragioni di sicurezza. Da qui nacque il detto romano “boia nun passa ponte”, usato per dire che ognuno deve restare nel proprio spazio. E al contrario, quando correva la voce “Mastro Titta passa ponte”, i romani capivano subito che quel giorno era prevista un’esecuzione.
La geografia della paura
Non è un dettaglio folcloristico. È la prova di come la città avesse trasformato il carnefice in segnale urbano. Bastava immaginare il suo passaggio sul ponte per sentire addosso il peso della sentenza. Roma, in fondo, non aspettava solo la giustizia: aspettava lo spettacolo della giustizia.
Il patibolo come scena pubblica
Le esecuzioni non avvenivano nel chiuso di una stanza, ma in luoghi ben visibili: Piazza del Popolo, Piazza di Ponte, Campo de’ Fiori, Via dei Cerchi. Il supplizio era pubblico, esposto, condiviso. Era pensato per colpire il condannato, certo, ma anche chi guardava. Per questo si può dire che il patibolo fosse insieme pena, rito e messaggio politico.
Mastro Titta praticò metodi diversi: impiccagione, mazzolatura, decapitazione, ghigliottina e, nei casi più duri, squartamento del corpo già ucciso. Treccani ricorda che la ghigliottina entrò a Roma durante la dominazione napoleonica e che dal 1816, salvo rare eccezioni, divenne il mezzo prevalente nelle esecuzioni romane.
Una pedagogia del terrore
Le cronache raccontano anche un aspetto oggi quasi inconcepibile: le esecuzioni attiravano folla, curiosità, persino famiglie. Roma Segreta ricorda l’uso di portare i figli maschi a vedere il supplizio e di accompagnare il momento finale con uno schiaffo “educativo”, perché la scena restasse impressa nella memoria. Più che semplice crudeltà, era una vera pedagogia del terrore.
Gli scrittori che lo videro all’opera
Mastro Titta non rimase chiuso nelle carte giudiziarie. Entrò nella letteratura. Giuseppe Gioachino Belli lo rese figura poetica del mondo romanesco, mentre George Byron e Charles Dickens lasciarono testimonianze dirette delle esecuzioni pubbliche a Roma. Dickens, in particolare, raccontò in Pictures from Italy la decapitazione a cui assistette l’8 marzo 1845, trasformando il patibolo romano in una scena osservata con orrore da un grande testimone europeo.
Questo è forse il punto più potente della sua storia: Mastro Titta non appartiene solo alla cronaca nera. Appartiene anche all’immaginario culturale di Roma, dove il boia diventa personaggio, maschera, eco, quasi spettro civile di un’epoca.
Il mantello rosso e ciò che resta
Di lui non è rimasto soltanto il nome. Il suo mantello scarlatto è conservato al Museo Criminologico di Roma, insieme ad altri oggetti del mestiere. È un resto materiale, sì, ma anche un simbolo perfetto: il rosso del potere, del sangue, della scena.
Eppure il punto non è solo la macabra curiosità. Mastro Titta continua a inquietare perché costringe a guardare in faccia una verità scomoda: per secoli la violenza della pena non fu nascosta, ma mostrata. Non fu negata, ma organizzata. Non fu incidente, ma istituzione.
Perché Mastro Titta ci riguarda ancora
Raccontare Mastro Titta oggi non significa inseguire il gusto del macabro. Significa capire che una città, una lingua e un potere possono lasciare ferite lunghe. Dietro il boia non c’è soltanto un uomo con il mantello rosso. C’è una Roma che ammonisce, giudica, espone.
C’è una giustizia che vuole essere vista. C’è il popolo che guarda. C’è il ponte che separa il quotidiano dal patibolo.
E forse è proprio qui che Mastro Titta smette di essere un personaggio del passato. Perché ogni epoca ha i suoi boia. Non sempre portano una scure. A volte portano una divisa. A volte una legge. A volte soltanto l’abitudine collettiva a trasformare il dolore degli altri in spettacolo.
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