LE FIGURE RETORICHE 509 views - 25 Marzo 2021 – Pubblicato in: Grammatica

Le figure retoriche sono frasi utilizzate fin dall’antichità per rendere più vivace ed espressivo il discorso.

Esse mirano a colpire il lettore o l’ascoltatore alterando la consueta costruzione dei periodi.

Non a caso si definiscono rètori coloro che eccellono nell’uso della parola, affascinando con la loro prosa gli interlocutori o un vasto pubblico.

A volte, questi “escamotage” hanno lo scopo di chiarire il messaggio ricorrendo a espressioni non comuni che, tuttavia, vengono recepite e comprese con maggiore facilità.

Poiché si tratta di una forma di comunicazione al di fuori dell’ordinario, che richiede una buona dose di padronanza della lingua, le figure retoriche vengono usate spesso da oratori (ad esempio i politici), da letterati e soprattutto dai poeti.

Le più note figure retoriche si distinguono in fonetiche e semantiche (cioè inerenti al significato): le prime manipolano i suoni delle parole; le seconde mutano il significato dei vocaboli.

Le principali figure retoriche di tipo fonetico sono le seguenti.

  • L’allitterazione è la ripetizione di una stessa vocale, consonante o sillaba all’interno del verso: “E nella notte nera come il nulla” (Giovanni Pascoli). La lettera “N” dà una cadenza alla frase e le conferisce un senso di negazione, richiamandosi a “né” o a “no”.
  • L’assonanza è la ripetizione delle stesse vocali nella parte finale di due o più parole, a cominciare dalla vocale accentata: fame e pane, agòsto e conòsco, mentre le consonanti possono essere diverse.
  • La consonanza è la ripetizione delle stesse consonanti nella parte finale di due o più parole, a partire dalla vocale accentata: porti / certo, oppure parco / forca.
  • L’omoteleuto (o omoteleuto) si ha quando si verifica una identità di suono alla fine di due o più parole poste in posizione simmetrica: “Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?” (titolo di un dipinto di Paul Gauguin). La rima è un caso di omoteleuto.
  • L’onomatopea è una parola che riproduce un suono, un rumore o un verso (il gra gra delle rane, il din don delle campane), oppure che lo evoca (fruscìo, miagolìo, squittire, frinire, ticchettìo).
  • La paronomasia (chiamata anche bisticcio o annominazione) consiste nell’accostamento di due parole che evidenziano un suono simile oppure uguale (ad esempio, “sedendo e mirando“), ma che a volte hanno un significato differente; nel linguaggio comune, questa figura retorica è utilizzata specialmente per fare risaltare concetti opposti: “chi dice donna dice danno“.
  • La rima è la somiglianza della parte finale di due parole: maestà / beltà, oppure dolente / cocente. Ad esempio, in poesia, esistono la “rima baciata” (parole finali con sillaba simile in versi consecutivi) e la “rima alternata” (parole finali con sillaba simile in versi alterni).

Le principali figure retoriche di tipo semantico sono le seguenti.

  • L’antitesi è la contrapposizione di due parole o di due espressioni che hanno un significato contrastante (una varietà dell’antitesi è l’ossimoro): “e ardo e sono un ghiaccio” (Francesco Petrarca), “Brucia come il gelo“, “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi” (Giuseppe Tomasi di Lampedusa).
  • L’antonomasia si ha quando un nome proprio viene sotituito con un nome comune, oppure quando un nome comune viene usato come un nome proprio: “L’eroe dei due mondi (Garibaldi)“, “Il Sommo Poeta (Dante)“.
  • L’ipallage consiste nel riferire grammaticalmente una parte della frase a un elemento diverso da quello a cui andrebbe accostato per il suo significato: “di foglie un cader fragile” (Giovanni Pascoli), “il divino del piano silenzio verde” (Giosuè Carducci).
  • L’iperbole è una figura retorica presente spesso anche nel linguaggio quotidiano; essa consiste in una espressione esagerata, per eccesso (“è un secolo che ti aspetto“) o per difetto (“esco a fare due passi“). L’iperbole rappresenta il contrario della litote.
  • La litote è l’affermazione di un concetto effettuata negando il suo contrario: “non bello” (cioè brutto), “non intelligente” (cioè stupido).
  • La metafora ha una forte somiglianza con la similitudine, ma è più sottile, implicita, abbreviata (non si utilizza il “come”). La metafora consiste nel sostituire una locuzione con un’altra molto simile ma più concisa: si usa dire “è una volpe” per significare che una persona “è furba come una volpe“. Oppure, “mia moglie è il mio faro” per fare intendere che la propria donna è così importante da guidare e illuminare il cammino.
  • La metonimia si ottiene sostituendo un vocabolo con un altro che abbia un rapporto di continguità con il primo: la causa usata al posto dell’effetto, il contenente usato al posto del contenuto, l’autore per l’opera, ecc. Ecco alcuni esempi: “talor lasciando e le sudate carte” (Giacomo Leopardi), “Una bottiglia di vino“, “Messo all’asta un Picasso“.
  • L’ossimoro si crea accostando parole di significato contrario (ad esempio “Un fragoroso silenzio“). A differenza dell’antitesi, i termini fanno parte di un’unica espressione: “nel tacito tumulto” (Giovanni Pascoli).
  • La preterizione si usa quando si desidera dare rilievo a qualcosa, nonostante si affermi di volerla tacere: “Non ti dico cosa mi è successo“. In sostanza, pur dichiarando di fare silenzio su un argomento, lo si esalta e lo si pone al centro dell’attenzione.
  • La similitudine è un paragone tra due elementi, introdotto spesso dalle espressioni “come“, “quasi“, “simile a“: ad esempio, “si ergeva alto e forte come una quercia“, oppure “sembrava quasi un animale ferito” e “con un moto simile a quello delle onde di un lago“.
  • La sineddoche è una particolare metonimia che indica la parte per il tutto, il singolare per il plurale, la materia per l’oggetto, operando un trasferimento di significato. Ad esempio: “il mare è pieno di vele (cioè di barche a vela)“, “il cane (nel senso di cani) è un animale fedele“, “Hai il ferro (per indicare la pistola) sotto al giubbotto?“.
  • La sinestesia consiste nel creare una immagine associando termini pertinenti a sfere sensoriali diverse (udito, vista, gusto, tatto, olfatto). Ad esempio, “urlo nero della madre” (Salvatore Quasimodo), “là, voci di tenebra azzurra” (Giovanni Pascoli), “Uno sguardo freddo“.

 

(Fonte bit.ly/2QsS3XX)