GIORGIO PERLASCA

GIORGIO PERLASCA

(Como, 31 gennaio 1910 – Padova, 15 agosto 1992)

“Vorrei che i giovani si interessassero a questa mia storia unicamente per pensare, oltre a quello che è successo, a quello che potrebbe succedere e sapere opporsi, eventualmente, a violenze del genere.”

Il 31 gennaio 1910 nasceva Giorgio Perlasca, eroe italiano che salvò la vita di oltre cinquemila ebrei ungheresi strappandoli alla deportazione nazista.

Giorgio Perlasca è un ragazzo che negli anni venti simpatizzava per il fascismo, in particolar modo nella sua versione dannunziana e nazionalista. Tanto che per sostenere le idee di D’Annunzio litiga rovinosamente con un suo professore che aveva condannato l’impresa di Fiume del Poeta, e per questo, viene espulso per un anno da tutte le scuole del Regno.

Decide poi di arruolarsi come volontario, prima parte per l’Africa Orientale e poi per la Spagna. Tornato in Italia al termine della guerra civile spagnola, prende le distanze dalle scelte di Mussolini, non supporta le leggi razziali (1938) e neanche il sostegno che Mussolini stava dando alla Germania con l’alleanza.

Quando scoppia la seconda guerra mondiale, viene spedito in qualità di diplomatico nei paesi dell’Est con il compito di comprare la carne e rifornire l’Esercito Italiano. Ed è a Budapest che si trova quando l’Italia firma l’Armistizio con gli alleati (settembre 1943), Perlasca si rifiuta, però, di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e di tutta risposta viene  internato per alcuni mesi in un castello riservato ai diplomatici.

Nell’ottobre del 1944 iniziano le persecuzioni violente e le deportazioni degli ebrei, i primi ad essere controllati sono i prigionieri e gli internati, Perlasca, con uno stratagemma, sfugge al controllo sugli internati e si nasconde prima presso conoscenti, poi nell’Ambasciata spagnola. Qui inizia a collaborare con l’Ambasciatore Sanz Briz, il quale si preoccupa di rilasciare documenti e permessi per gli ebrei ungheresi in modo che possano fuggire all’estero se necessario, e si impegna anche a fornire protezione e un luogo sicuro (case protette) a quelli che non sapevano dove scappare ed erano costretti a rimanere.

A fine novembre Sanz Briz deve lasciare l’Ungheria per si ostina a non riconoscere il nuovo governo filo nazista, Perlasca, allora, ne approfitta per prendere il suo posto e si presenta come sostituto dell’Ambasciatore spagnolo. Continua il compito di protezione per le famiglie ebree che si stavano nascondendo e riesce ad evitare la loro deportazione fino all’arrivo dell’Armata Rossa, salvandone ben 5.218. Cura di persona l’organizzazione e l’approvvigionamento dei viveri, recandosi ogni giorno presso le abitazioni dei rifugiati e utilizzando gli scarsi fondi dell’ambasciata.

Tra il 1º dicembre 1944 e il 16 gennaio 1945, Perlasca rilascia migliaia di finti certificati che dichiaravano la cittadinanza spagnola agli ebrei, arrivando a strappare letteralmente dalle mani dei nazisti i deportati sui binari delle stazioni ferroviarie.

Sventa inoltre l’incendio e lo sterminio nel ghetto di Budapest con 60 000 ebrei ungheresi.

Dopo l’entrata in Budapest dell’Armata Rossa, Giorgio Perlasca viene fatto prigioniero, e liberato pochi giorni dopo, torna in Italia dopo un insidioso viaggio attraverso i Balcani e la Turchia.

“Io credo di aver fatto qualcosa di normale perché penso che nella mia situazione chiunque avrebbe fatto la stessa cosa. Non posso immaginare che ci sarebbe stata una persona, al mio posto, che avrebbe rifiutato di farlo.”

In Italia conduce una vita normale, tiene un profilo basso e rimane chiuso nella sua riservatezza, non racconta niente a nessuno, nemmeno alla famiglia.

Finché negli anni Ottanta alcune ebree ungheresi, ragazzine all’epoca delle persecuzioni, si mettono alla ricerca del diplomatico spagnolo che durante la seconda guerra mondiale le aveva salvate. Era proprio Giorgio Perlasca. Attraverso il giornale della comunità ebraica a Budapest, lo rintracciano a Padova. In questo modo la sua vicenda esce dal silenzio.

Ne conseguono interviste, giornali, film, libri e un film tv in cui Perlasca viene interpretato da Luca Zingaretti.

Il figlio Franco ricorda:

“Raccontava piccoli episodi dell’ Ungheria, di quanto aveva visto. Ma non avremmo mai immaginato, io e mia madre, che fosse un protagonista della Storia. Sì. Fu uno choc. Lo è stato per molto tempo, non che non fossi orgoglioso di lui, ma è difficile da spiegare. Credetemi, fui travolto dalla sua grandezza”

“Già nel 1987 il muro di Berlino stava virtualmente cedendo e l’ Ungheria sentiva arrivare la libertà. Il regime allentava la morsa e le persone tornarono a pensare all’ occupazione, alla guerra, alla memoria. Così, queste donne ebree misero insieme i pezzi, si fecero aiutare dalle ambasciate israeliane e arrivarono a mio padre. In realtà la sua storia non era così sconosciuta”

“Mia madre apprezzò moltissimo la sua interpretazione (di Zingaretti) ma quando lo incontrò, fu sinceramente spietata. ‘Mio marito – gli disse – era molto più bello di lei’”.

“Ho saputo cosa mio padre aveva fatto tanti anni prima solo nel 1988, quando gli fu fatta visita da alcune donne ebree ungheresi e precisamente quando la signora Lang e il marito si presentarono a casa sua.

Telefonarono qualche giorno prima per fissare un appuntamento; avevano studiato un po’ d’italiano apposta per il viaggio in Italia, non semplice, perché il muro di Berlino pur scricchiolante era ancora lì. Vennero in rappresentanza di decine di famiglie salvate a suo tempo da uno strano console spagnolo, Jorge Perlasca.

Raccontarono la loro storia e compresi che mio padre li aveva salvati; ma andarono avanti con il loro racconto e cominciai ad intravedere oltre a loro decine, centinaia, forse migliaia d’altre persone. E devo confessare che entrai in crisi chiedendomi se conoscevo realmente la persona con cui avevo vissuto per oltre trent’anni, la mia età di allora.

Ma un piccolo grande fatto mi aprì gli occhi, mi fece ragionare e pensare a quanto successo: la signora, assieme ad altri piccoli regali, portò tre pacchetti che aprì con grande attenzione ed emozione. All’interno un cucchiaino, una tazzina e un piccolo medaglione: gli unici oggetti, aggiunse, che la famiglia aveva salvato dal disastro della seconda guerra mondiale. Voleva darli a mio padre che però non li voleva prendere: ‘Signora, deve darli ai figli e poi i figli li daranno ai nipoti a ricordo della famiglia’.

 

La signora se ne uscì con una frase che ancora oggi mi emoziona: “Signor Perlasca, li deve tenere lei perché senza di lei non avremmo avuto né figli né nipoti”
(Franco Perlasca)

Giorgio Perlasca è morto il 15 agosto del 1992. È sepolto nel cimitero di Maserà  a pochi chilometri da Padova. Ha voluto essere sepolto nella terra con al fianco delle date un’unica frase: “Giusto tra le Nazioni”, in ebraico.

 

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