“Fari a figura di Pepè”: significato e origine del detto 26 Febbraio 2026 – Posted in: Modi di dire – Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

“Fari a figura di Pepè”: la figuraccia che viene dal teatro

“In un teatro o in un museo che sia d’esposizione e di spettacolo, com’è quello di Palermo, i pupi rientrano nel loro piano naturale di parola e movimento, di gesta eroiche e spaccone. Grazie al puparo, a quel dio invisibile che muove aste, fili e destini, modula voci, imprime cadenze e cesure, decreta vittorie sconfitte, dà vita e morte: svolge l’epopea continua, il nastro dei sogni, la popolare poesia di luccichii e frastuoni.” (cit. Vincenzo Consolo)

Ci sono modi di dire che sono piccoli. E poi ci sono quelli che, appena li pronunci, senti dietro un sipario che si apre.

“Fari a figura di Pepè” è uno di questi: in due secondi ti racconta una scena intera. L’ambizione, la spavalderia… e la caduta. Con rumore.

Cosa significa davvero “fari a figura di Pepè”

Il significato è semplice e netto: vuol dire “fare una figuraccia”.

“Fari” è “fare”. “Figura” è “figura”. E fin qui niente misteri.
Il colpo di teatro è quel Pepè: non è un nome buttato lì. È un simbolo.

Perché proprio Pepè: l’ipotesi più credibile

Qui conviene essere precisi, senza raccontarcela.

In molte spiegazioni popolari e divulgative, la frase viene collegata all’Opera dei Pupi, cioè al teatro tradizionale siciliano di marionette. Ed è un collegamento sensato, perché nell’Opera dei Pupi — accanto agli eroi — c’è sempre stata una figura indispensabile: la maschera comica.

La maschera comica esiste, ed è documentata: Peppininu (e Peppennino)

Nella tradizione catanese, la maschera comica più nota è Peppininu: è indicato come maschera popolare presente nel teatro dell’Opera dei Pupi, scudiero di Orlando e Rinaldo.

Ed è proprio quel tipo di personaggio che “fa scuola” nelle figuracce:

  • entra convinto,

  • parla troppo,

  • si mette nei guai,

  • e spesso finisce male… ma facendo ridere (e pensando).

E “Don Pepè”? Qui nasce il dubbio (e va detto)

Il nome “Don Pepè” compare in alcune ricostruzioni moderne come variante del personaggio comico legato ai pupi (a volte affiancato a “Peppennino”).

Però, se restiamo sul terreno più solido:

  • Peppininu è ben attestato come maschera dell’Opera dei Pupi.

  • “Don Pepè” sembra più una etichetta popolare/locale che può essersi sovrapposta nel tempo.

Quindi, la formulazione corretta è questa:
il detto richiama con buona probabilità la “maschera comica” dei pupi (Peppininu/Peppennino); “Don Pepè” può essere una variante di nome tramandata in certe zone o in riprese recenti.

È un dettaglio importante, perché la lingua è precisa: se la trattiamo con rispetto, ci restituisce molto di più.

Palermo e Catania: stesso cuore, due sapori diversi

L’Opera dei Pupi non è uguale ovunque. In Sicilia convivono tradizioni e personaggi diversi.

Per esempio:

  • a Catania spicca Peppininu come figura comica legata ai cicli cavallereschi;

  • a Palermo compaiono altre maschere (come Nofrio e Virticchio) legate alle farse che spesso chiudevano lo spettacolo.

Ma il meccanismo è lo stesso:
l’eroe ti fa sognare, la maschera comica ti riporta a terra.

E quando ti riporta a terra… a volte ti fa fare una “figura”.

Il puparo: la mano invisibile che decide la tua sorte

Qui Consolo centra il punto con una frase che sembra scritta per spiegare anche la vita, non solo il teatro:

“Grazie al puparo, a quel dio invisibile che muove aste, fili e destini…” (cit. Vincenzo Consolo)

Perché spesso la figuraccia nasce così: non per cattiveria, ma per illusione di controllo.

Tu ti senti protagonista. E invece stai già entrando nella scena sbagliata, con le battute sbagliate.

Un patrimonio che non è folclore: è memoria viva

L’Opera dei Pupi è stata proclamata dall’UNESCO “capolavoro del patrimonio orale e immateriale” nel 2001 e poi iscritta nella Lista Rappresentativa nel 2008.
Non è un timbro da vetrina: è un avviso.

Se un’arte vive solo nei ricordi, si spegne.
E quando si spegne, non perdiamo solo uno spettacolo: perdiamo un modo di pensare, una grammatica emotiva, una lingua che sa trasformare un pupo in proverbio.

La Sicilia stratificata: e i pupi come specchio di un popolo

“La Grecia ha lasciato alla Sicilia qualche tempio e qualche grande ricordo; l’influenza araba vi aleggia onnipresente; il barocco napoletano abbonda; si intravede la Spagna in quella sensazione di siccità austera, ma i conquistatori normanni e angiomi hanno lasciato a questo popolo molto più delle loro cattedrali di Cefalù e di Monreale: gli hanno lasciato un’intera tradizione di leggende eroiche, un popolo di paladini, le cui immagini dagli ingenui colori decoravano ancora recentemente i carretti di paese, e che fornisce i suoi temi al teatro dei Pupi di Sicilia. (cit. Marguerite Yourcenar)”

Dentro questa stratificazione, il teatro dei pupi è un filo resistente.
E dentro quel filo, la maschera comica è la parte più umana: quella che sbaglia.

Conclusione: Pepè non è solo uno che cade. È uno che ci somiglia.

“Fari a figura di Pepè” non è solo un modo per prendere in giro qualcuno. È una frase che porta con sé una lezione semplice:

quando ti gonfi troppo, la vita ti ridimensiona. E lo fa con una scena perfetta.

Ora la passo a te, senza formalità: qual è il modo di dire, nella tua città o nel tuo dialetto, per dire “figuraccia”?

E se vuoi: qual è stata la tua “figura di Pepè” più memorabile?

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