Thomas Fuller – il calcolatore di Virginia 2 Luglio 2026 – Posted in: Biografie – Tags: , , , , , , , , ,

Thomas Fuller
(Africa, 1710 – Virginia, 1790)

Thomas Fuller nacque nel 1710 da qualche parte tra l’attuale Liberia e il Benin. Aveva quattordici anni quando fu rapito e imbarcato verso le colonie americane, nel 1724. Divenne proprietà di Elizabeth e Presley Cox, che gestivano una piantagione di circa novanta ettari nei pressi di Alexandria, in Virginia. Lì Fuller trascorse il resto della sua esistenza, lavorando come bracciante nei campi. Morì schiavo, nel dicembre del 1790, senza aver mai riacquistato la libertà.

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È proprio questo il dato che rende la sua storia così stridente e, per certi versi, più inquietante di quanto una narrazione consolatoria potrebbe suggerire: Fuller non fu un genio che riscattò se stesso attraverso il proprio talento. Fu un genio a cui il talento non bastò a comprare nulla, se non l’attenzione — tardiva, strumentale, spesso paternalistica — di chi lo circondava.

Analfabeta per tutta la vita, incapace di leggere o scrivere anche una sola parola, Fuller possedeva una capacità di calcolo mentale che oggi definiremmo prodigiosa. Gli studiosi ritengono plausibile che avesse appreso i rudimenti del calcolo già in Africa, prima della cattura: alcune tradizioni matematiche dell’Africa occidentale precoloniale, legate al commercio, prevedevano proprio questo tipo di abilità nel calcolo mentale rapido.

Fu solo quando aveva circa settant’anni che la sua fama attraversò i confini della piantagione. Nel 1780, William Hartshorne e Samuel Coates, due quaccheri della Pennsylvania Abolition Society, vennero a sapere delle sue straordinarie doti aritmetiche e si recarono ad Alexandria per metterlo alla prova. Gli chiesero quanti secondi fossero contenuti in un anno e mezzo: Fuller rispose in due minuti, 47.304.000 — esatto. Gli chiesero poi quanti secondi avesse vissuto un uomo di settant’anni, diciassette giorni e dodici ore: rispose in novanta secondi, 2.210.500.800. Uno degli uomini, controllando i calcoli su carta, obiettò che il numero fosse troppo alto. Fuller, senza esitare, ribatté che il suo interlocutore aveva dimenticato gli anni bisestili. Una volta corretto il conto, i due numeri coincisero perfettamente.

Fu proprio Benjamin Rush — medico, padre fondatore degli Stati Uniti e figura di spicco del movimento abolizionista — a raccogliere e diffondere la testimonianza di quell’incontro, utilizzandola come argomento contro le teorie razziste sull’inferiorità intellettuale dei neri. Quando qualcuno, in sua presenza, osservò che era un peccato che non avesse ricevuto un’istruzione all’altezza del suo genio, Fuller rispose con una frase che è arrivata fino a noi: “È meglio che io non abbia avuto istruzione, perché molti uomini istruiti sono grandi sciocchi.”

Alla sua morte, un necrologio anonimo pubblicato sul Columbian Centinel di Boston lo commemorò con parole che oggi risuonano quasi come un atto d’accusa verso il proprio tempo: se solo avesse avuto le stesse opportunità di tanti suoi simili, né la Royal Society di Londra, né l’Accademia delle Scienze di Parigi, né lo stesso Newton si sarebbero vergognati di riconoscerlo come un fratello nella scienza.

C’è qualcosa di filosoficamente scomodo in questa vicenda, che va oltre la retorica dell’ispirazione. La storia di Fuller non racconta il trionfo dello spirito umano sull’oppressione, ma piuttosto la sua sopravvivenza dentro l’oppressione — senza redenzione, senza riscatto, senza un lieto fine che renda la vicenda più sopportabile per chi la racconta oggi. Il suo genio non lo salvò. Servì, semmai, come prova da esibire in un dibattito altrui, quello sull’umanità stessa delle persone ridotte in schiavitù — un dibattito che Fuller non scelse mai di sostenere, e del quale non vide mai l’esito.

“Se le sue opportunità di miglioramento fossero state pari a quelle di migliaia dei suoi simili, né la Royal Society di Londra, né l’Accademia delle Scienze di Parigi, né lo stesso Newton si sarebbero vergognati di riconoscerlo come un fratello nella scienza.”
— dal necrologio di Thomas Fuller, Columbian Centinel, 1790

 

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