Le ’Ntuppatedde di Catania: le donne che nascondevano il volto 23 Settembre 2026 – Posted in: Lo Sapevi che – Tags: , , , , , , , , , , ,

Le ’Ntuppatedde di Catania: per essere libere dovevano nascondere il volto

Immaginate Catania durante i giorni dedicati a Sant’Agata. La città piena, il rumore delle strade, le candelore, la devozione, la festa. In mezzo alla folla compaiono alcune donne avvolte in grandi mantelli scuri. Del loro volto si vede pochissimo, talvolta un solo occhio. Nessuno può sapere con certezza chi siano.

Potrebbero essere mogli, figlie, nobildonne, popolane. Potrebbero perfino essere donne che conosciamo benissimo.

Ma per qualche ora non importa.

Perché quelle donne hanno ottenuto qualcosa che, nella vita ordinaria del loro tempo, era tutt’altro che scontato: la possibilità di andare dove volevano, scegliere con chi stare, scherzare, farsi corteggiare e muoversi per la città senza il controllo del padre o del marito.

Erano le ’Ntuppatedde.

E dentro questa parola siciliana apparentemente curiosa si nasconde una delle tradizioni femminili più affascinanti di Catania.

https://images.openai.com/static-rsc-4/_FidtRj2Z6G0TdyO7mKB3-B-uKGu0ka0VTRWDiKtW7Eqhx5QZ3hy16FJvP8J70VY36GnXdGnrMZ6BuSm8YgnuMw3ovgPrbWDqmTYlpAxUYWWGqRQ1BND7P53WuayFoGB0cA6zvYkvdU92BVKNYGjfcSS3bPXtKBQJt5JPQUHmMejQW7R77oeCXNHkiVto8By?purpose=fullsize
https://images.openai.com/static-rsc-4/NySEBTtDF1-I28TXiYwYAbmAOY7YVan3RBpYAJIx3q5AdsGPrhCgmpkcWNtPlIvelpmmL-TOcmcINxl6Wje0iNtvLE9PYtbU5JILz5PEL_Y5aSjPdr1Vahy23nlb1QT_udAz_tFOOr4pUsnr-kKxM9_gIRSiuWWJ_R6fymsNYCCzpT5dX1C9S6RFNcxcjGAH?purpose=fullsize

Chi erano le ’Ntuppatedde

La tradizione era legata ai festeggiamenti per Sant’Agata, patrona di Catania. Le fonti storiche e gli studi sulle tradizioni popolari catanesi descrivono donne che, nei giorni della festa, uscivano coperte da un grande manto che ne rendeva difficile o impossibile il riconoscimento.

Loredana Palma, in uno studio dedicato proprio alle suggestioni verghiane della festa agatina, parla del cosiddetto “diritto di ’ntuppatedda”: durante il 4 e il 5 febbraio le donne potevano uscire da sole, scegliere il proprio accompagnatore, ricevere attenzioni e doni e sottrarsi temporaneamente alla sorveglianza familiare.

https://images.openai.com/static-rsc-4/Nwgl_crrqBwXFz8QcvLLZxYTb0ko2yN0_E7-V2WqVIZQinM1vOtVRKd6wRACPxnKBIaUytTNnKy7jsQcu_OCY_TtE4_0ODPk8rCxr41zFSjES7wSFI6KetPPF9ir7muJINZ8vOaJMi4O7KGxvkDiRZEYm0KCh3j9wjEl2_G_oHJTI_Z2x1r-wSYUNPblfAxl?purpose=fullsize

Non era semplicemente un travestimento.

Era una parentesi.

Una piccola sospensione delle regole.

E questo particolare cambia completamente il modo di guardare quella figura avvolta nel nero.

Perché si chiamavano ’Ntuppatedde?

L’etimologia tradizionalmente proposta è bellissima anche dal punto di vista visivo.

Il nome viene fatto derivare dal siciliano “tuppa”, termine utilizzato per indicare la membrana che chiude e protegge il guscio di alcune chiocciole.

La ’ntuppatedda, quindi, è in qualche modo una donna “chiusa”, coperta, sottratta agli sguardi.

Ma attenzione al paradosso.

Il velo apparentemente la nascondeva.

In realtà, proprio quel velo la liberava.

La donna perdeva temporaneamente il proprio nome e la propria riconoscibilità sociale: non era più la moglie di qualcuno, la figlia di qualcuno, la donna che qualcuno avrebbe potuto controllare.

Era semplicemente una persona in mezzo alla città.

Secondo gli studi sulla tradizione, in una fase più antica veniva utilizzato anche un particolare velo con aperture per gli occhi; successivamente il travestimento assunse la forma di grandi mantelli e cappucci capaci di nascondere il volto.

Il vero privilegio non era nascondersi. Era poter scegliere

Qui la storia diventa molto più interessante del semplice costume popolare.

Oggi ci può sembrare normale che una donna esca da sola, incontri chi desidera o attraversi una città senza dover chiedere il permesso a qualcuno.

Per molte donne dell’epoca non lo era affatto.

Durante quei giorni, invece, le normali gerarchie sembravano rovesciarsi.

La ’ntuppatedda poteva riconoscere un uomo senza essere riconosciuta. Poteva avvicinarlo, confonderlo, trascinarlo con sé per le strade, chiedergli regali e poi scomparire nella folla senza rivelare la propria identità.

Per una volta era l’uomo a non sapere.

Era lui a inseguire.

Era lui a domandarsi chi ci fosse dietro quel velo.

E soprattutto era la donna a decidere quando il gioco cominciava e quando finiva.

Giovanni Verga e quel sorprendente “diritto di ’ntuppatedda”

Se conosciamo così bene questa usanza lo dobbiamo anche a un testimone letterario straordinario: Giovanni Verga.

Nella novella La coda del diavolo, pubblicata nell’Ottocento, Verga descrive la festa di Sant’Agata e dedica pagine memorabili proprio alle donne mascherate.

La sua definizione contiene una frase che, da sola, racconta quasi tutto:

«La ’ntuppatedda è padrona di sé».

Cinque parole.

Ma nell’Italia dell’Ottocento avevano un peso enorme.

Verga racconta una donna capace di prendere un uomo sottobraccio, portarlo da una parte all’altra della città, farsi comprare ciò che desidera e infine lasciarlo lì, ancora intento a domandarsi chi fosse davvero la misteriosa sconosciuta.

La cosa più significativa è proprio quel “padrona di sé”.

Perché ci fa capire che il vero travestimento non serviva soltanto a creare mistero.

Creava uno spazio temporaneo nel quale le normali regole sociali potevano essere capovolte.

Sant’Agata, una festa religiosa e uno spazio di libertà

Non è casuale che tutto questo accadesse durante la festa dedicata a Sant’Agata.

La patrona di Catania è essa stessa, nella tradizione cristiana, una giovane donna che rifiuta di sottomettersi alla volontà di un uomo e paga la propria scelta con il martirio.

Sarebbe però scorretto trasformare automaticamente le ’Ntuppatedde storiche in femministe ante litteram nel significato moderno del termine.

Possiamo dire qualcosa di più preciso e forse anche più interessante: la festa concedeva alle donne uno spazio eccezionale di autonomia che nella vita quotidiana era fortemente limitato.

Ed è proprio questa eccezione a raccontarci quanto stretta fosse la regola.

Poi le ’Ntuppatedde scomparvero

Nel corso dell’Ottocento l’usanza cominciò progressivamente a declinare.

Gli studi di Carmelina Naselli, storica delle tradizioni popolari dell’Università di Catania, collocano il suo progressivo abbandono intorno alla metà e alla seconda parte del secolo. Le autorità ecclesiastiche guardarono spesso con diffidenza questa forma di libertà e negli anni tra il 1860 e il 1870 la presenza delle ’Ntuppatedde durante la festa diminuì fino praticamente a scomparire.

E per molto tempo rimasero soprattutto nelle pagine dei libri e nella memoria della città.

Fino a quando qualcuno decise di farle tornare.

Il ritorno delle ’Ntuppatedde

Nel 2013 la regista e performer Elena Rosa, insieme a un primo gruppo di donne nato da un laboratorio teatrale, recuperò gli studi di Carmelina Naselli e riportò la figura delle ’Ntuppatedde nelle strade di Catania.

Ma non si trattò di una ricostruzione storica identica all’originale.

Le ’Ntuppatedde contemporanee sono vestite prevalentemente di bianco, hanno il volto coperto da un velo e portano un fiore rosso. Si muovono e danzano tra la folla durante i giorni agatini, trasformando l’antica usanza in una performance sul corpo, sull’identità e sulla libertà femminile. Rai Sicilia documentava ancora nel 2024 la loro presenza tra le candelore durante la festa di Sant’Agata.

Dal nero al bianco.

Dal nascondersi per poter trasgredire al mostrarsi velate per ricordare.

La forma è cambiata.

La domanda, forse, molto meno.

Il paradosso delle ’Ntuppatedde

Ed eccoci al punto che rende questa storia molto più di una curiosità siciliana.

Quelle donne dovevano nascondere la propria identità per poter essere sé stesse.

È un paradosso quasi perfetto.

Quando tutti sapevano chi fossero, avevano un ruolo da rispettare.

Quando nessuno poteva riconoscerle, diventavano libere.

Il velo, normalmente associato all’idea di separazione o costrizione, in questo caso funzionava esattamente al contrario: cancellava temporaneamente il giudizio sociale.

Nessun cognome.

Nessun marito.

Nessun padre.

Nessuna reputazione da difendere.

Solo un occhio che guardava il mondo da dietro un manto.

E forse è proprio per questo che, dopo secoli, le ’Ntuppatedde continuano ad affascinare.

Non perché fossero donne misteriose.

Ma perché ci pongono una domanda terribilmente moderna:

quanto dobbiamo nascondere di noi per sentirci veramente liberi?

© copyright 2026 – tutti i diritti sono riservati.