La legge di Yerkes-Dodson: differenza tra riuscire e fallire 3 Luglio 2026 – Posted in: Coaching, Lo Sapevi che – Tags: #Arousal, #motivazione, #Neuroscienze, #Performance, #psicologia, #PsicologiaDelloSport, #YerkesDodson, crescitapersonale
La legge di Yerkes-Dodson: quando l’attivazione diventa la differenza tra riuscire e fallire
In medio stat virtus.
Esiste un punto esatto in cui la tensione smette di aiutarci e comincia a tradirci. Non è un concetto astratto: è una legge psicologica, formulata più di un secolo fa, che continua a spiegare perché un esame, una gara sportiva o un colloquio di lavoro possano andare storti tanto per troppa calma quanto per troppa ansia.
Si chiama legge di Yerkes-Dodson, e merita di essere conosciuta bene, perché tocca qualcosa che riguarda tutti noi: il rapporto tra l’energia che mettiamo in ciò che facciamo e il risultato che otteniamo.
Cos’è l’arousal
Prima di arrivare alla legge vera e propria, bisogna capire di cosa parliamo quando usiamo il termine arousal. Nella psicologia moderna, questa parola indica il livello di attivazione fisiologica e mentale di una persona in un dato momento: una combinazione di processi corporei e cognitivi che influenzano la percezione, l’attenzione, l’emozione e, appunto, la prestazione.
L’arousal si muove lungo un continuum che va dalla sonnolenza più profonda all’eccitazione più intensa. Quando ci prepariamo a un evento importante — un esame, una gara, una presentazione — l’arousal tende a salire. Quando ci rilassiamo in un ambiente tranquillo, tende a scendere. Nessuno dei due estremi, come vedremo, è la condizione ideale.
La legge del 1908 e la curva a U rovesciata
La legge fu formulata nel 1908 dagli psicologi Robert Yerkes e John Dodson, ed è stata confermata da numerosi studi successivi, trovando applicazione in campi molto diversi tra loro: sport, educazione, ambito lavorativo, persino il design delle interfacce digitali.
Il cuore della teoria è rappresentato graficamente da una curva a U rovesciata (non a U, come a volte capita di leggere per errore): quando l’arousal è troppo basso, la prestazione è scarsa; quando l’arousal è troppo alto, la prestazione peggiora di nuovo. Il picco, il punto di massima efficacia, si trova in una zona intermedia.
C’è poi un secondo elemento, spesso trascurato, che rende la legge ancora più interessante: il livello ottimale di arousal non è fisso, ma dipende dal tipo di attività. I compiti semplici o ripetitivi tollerano — anzi, spesso richiedono — un’attivazione più bassa. I compiti complessi, che richiedono attenzione fine e coordinazione, funzionano meglio con un’attivazione moderata, mentre un eccesso di tensione li fa collassare rapidamente.
Un esempio concreto
Pensiamo a un atleta prima di una gara. Se è troppo “scarico” — disinteressato, poco motivato — la sua prestazione ne risente: manca la scintilla necessaria per attivare riflessi e concentrazione. Ma se lo stesso atleta arriva alla partenza in preda a un’ansia eccessiva, il corpo si irrigidisce, la coordinazione fine si perde, il pensiero si affolla di preoccupazioni. In entrambi i casi il risultato peggiora, pur per ragioni opposte.
Lo stesso meccanismo vale per uno studente durante un esame, per un dirigente durante una trattativa, per chiunque debba dare il meglio di sé in un momento definito.
Un limite da conoscere
Vale la pena aggiungere una nota di onestà intellettuale, che rende la legge ancora più interessante da un punto di vista filosofico oltre che scientifico: gli esperimenti originali di Yerkes e Dodson furono condotti su topi, non su esseri umani, e la difficoltà di misurare l’arousal in modo standardizzato ha portato negli anni a un dibattito aperto sulla reale portata universale della legge. Questo non la rende meno utile come strumento di lettura della nostra esperienza quotidiana, ma è bene ricordare che si tratta di un modello, non di una verità matematica assoluta.
Perché conoscerla ci aiuta
Interessarsi alla psicologia e alle leggi che regolano il nostro comportamento non è un esercizio accademico fine a se stesso: è uno strumento concreto di autoconoscenza. Sapere che esiste un livello ottimale di attivazione, diverso per ogni tipo di compito, significa poter imparare a regolarsi — abbassando la tensione quando è eccessiva, alzandola quando manca lo slancio — invece di subire passivamente lo stato in cui ci si trova.
È, in fondo, la stessa intuizione che la filosofia antica aveva già colto per altre vie: la misura, più dell’eccesso, è ciò che rende possibile agire bene.
Omnia nimia nocent.
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